Silvio Pons, Stalin e la guerra inevitabile

18 mar 2017

Torino, Einaudi 1995, 342 pp.

Alexander Höbel

Il libro, che in larga parte si basa sulla nuova documentazione divenuta accessibile con l’apertura degli archivi ex-sovietici, ha per oggetto l’evoluzione – per certi versi lineare, ma allo stesso tempo non priva di una dialettica interna fra posizioni ampiamente diverse – che la politica estera sovietica conobbe nella seconda metà degli anni Trenta, fino allo scoppio della guerra.
Nell’intreccio di diversi filoni tematici, il primo elemento evidenziato dall’A. è proprio la “dottrina dell’inevitabilità della guerra”, come portato teorico della concezione leniniana e terzinternazionalista del mondo capitalistico nella fase dell’imperialismo; ad essa si collegano immediatamente la scelta di tipo isolazionistico compiuta dall’Urss, e quindi i “limiti dell’antifascismo sovietico”, intrecciati a loro volta ai limiti dell’antifascismo occidentale e quindi alla pericolosa scommessa fatta con le democrazie parlamentari europee su chi sarebbe stato il principale o comunque il primo bersaglio dell’aggressività nazista.
In questo quadro, rispetto ad una prima fase in cui sembra prevalere una linea di “discontinuità”, espressa da Dimitrov sul piano politico e da Litvinov su quello diplomatico con la linea della “sicurezza collettiva”, prevarrà alla lunga la scelta isolazionistica e la politica delle “mani libere”, che pone come prioritaria la salvezza dell’Urss, e quindi il suo tenersi fuori il più a lungo possibile dalla “seconda guerra imperialistica”: è la scelta della “sicurezza relativa”, che dal 1939 in poi sarà alla base anche della formazione di una sfera d’influenza dell’Urss. Infine l’A., se da una parte sottolinea il “primato della politica interna” nella strategia sovietica, dall’altra evidenzia il nesso tra politica internazionale e Terrore staliniano, e il ruolo decisivo, ancorchè fino a una certa fase apparentemente defilato, di Stalin nel determinare gli orientamenti di quella strategia.

Il primo elemento, duque, è quello della “guerra inevitabile”. Pons sottolinea come la guerra venga data per scontata da Stalin fin dal 1925, sulla base sia dell’analisi dell’imperialismo e delle sue contraddizioni interne, sia del conflitto latente ma insanabile tra questo e l’Urss, “tra il mondo del capitalismo e il mondo dei Soviet”, per cui si sarebbe reso necessario “intervenire, ma per ultimi”, il che mette subito in luce il legame tra dottrina dell’inevitabilità della guerra, accerchiamento capitalistico e posizione isolazionistica dell’Urss.
“Lotta tra sistemi” e “guerra inevitabile” saranno, tanto più negli anni Trenta, dopo l’invasione tedesca della Renania e nel pieno della guerra civile spagnola, alla base delle concezioni anche di Radek, Varga e di buona parte del gruppo dirigente sovietico: il problema adesso è “quando scoppierà la guerra”, anche se si tende ad affermare che “di fatto la guerra c’è già”. Dal 1938 in poi, dopo l’Anschluss dell’Austria, l’obiettivo è ormai solo quello di acquisire le posizioni più favorevoli possibili prima dell’inizio del conflitto, (in particolare puntando sulle divisioni interne al mondo capitalistico): lo scontro è sempre più visto come scontro tra sistemi, ma contemporaneamente – e anzi proprio per questo – l’Urss guarda con molto interesse alle contraddizioni tra gli Stati capitalistici, sottolineando le responsabilità e prefigurando il declino delle democrazie occidentali.

Secondo l’A. questa impostazione, nonostante gli sforzi diplomatici di Litvinov (convinto che “la guerra europea, nella quale saremo coinvolti, non sia nei nostri interessi e che sia necessario fare di tutto per la sua prevenzione”), condannò l’Urss ad un sostanziale immobilismo e ad una condizione di passività che avrebbe finito per agevolare gli eventi previsti, appunto perchè ritenuti inevitabili. D’altra parte, Pons cita alcune considerazioni di Stalin del 1939 (successive al patto con la Germania), secondo cui quella che scoppiava era una “guerra di logoramento” tra blocchi capitalistici sostanzialmente equivalenti, che si sarebbero indeboliti a vicenda favorendo indirettamente proprio l’Urss e l’estensione del “sistema socialista”: una visione, come si vede, del tutto diversa da quella di Litvinov, ma, sulla base della premessa che la guerra e il nazifascismo stesso fossero parti del sistema capitalistico (e in questo senso l’Urss, estranea “alla natura stessa del conflitto”, non dovesse farsene coinvolgere, se non nella misura in cui potessero aprire varchi per l’estensione del socialismo sovietico), dotata di una sua logica precisa, che non ha come bussola nè la pace nè l’antifascismo intesi come valori assoluti ma è una logica coerentemente di parte e di classe, in parte assimilabile a quel “catastrofismo rivoluzionario” che era stato sostenuto ancora più esplicitamente da Radek.

Il secondo punto, strettamente connesso al primo, è appunto l’isolazionismo sovietico, che Pons definisce come una “strategia di sopravvivenza”, tesa a “sottrarsi quanto più possibile a un coinvolgimento nelle tensioni del mondo capitalistico” e “impedire una coalizione delle principali potenze capitalistiche e un intervento armato contro l’Urss”, ma anche figlia di una “profonda sfiducia verso la possibilità di riformare e anche solo di tenere in piedi l’ordinamento postbellico” emerso da Versailles. A partire da ciò, l’Urss preferì “adottare, assai più che un dispositivo di deterrence per fronteggiare l’aggressività nazista, un meccanismo di crisis management volto a evitare un serio coinvolgimento nel teatro internazionale”. In quest’ottica, e in una situazione di “accerchiamento capitalistico” che era qualcosa di più di un retaggio ideologico (se si considera che anche alle frontiere orientali c’era uno stato di guerra latente col Giappone), le alleanze diventano pressochè intercambiabili, determinate da esigenze meramente tattiche, rispetto alla scelta staliniana di essere orientati “verso l’Urss e unicamente verso l’Urss”.
E tuttavia l’opzione isolazionistica, attorno alla metà degli anni Trenta, sembra restare in sordina rispetto alla “lotta per la pace”, o meglio ne costituisce una variante. Pons evidenzia tra l’altro la posizione di Radek che considerava prioritario per i comunisti consolidare “la forza del proprio Stato”, poichè “dalla forza dell’Urss dipende la forza della pace” e “dalla vittoria dell’Urss in caso di guerra dipendono i destini di tutta l’umanità”. La lotta per la pace dunque, nella versione isolazionistica, era “solo funzionale allo scopo di tenere l’Urss, quanto più a lungo possibile, al di fuori del futuro conflitto”, mentre veniva enfatizzata proprio la separatezza dell’Urss rispetto agli altri Stati.
L’impegno sovietico nella guerra di Spagna, d’altra parte, dimostra che l’isolazionismo non era inteso in termini assoluti, e che comunque esso fu incoraggiato notevolmente (e in quel caso richiesto) dalle democrazie occidentali, in particolare dalla Gran Bretagna, che temeva un interventismo dell’Urss troppo attivo. Nella stessa fase Germania e Giappone siglavano il “patto antikomintern” e la stessa alleanza italo-tedesca diveniva organica. E’ a questo punto, anche sulla base della considerazione che un blocco di paesi antifascisti coerente e risoluto non andava realizzandosi neanche nell’ambito della Società delle Nazioni, che la scelta isolazionistica e la politica di “sicurezza relativa” riprendono vigore, con le loro conseguenze anche sul piano interno, in termini di epurazioni, repressione, grandi processi, in una sostanziale stretta autoritaria che giustifica – sulla base dell’inasprimento anche interno della lotta di classe, dell’accerchiamento capitalistico e dei motivi di sicurezza – la formazione di uno “Stato di sicurezza totale” che colpisce anche gli ambienti militari e diplomatici, iniziando a fare il vuoto attorno a Litvinov. Quest’ultimo, di fronte alla politica di riavvicinamento alla Germania portata avanti da Chamberlain, pur non venendo meno alla linea di “guerra evitabile”, farà qualche passo indietro rispetto alla politica della “sicurezza collettiva” fino ad affermare che “l’isolamento non ci spaventa”, e lasciando così l’iniziativa nelle mani degli occidentali.
D’altra parte, Molotov e Zdanov, e all’interno stesso del ministero degli Esteri Potëmkin, si facevano ormai esplicitamente portatori di una linea alternativa, fortemente isolazionistica, battendo sul tasto (come si diceva non astratto) dell'”accerchiamento capitalistico”, e accentuando così la difficoltà di Litvinov. Dopo l’annessione tedesa dell’Austria, Litvinov lancerà “l’ultimo appello all’Europa per la collaborazione”, che rimarrà anmcora una volta inascoltato.
Secondo Pons “l’isolamento e la passività dell’Urss non rappresentarono un semplice gioco di rimessa imposto dalle potenze occidentali”, essendo “frutto in larga parte di un corso politico interno e di una scelta deliberata”, e tuttavia, almeno a partire dagli accordi di Monaco, appare difficile parlare di “autoisolamento” sovietico, proprio perchè “il sospetto, covato da tempo, che la politica occidentale si ponesse l’obiettivo di orientare la minaccia nazista verso est” (coerentemente con l’ideologia e il progetto hitleriani), veniva clamorosamente confermato; cosicchè veniva parallelamente confermato l’obiettivo dell’Urss: “evitare l’unione degli Stati capitalistici contro lo Stato sovietico”, tenere fuori il Paese (peraltro alle prese coi suoi problemi e i suoi sforzi di modernizzazione) dal conflitto per il maggiore tempo possibile, porre l’Urss come “terzo polo” dello scenario internazionale, autonomo, con le “mani libere” rispetto ad alleanze organiche con uno dei due blocchi ormai delineatisi.

In questo quadro si innestano quelli che in altra sede l’A. definisce “i limiti dell’antifascismo sovietico”, basati su una “diplomazia parallela”, condotta su un “doppio binario”, e venuti alla luce dopo la destituzione di Litvinov, quando sarà esplicitamente affermata da Molotov una sorta di “equidistanza” tra “Stati aggressivi” e “Stati democratici” (secondo una distinzione che pure si alterna alla “percezione indifferenziata degli Stati borghesi”), fino poi a giungere al patto con la Germania. Quest’ultimo rappresenta di certo il punto di arrivo di un processo, nel quale sono evidenti due fattori: il primo è proprio l’isolazionismo, ossia la scelta dell’Urss di centrare la propria strategia unicamente su se stessa, nell’ambito del quale esso si inquadra; il secondo, però, che è causa non secondaria di questa scelta, è costituito da quelli che potrebbero definirsi analogamente i “limiti dell’antifascismo occidentale”, basati sul gioco pericoloso del “contro chi sarà la guerra di Hitler” (altro interessante leit-motiv del libro) che sottende in modo malcelato la speranza/volontà occidentale di volgere il dittatore nazista contro l’Urss, il che nella lettura di Stalin spiegava la mancata resistenza europea dinanzi all’escalation dell’aggressività tedesca.
Infine, Pons – che pure dà un giudizio negativo sulla strategia staliniana riscontrandovi l’incapacità di cogliere la novità del fenomeno nazista, la sua irriducibilità a mera espressione del capitalismo, e quindi l’incomprensione la strategia di Hitler nel suo complesso -, evidenzia i fattori tattici contingenti del patto con la Germania: nell’ambito della “guerra di logoramento” che era iniziata in Europa, “i dirigenti staliniani temevano soprattutto l’ipotesi di una sconfitta a breve termine del contendente da essi ritenuto più debole, la Germania nazista, e con essa la fine della guerra ad ovest e il ricompattamento dei due poli nei quali si era diviso il fronte delle potenze capitalistiche”; creando “un asse privilegiato con la Germania”, era possibile per l’Urss scongiurare (almeno a breve termine) questa eventualità, “consolidare le proprie posizioni strategiche”, “favorire la “guerra di logoramento” tra le potenze avversarie”. Una politica se si vuole cinica ma senz’altro ben motivata.
L’altra faccia della “diplomazia parallela” è appunto quella gestita da Litvinov fino al maggio 1939, quando il suo posto fu preso da Molotov. E’ la politica della “sicurezza collettiva”, basata su una visione globale della sicurezza e della pace, oltre che sulla convinzione di poter evitare la guerra affidandosi agli strumenti diplomatici e alle pressioni dell’opinione pubblica democratica occidentale. La prospettiva era quella di costruire un “fronte della pace”, inteso sul piano diplomatico come blocco di Stati “non aggressivi”, ossia antinazisti. Parallelamente sul piano politico essa si legava alla “lotta per la pace”, di cui punto qualificante era la costruzione di un movimento unitario dei lavoratori dei vari paesi, propugnata soprattutto all’interno del Comintern, e in particolare da Dimitrov.
Per questo progetto, però, nel 1939 non c’era più alcuno spazio. Dopo l’ultimo tentativo di Litvinov di costituire un “blocco” di potenze pacifiche e dopo la sua destituzione, Stalin e il gruppo dirigente staliniano più ristretto prendono direttamente nelle loro mani la gestione della politica estera sovietica, riorientandola definitivamente sulla rotta della “sicurezza relativa”.
(pubblicato in “Giano”, 1997, n. 24, col titolo “L’Urss, l’imperialismo, la guerra”)