“Transizione bloccata” e crollo dell’Unione Sovietica. Un volume di Andrea Catone

18 mar 2017

di Alexander Höbel

Dopo il 1989-91, ossia dopo la disgregazione del “blocco socialista” e la scomparsa dell’Unione Sovietica, sarebbe stato auspicabile – in particolare a sinistra e più ancora tra gli studiosi di orientamento marxista – un ampio dibattito a tutto campo che tentasse di tracciare le linee fondamentali per un bilancio complessivo dell’esperienza del “socialismo reale”, che comunque ha costituito il più rilevante esperimento di costruzione di una società che superasse gli antagonismi di classe di tipo capitalistico. In realtà tale dibattito è in buona parte mancato, fatta eccezione per alcune riviste e alcuni autori che al contrario – e spesso in controtendenza – vi si sono cimentati. Sul crollo sovietico, vanno ricordate le sintesi di Boffa, Guerra, Maitan, le analisi di R. di Leo, Sweezy, Davies, Danilov, dello stesso Hobsbawm, oltre che quelle di autori apertamente anti-marxisti come Zaslavsky o l’ex-dissidente (e ora nostalgico dell’URSS) A. Zinov’ev; mentre, per quanto riguarda riflessioni più complessive sull’esperienza del “socialismo reale” e/o del “comunismo storico”, non mancano contributi di orientamento diverso come quelli di Losurdo, Galli e Holz (da un lato), Bongiovanni, Salvadori, ecc. (dall’altro). La pubblicazione del Libro nero del comunismo pareva avesse smosso qualcosa, e in particolare dalle pagine del “manifesto” si è potuto assistere ad un dibattito interessante, ora raccolto in un volumetto firmato da vari autori (Rossanda, Canfora, Karol, ecc.). Ma tutto sommato sono ancora pochi gli autori che hanno tentato di dare una lettura organica e complessiva di tali fenomeni storici.

Tra questi ultimi è Andrea Catone, che in verità ha dato un suo documentato contributo alla discussione già a partire dagli anni ’80 (a partire dall’analisi diretta di fonti e autori sovietici) e adesso ha riunito in un volume alcuni dei suoi saggi del periodo 1985-97. Il libro, pubblicato dalla casa editrice Laboratorio politico, è intitolato significativamente La transizione bloccata. Il “modo di produzione sovietico” e la dissoluzione dell’URSS, e affronta appunto due ordini di questioni, tra loro peraltro fortemente intrecciate, e cioè da un lato i problemi della transizione al socialismo e la “natura sociale” dell’Unione Sovietica, dall’altro le dinamiche e le cause del “crollo” del campo socialista e della dissoluzione dell’URSS in quanto Stato.

Catone muove proprio dai vari tipi di “rimozione” che di quella esperienza si sono compiuti in questi anni, non solo nel campo degli anticomunisti (che la ritengono una sorta di “errore” della storia, una “deviazione” dal corso della civiltà e dalle “magnifiche sorti e progressive” che avrebbe colpito la Russia e i suoi alleati), ma anche, appunto, “a sinistra”, dove è forte – se non addirittura prevalente – un atteggiamento da “anime belle” che vagheggiano un “ritorno a Marx” o al “vero comunismo” limitandosi semplicemente ad espungere dal proprio patrimonio la parte più rilevante del “comunismo storico” novecentesco e dunque in sostanza rifiutando un confronto con la storia stessa e accettando solo quello con la teoria (un atteggiamento, questo, di certo poco marxista, oltre che – come osserva su “Liberazione” del 28/9/1997 Alberto Burgio – sostanzialmente subalterno e liquidatorio). Per Catone, al contrario, occorre “non rimuovere, ma fare i conti con queste esperienze”, che costituiscono “il più lungo e complesso tentativo di transizione al socialismo che si sia sino ad ora conosciuto”.

E tuttavia si tratta, appunto, di una “transizione bloccata”, da vari punti di vista: sul piano dei rapporti sociali, si produce in URSS “una forma inedita” di divisione del lavoro, basata non tanto sulla contrapposizione di classe ma sulla “separazione tra ‘lavoro intellettuale’ (funzione di comando) e ‘lavoro manuale’ (funzione esecutiva)”, ciò a cui si aggiunge una serie di “privilegi materiali” per chi svolge il primo; dal punto di vista economico, il sistema “non funziona secondo una logica capitalistica”, ma al tempo stesso “non funziona neppure secondo una logica socialista”, rimanendo per così dire in mezzo al guado; a livello politico, il partito si trasforma “da organo di direzione politica” in “organizzatore diretto e controllore meticoloso”, in sostanza in un organismo di tipo amministrativo che finisce per costituire un “doppione” degli apparati dello Stato, e che è sempre più privo di un ruolo ideologico e teorico propulsivo.

Si può dire cioè che il sistema sovietico abbia costituito una sorta di “ibrido”, privo appunto di una razionalità capitalistica (che non avrebbe consentito “sprechi” di forza-lavoro o sopravvivenza di imprese deficitarie, non curandosi di produrre disoccupazione) e tuttavia non ancora dotato di una razionalità socialista (che avrebbe implicato una pianificazione ottimale, senza l’emergere di quella “seconda economia” e di quel mercato parallelo che hanno interessato non solo i generi di consumo ma anche materie prime e mezzi di produzione stessi). In questo senso, si è trattato davvero di una “transizione bloccata”, rispetto alla quale appaiono decisamente insoddisfacenti le definizioni di “capitalismo di Stato” così come di “socialismo” o addirittura di “socialismo sviluppato”.

Tra le cause storiche del “blocco della transizione” in Unione Sovietica, Catone individua l’arretratezza del paese, la sconfitta della rivoluzione in Occidente, una sorta di “sindrome da ‘fortezza assediata’ che spinge il partito ad estendere e rafforzare il controllo su ogni aspetto della società”, il peso del passato, e infine la difficoltà di edificare una “economia di transizione” adoperando il “calcolo economico”.

Proprio a quest’ultimo campo d’indagine egli si dedica con particolare attenzione, analizzando il “problema irrisolto della costruzione di un’economia socialista”. Per Catone il ‘modo di produzione’ sovietico, per come è andato costituendosi fin dagli anni ’30, è stato caratterizzato dalla “compresenza contraddittoria di elementi di socialismo e di capitalismo”; il che peraltro si spiega anche considerando il fatto che esso corrispondeva alla necessità di realizzare una “duplice transizione”, quella da una società arretrata ad una industriale e quella verso il socialismo. In tutto questo, i bolscevichi (e poi il PCUS) scontavano la “carenza di una teoria della transizione e di una teoria generale dell’economia socialista”. È in questo quadro che si inserisce la “questione del calcolo economico” e il suo rapporto con la costruzione di un’economia pianificata. Inizialmente, come è noto, ci si limitò ad utilizzare un “sistema di ‘bilance materiali’ tra i vari settori dell’economia”, mentre era viva la polemica tra sostenitori della teoria ‘genetica’ del piano e fautori dell’impostazione ‘teleologica’ (che risultò vincente); negli anni ’50, anche a seguito dello scritto staliniano sui Problemi economici del socialismo, si sviluppa un ampio dibattito su queste tematiche, che poi sfocerà nelle riflessioni e nelle riforme degli anni ’60. È proprio a questo punto – sostiene ancora Catone – che si afferma un sistema il quale “non risulta guidato né da una razionalità capitalistica di massimizzazione del profitto, né da una razionalità socialista”, e in questa impasse si sviluppa (soprattutto negli anni di Breznev) “un compromesso corporativo regressivo tra direzione di fabbrica e maestranze”, ossia quel ‘compromesso sovietico’ su cui esiste un’abbondante ed eterogenea letteratura.

Peraltro, secondo l’A., “nella crisi e nel successivo tracollo delle economie dell’URSS e dei paesi del COMECON […] il ruolo determinante non è stato svolto essenzialmente dalla carenza o scarsa presenza di una ‘economia di mercato’”, ma da dinamiche del tutto opposte, oltre che da una “carenza di effettiva autogestione e autogoverno” (nel senso di un mancato superamento della divisione tra dirigenti e diretti) e della mancata trasformazione della proprietà statale in proprietà sociale. Riprendendo Engels, Catone sottolinea come la proprietà statale dei mezzi di produzione costituisse il “mezzo formale necessario per la transizione”, e come d’altra parte “se è ancora debole – per immaturità storica del soggetto sociale – la capacità di organizzare collettivamente l’economia, la transizione al comunismo si blocca, si ripiega su se stessa, fino alla sua implosione, come è accaduto per l’URSS”. Da questo punto di vista, si può parlare di un “comunismo immaturo”, dove l’immaturità dipende non solo dall’arretratezza in quanto tale, ma anche dal conseguente scarso sviluppo dei “soggetti sociali della trasformazione” (non solo dal punto di vista quantitativo, ma soprattutto in senso qualitativo, ossia per capacità di organizzazione, grado di cultura e in particolare di cultura politica); limiti che peraltro hanno favorito l’emergere del “burocratismo” e della citata “separazione tra dirigenti e diretti”. Il “blocco della transizione” dunque non si riferisce solo agli aspetti economici, ma anche a quelli sociali, politici e culturali.

Il discorso poi diventa più completo nel momento in cui si considerano i rapporti dell’economia sovietica all’interno del mercato mondiale, anche qui con una dinamica duplice che a me pare possa essere individuata nella dialettica tra due poli: da un lato, l’isolamento (come scelta politica tesa nel secondo dopoguerra a sviluppare un’area di “mercato socialista”, ma anche come dato di fatto imposto dall’‘accerchiamento capitalistico’ e dalla “guerra fredda”, dunque dall’esterno); dall’altro, l’integrazione (anche questo un dato di fatto, determinato dall’essere comunque all’interno di un sistema di scambi internazionale, in cui vigevano leggi economiche, sistemi di prezzi e mezzi di pagamento che certamente rispondevano ad una logica diversa e antagonista a quella sovietica, e in ogni caso a dinamiche che sfuggivano completamente al controllo di chi in quel mercato era presente – come scrive Catone – “in posizione subordinata”).

Tale situazione vede secondo l’A. un importante momento di svolta negli anni ’80, quando il processo di “mondializzazione del capitale è giunto a maturità” e quindi non c’è stato più spazio per “isole” o comunque per presenze anomale e al tempo stesso forti e potenzialmente antagoniste. Ecco allora che “l’esigenza di unificazione del mercato mondiale sotto il suggello capitalistico ha premuto con una forza inusitata contro le barriere dei paesi del COMECON”, al cui interno hanno ceduto per primi i paesi dell’Europa orientale, e in particolare Polonia e Ungheria, che si sono fatte legare alla logica del prestito/debito estero la quale ha condannato alla dipendenza economica e politica dai paesi creditori già tante economie dei paesi cosiddetti “in via di sviluppo” e, in questo caso, le ha condannate anche al riassorbimento nel mercato mondiale capitalistico. E proprio questa del riassorbimento mi pare effettivamente la questione decisiva.

Catone peraltro evidenzia il fatto che questa crescente integrazione internazionale (che poi è proprio la globalizzazione di cui tanto si parla) veniva sì letta dal gruppo dirigente gorbacioviano, ma in maniera distorta e sostanzialmente non marxista: abbandonata la categoria di “imperialismo”, per esempio, sfuggiva (o comunque veniva minimizzata) la natura antagonistica di tale processo, che veniva piuttosto presentato col termine neutro di “interdipendenza”; al contrario, l’integrazione dei mercati e delle economie avveniva sotto la pesante egemonia capitalistica, e in particolare del capitalismo ultra-liberista di Reagan, Thatcher, ecc. Proprio quest’ultimo modello finirà per ispirare i “radicali” guidati da Eltsin, che troveranno sempre più spazio di fronte all’eclettismo gorbacioviano e ai risultati negativi della perestrojka. Cosicché, dopo avere travolto i bastioni più periferici del blocco orientale, la stessa “ondata” ha raggiunto l’Unione Sovietica, rispetto a cui quindi va pienamente sottoscritta l’esortazione di Catone a rileggere dialetticamente l’intreccio di fattori di crisi endogeni ed esogeni.

In questo quadro, e in relazione a un tracollo che certo non era inevitabile, grandi appaiono le responsabilità di Gorbaciov e del suo entourage. È solo nella seconda metà degli anni ’80 infatti che quella che era una situazione di difficoltà (in particolare sul piano economico e dello sviluppo tecnologico) si tramuta in aperta crisi. Per Catone quindi, “la crisi economica degli anni 1989-91 è il risultato non della stagnazione degli anni precedenti, ma della politica economica seguita dalla perestrojka”; da questo punto di vista, il ruolo del gruppo dirigente gorbacioviano è stato “determinante”, così come lo è stato “nella dissoluzione dello Stato e del partito” e nella stessa dissoluzione del campo socialista. La sua stessa mancanza di una chiara e definita progettualità ha fatto sì che, rispetto alle due anime della perestrojka, quella “democratico-comunista” e quella “liberal-borghese”, finirà per prevalere quest’ultima.

Secondo l’A. – ma su questo concorda un’ampia parte dei “sovietologi” – sono individuabili “due fasi” della perestrojka stessa (sia dal punto di vista politico ed economico, sia dal punto di vista ideologico, cui pure Catone dedica un’attenta analisi): una prima fase, di tipo critico-ricostruttivo, comunque interna al sistema sovietico per come si era andato formando nei decenni; e una seconda invece – avviatasi attorno al 1988-89 – di stampo molto più radicale, che mirava non più a migliorare il sistema ma a trasformarlo alle radici, colpendo il ruolo-guida del PCUS (che costituiva il “collante” dello Stato sovietico), varando una serie di riforme economiche che favorivano la riconversione capitalistica (sia all’interno che rispetto al mercato mondiale), ampliando l’autonomia delle repubbliche (fino a sancirne il “regime di autofinanziamento”!) in modo tale da spezzare il meccanismo del piano e da dare spazio a quelle forze separatistiche che poi, utilizzate dai “radicali”, rappresenteranno un decisivo fattore di disgregazione. Eltsin in particolare sarà abilissimo ad utilizzare le nuove opportunità aprendo un lacerante conflitto tra Russia e URSS.

In tal modo, rispetto ad un “blocco della transizione” che durava da anni – e da cui però si poteva uscire in direzioni diverse, anzi opposte – si apriva una fase di “controrivoluzione restaurativa” che sarà egemonizzata da Eltsin e soci, rappresentanti di quella che Catone definisce una sorta di ‘borghesia compradora’ la quale, ben sostenuta dall’Occidente e in particolare dagli Stati Uniti, ha poi condotto a termine la liquidazione dell’Unione Sovietica in quanto Stato, iniziando quella che è stata definita “la più grande svendita della storia”, ossia la svendita attraverso le privatizzazioni di un enorme patrimonio produttivo, lasciato in balìa delle speculazioni del capitale internazionale e dei “nuovi russi”, quasi sempre uomini senza scrupoli, già appartenenti al mondo dell’economia parallela (o anche – ma in Occidente si parla solo di questi ultimi – alla vecchia nomenklatura).

In particolare dopo il “golpe” dell’agosto 1991 – che Catone legge acutamente come scontro tra fazioni diverse della borghesia russa, e che consentirà a Eltsin di mettere fuori legge il PCUS e di assestare gli ultimi colpi all’URSS – si avrà il prevalere della “borghesia compradora” (iperliberista e legata al capitale transnazionale) sulla “borghesia nazionale” (più gradualista) i cui rappresentanti erano appunto i Pavlov che comunque avevano intensificato già a luglio il programma di privatizzazioni, mirando tuttavia a conservare uno spazio nazionale unitario. Occorreva invece distruggere il partito e disgregare l’Unione Sovietica in quanto Stato, per quanto rinnovato (nelle forme e nei contenuti sociali) potesse essere, proprio affinché si realizzasse pienamente la privatizzazione del patrimonio pubblico. Il che – precisa Catone – non significa affermare semplicisticamente che la dissoluzione dell’URSS e del campo socialista sia da attribuirsi solo ad una “manovra dell’imperialismo”, ma dare il giusto peso a fattori spesso sottovalutati e invece di enorme rilevanza.

È così che quella che era una delle economie più forti del mondo, nonostante i segnali di declino cominciati attorno alla metà degli anni ’70 – e comunque non paragonabili alla crisi generale prodotta dalla perestrojka – si è trasformata in una immensa economia criminale e speculativa, dove né certamente la democrazia è avanzata (si veda il cannoneggiamento del Parlamento russo) né tanto meno le condizioni delle masse migliorate (si vedano i salari non pagati per mesi, gli scioperi dei minatori, la brusca caduta di tutti gli indici di qualità e durata della vita).

D’altra parte, proprio l’asprezza dell’approccio col capitalismo ha aperto nuove contraddizioni, che in questi ultimi mesi si sono evidenziate in modo drammatico, e allargato le fasce di opposizione ai processi in corso, confermando peraltro una cosa ovvia, e cioè che la storia non è finita (come pure qualcuno aveva teorizzato negli anni scorsi) e nel suo percorso dialettico non fa tabula rasa delle dinamiche e delle acquisizioni passate, anche quando queste sono tutt’altro che perfette o definitive. La stessa crisi dell’agosto scorso, conclusasi col ridimensionamento di Eltsin e la formazione del governo Primakov, sostenuto dai comunisti di Zjuganov (con tutti i limiti del caso e i distinguo che si possono fare nel merito), segna se non altro un primo risultato della resistenza popolare alle trasformazioni in corso e un’inversione di tendenza rispetto alla furia liberista devastatrice di questi ultimi anni.

Il volume di Catone non intende fornire delle risposte definitive a problemi che sono di grande complessità; per esempio, l’interrogativo su quando il processo di transizione si sia bloccato resta inevaso. Esso però pone sul tappeto delle questioni centrali e offre delle valide chiavi di lettura; in questo senso, ha il merito di contribuire da un punto di vista marxista, e in modo rigoroso e documentato, a riaprire un dibattito da troppo tempo smorto (e pure, storicamente, ricco di contributi notevoli, dal confronto Sweezy/Bettelheim alle riflessioni critiche dei maggiori leaders comunisti di questo secolo), e di farlo in modo non accademico o solo rivolto al passato ma al contrario nei termini di un bilancio che sia anche di tipo politico e che consenta appunto di fare tesoro di un’esperienza pluridecennale, al di là dei suoi limiti oggettivi e soggettivi, in una prospettiva rivolta verso il futuro.

[“Giano”, n. 29/30, maggio-dicembre 1998]