Due libri sulla storia della Russia

22 mar 2017

Francesco Benvenuti, Storia della Russia contemporanea 1853-1996, Roma-Bari, Laterza, 1999, 360 pp.
Robert Service, Storia della Russia nel XX secolo, Roma, Editori Riuniti, 1999, 636 pp.

Di Alexander Höbel

Benché sul piano politico, sociale ed economico la Russia viva attualmente, a seguito della disgregazione dell’URSS, una delle fasi più nere della sua storia – e anzi, forse, proprio per questo – l’interesse per la storia russa va aumentando, e la produzione storiografica a riguardo va arricchendosi di numerosi contributi.

Questi ultimi, appunto, tendono a rimettere al centro della loro trattazione la storia della Russia in quanto tale, al di là della stessa esperienza sovietica di cui pure essa ha costituito il nucleo essenziale. Il rischio che in tutto questo vi sia qualcosa di ideologico – nel senso di intendere la fase sovietica come una sorta di “parentesi”, chiusa la quale la Russia può finalmente rientrare nell’alveo della “civiltà europea” o meglio riprendere il cammino verso una modernizzazione di tipo occidentale, liberale e “democratica”, oppure nel senso di ridurre la stessa fase sovietica ad una sorta di “variante” del vecchio Impero – è un rischio sempre presente, visti i tempi che corrono e viste anche certe interpretazioni molto in voga nella stessa pubblicistica e storiografia tardo-sovietica negli anni di Gorbaciov.

Rispetto a tale pericolo, diversi sono gli esiti di due recenti volumi, opere di storici da sempre studiosi della Russia e dell’URSS come Francesco Benvenuti e Robert Service. Il primo – pur nella sottolineatura di elementi di continuità “di lungo periodo” – in sostanza riesce a sfuggire a semplificazioni e visioni unilaterali, mentre il secondo appare preda di una concezione ideologica in senso deteriore, la quale rende assai discutibili impostazione e conclusioni.

Cominciamo dal libro di Benvenuti. Questi, studioso dell’età staliniana ma anche autore di più recenti studi appunto sulla storiografia tardo-sovietica, parte dal 1853, e in particolare da quell’Impero nel quale convivevano ‘due Russie’, quella “statale e proprietaria, colta e privilegiata”, e quella “popolare, multiculturale ed economicamente soggetta alla prima”. Con la rivoluzione del 1917 “la seconda Russia spazzò via la Russia ufficiale”; il potere sovietico “riuscì nell’impresa” di “ricostruire un principio di riorganizzazione politico-statale sull’ex territorio imperiale”, i bolscevichi “realizzarono una profonda riforma della compagine economica e della cittadinanza politica dell’Impero, dando vita, tra l’altro, a un certo numero di nuove entità politico-territoriali di tipo nazionale” – aspetto, quest’ultimo, di grande rilevanza e che tende ad essere troppo spesso dimenticato o sottovalutato (mentre, com’è noto, vari alfabeti furono codificati e intere popolazioni furono dotate di una lingua scritta che non avevano mai avuto, il che costituì una importante base della loro identità etnica e poi “nazionale”).

Tuttavia, secondo l’A., l’integrazione degli “ex sudditi” non riuscì completamente, “le società contadine continuarono a restare largamente estranee” al nuovo Stato, cosicché si riprodusse lo scontro tra le “due Russie” – quella “ufficiale”, politica, urbana, e quella profonda, arretrata, rurale – ciò a cui Stalin reagì con un tentativo di “integrazione coatta della popolazione nel sistema statale”. In seguito, con la seconda guerra mondiale, si registrò “una spontanea e volontaria disponibilità di grandi masse di russi e di non russi all’autoidentificazione con lo Stato”. Dopo Stalin, “poterono formarsi sia una forma di società civile, sia strutture statali e amministrative di tipo normale”, finché “nel 1991, questi estremi prodotti della lunga modernizzazione russa si sono disfatti del sistema politico monopartitico”.

Quest’ultimo punto mi pare di grande importanza. Sulla scia di quanto sostiene un grande storico della Russia e dell’URSS come M. Lewin (La Russia in una nuova era, Bollati Boringhieri, 1988), Benvenuti – e con lui concordano vari storici – considera cioè le stesse contraddizioni giunte a maturazione e poi esplose in età gorbacioviana come frutti di un unico, grande processo di modernizzazione, iniziato nel 1917, “un processo di modernizzazione e di nation-building straordinariamente contorto e drammatico”, nel quale si situa la stessa fase staliniana, per la quale l’A. richiama la definizione di Nolte di ‘dittatura dello sviluppo’. Gli stessi conflitti nazionali, che pure segneranno drammaticamente le ultime fasi di vita dell’URSS, possono quindi essere lette come conseguenza della “costruzione di nazioni” prima inesistenti. In tal senso, conclude Benvenuti, “la riduzione dell’esperienza del comunismo sovietico nel XX secolo ai suoi crimini”, tipica dello stesso Nolte e di quel revisionismo storico che cerca di mettere sullo stesso piano stalinismo e nazismo, “contrasta con gli aspetti progressivi dell’esperienza storica” dello Stato sovietico, evidentemente non irrilevanti.

Ben diversi, come si diceva, sono gli esiti del lavoro di Service. Questi si concentra essenzialmente sul periodo sovietico, liquidando l’URSS come “una dittatura a partito unico, fortemente centralizzata”, la cui fine ha finalmente riaperto “la strada per la democrazia e l’economia di mercato”, pur se questa è “disseminata di ostacoli”. Lo studio di Service si ispira esplicitamente ad interpretazioni diverse e contrastanti, tra cui quelle di Martov, Dan, Hilferding, Schapiro, Solzenicyn. Secondo l’A. la storia dell’Unione Sovietica è stata “un ciclo di attivazione, disgregazione e riattivazione del sistema”, l’URSS è stata un paese totalitario e però “i governanti sovietici non hanno mai esercitato un’autorità totalmente assoluta”; in ogni caso, essi hanno costituito una gerarchia privilegiata, e così via. Naturalmente, notevoli sarebbero stati “gli elementi di continuità con l’epoca zarista”. Peraltro i dirigenti bolscevichi dovettero confrontarsi con “l’eredità di un remoto passato [che] gravava su di loro”, a partire dal “ritardo industriale e tecnologico”, ma – anche se “un popolo di contadini venne trasformato in una società industriale e urbana” – ciò nonostante “l’operato di Lenin e dei suoi successori ebbe spesso l’effetto di aggravare, anziché risolvere, questi problemi”.

L’interpretazione di Service si presenta in sostanza come una ridda di semplificazioni, luoghi comuni e vere e proprie contraddizioni, il che rende estremamente debole un lavoro peraltro documentato. Il problema è la prospettiva meramente ideologica, il cui unico faro è la liberaldemocrazia occidentale, il che arriva a far scrivere all’A. all’inizio della Postfazione – in cui pure qualche rigo dopo deve riconoscere i mali della Russia di oggi (analizzati in numerosi studi come quelli di G. Boffa, G. Chiesa, C. Fracassi, A. Catone ecc.) – la seguente serie di “perle”: “I risultati conseguiti dalla Russia negli anni novanta sono stati considerevoli [sic!]. Sono state tenute elezioni parlamentari e presidenziali. […] la competizione tra partiti politici ha prevalso [e le oligarchie finanziarie?]. I gruppi sociali hanno avuto la possibilità di esprimere le loro aspirazioni e rimostranze [la mafia senz’altro]. È stata introdotta un’economia di mercato. Il predominio dell’apparato militare-industriale di Stato è stato già indebolito [vedi Putin]. Lo spirito imprenditoriale è stato incoraggiato. La stampa ha goduto di grande libertà, e persino il giornalismo televisivo non è stato interamente soggetto al potere politico centrale” [vedi Berezovskij]; inoltre “non vi sono state guerre lungo le frontiere internazionali del paese. Lentamente […] si è avviata la ripresa economica” [vedi tutti gli indici economici ufficiali].

 

[da: “Giano. Pace ambiente problemi globali”, 2000, n. 35]