Giuseppe Boffa, Dall’URSS alla Russia. Storia di una crisi non finita

22 mar 2017

Bari, Laterza, 1995, 421 pp.

Di Alexander Höbel

Nella sua ricostruzione, di agevole lettura e allo stesso tempo precisa e dettagliata, l’A. individua il punto di partenza della crisi finale dell’URSS (ma anche delle difficoltà della Russia attuale) nella destituzione di Krusciov (1964), quindi nel fallimento della “riforma Kosygin” (1965), che prevedeva una serie di modifiche ai meccanismi dell’economia sovietica. Si tratta, dunque, di una crisi sviluppatasi in circa trent’anni di storia.

I due momenti citati, assieme alla repressione dell’esperienza cecoslovacca nel 1968 e alla crisi polacca del 1970, segnano per l’A. la sconfitta di quel “riformismo comunista”, che viveva come “corrente sotterranea” fin dagli anni Venti e che a tratti riemergeva assumendo un ruolo centrale, così come era stato appunto con Krusciov.

Questa sconfitta si lega peraltro ad un più complessivo processo storico, che l’A. individua nel “tramonto del movimento comunista” internazionale per come esso si era storicamente determinato. Questo fattore, allo stesso tempo causa ed effetto dell’involuzione sovietica, produce in URSS un definitivo venir meno della prospettiva internazionalistica, l’assolutizzarsi della logica di grande potenza e la rinascita di un vero e proprio “neo-nazionalismo russo”.

L’epoca di Breznev è una fase di stagnazione ma anche di cambiamenti all’interno della società sovietica, sempre più tecnocratica, mentre il governo inizia a porre l’accento sui consumi di massa piuttosto che sulla produzione di beni strumentali. Ma il paradosso – alla lunga fatale per l’URSS – sta nel fatto che proprio in quel periodo l’economia reale cominciava a declinare, cosicchè l’aumento di importazioni fu possibile solo in seguito alla crisi petrolifera del 1973 che danneggiò i paesi occidentali avvantaggiando l’URSS. Quest’ultima prese ad importare beni di consumo esportando materie prime, secondo lo schema tipico dei paesi in via di sottosviluppo; quasi nulle erano le importazioni di tecnologie a causa delle “severe limitazioni imposte dai paesi dell’avversa alleanza atlantica”.

Alla mancata rivoluzione tecnologica si aggiungeva l’aumento di risorse impegnate per usi militari. Infine, a fronte della formazione di una nomenklatura come ceto separato e privilegiato, diviso per “gruppi di pressione”, l’economia centralizzata cedeva sempre più spazio ad una “economia ombra” privata, illegale e talvolta criminale. Parallelamente, cresceva l’area del dissenso.

L’avvento al potere di Gorbaciov, profondo conoscitore del sistema sovietico perchè ex-obkom, ossia capo politico provinciale, viene vista dall’A. come l’occasione mancata dei “figli del XX Congresso”, e cioè dell’ultima generazione di dirigenti politici che si richiamano al “riformismo comunista”. E tuttavia essi mancano proprio di un preciso piano di riforme. L’unica cosa che appare chiara a Gorbaciov è la necessità di ridurre le spese militari, ormai insostenibili; ma per fare questo è necessario superare la logica dei blocchi. Inoltre si deve operare una profonda “ristrutturazione” dell’economia; ma per fare questo occorre la partecipazione, quindi il consenso, quindi la “trasparenza”.

Da queste premesse muove sia la politica estera di Gorbaciov, che lo porterà ad avviare al vertice di Reykjavik con Reagan del 1986 una politica di disarmo ricca di passi unilaterali, sia la sua strategia interna, fatta di perestrojka e glasnost.

Nel 1987-88 l’internazionalista Gorbaciov si scontra col russo Eltsin, ma anche con Ligaciov, che teme una rischiosa accellerazione delle riforme. Queste ultime producono effetti discutibili: a livello economico, il potenziamento delle cooperative e del settore privato ai danni del settore statale favorisce l’allargarsi dell’economia ombra; sul piano politico il progetto gorbacioviano di separare il Partito dallo Stato, introducendo elementi di uno “Stato socialista di diritto”, mette in crisi quella che era la struttura portante e il cemento unificante (ideologico e organizzativo) dell’URSS, e cioè appunto il PCUS.

D’altra parte, a Gorbaciov manca anche il sostegno di quella intelligencija su cui tanto aveva puntato e che invece si sposta su posizioni sempre più radicali, a volte interne ai neo-nazionalismi montanti, che peraltro, come “associazioni informali” legalizzate, acquisiscono visibilità e caratteri di massa soprattutto nelle repubbliche baltiche. Il conflitto tra azeri e armeni per il Nagorno-Karabak appicca definitivamente l’incendio dei nazionalismi interni, mentre anche all’esterno dell’URSS – siamo ormai al 1989 – il blocco socialista si disgrega, certo anche in seguito alla perestrojka.

La fine del Comecon e del Patto di Varsavia segnano per l’Unione Sovierica la sconfitta nella Guerra fredda. L’URSS è ormai uno Stato privo di autorità all’interno e all’estero, e il fronte democratico-nazionalista ha buon gioco nel provocare la dissoluzione dell’Unione.

Ad essa segue quella che è stata definita “la più grande svendita della storia”, con enormi danni per l’economia reale – anche in seguito ad una sistematica deindustrializzazione – e parallelamente con la crescita spaventosa dell’economia criminale. Nè si può dire, conclude l’A., che questa crisi ancora in corso (che ha visto tra le sue fasi più drammatiche il cannoneggiamento del Parlamento da parte del “democratico” Eltsin) possa considerarsi – come pure molti in Occidente continuano a fare – un “progresso per la democrazia”.

 

[in “Giano”, 1996, n. 23]