Il crollo dell’impero sovietico

22 mar 2017

Adriano Guerra, Roma, Editori Riuniti, 1996, 239 pp.

Di Alexander Höbel

Alla sua ricostruzione, l’A. premette una breve riflessione su quelle che definisce “le miserie della sovietologia”, ossia i limiti di quella storiografia che ha studiato per anni l’Unione Sovietica concependola come una sorta di monolite, non valorizzando “la realtà di una dialettica politica sempre operante” nel Paese, e quindi non cogliendo la profondità della crisi in corso, nè tantomeno (nonostante alcune “profezie”) prevedendo il crollo.

Ma che cosa è crollato, e dunque che cosa era l’Urss? Guerra respinge le semplificazioni revisionistiche di chi vuole l’Unione Sovietica essere stata un regime totalitario paragonabile al fascismo: “Come si può cioè mettere sullo stesso piano – si chiede l’A. – chi si propone semplicemente di liquidare la democrazia borghese e chi… progetta di completarla e di superarla?” E ancora: “Avrà pure un significato il fatto che comunismo e fascismo si siano combattuti… come forze nemiche e inconciliabili e che al crollo finale del fascismo si sia giunti a conclusione di un conflitto che ha visto da una parte la “grande alleanza” fra i paesi democratico-parlamentari e l’Urss di Stalin e dall’altra le potenze fasciste”.

Nè d’altra parte si può parlare di un mero “capitalismo di Stato” (Bettelheim), ma occorre comunque inserire la storia dell’Unione Sovietica tra i “tentativi compiuti di realizzare una società socialista”. Tentativo certo degenerato, ma allora il discorso abbandona il terreno delle definizioni teoriche e torna sul terreno dello “storicamente determinato”, ossia del quando – e del perchè – la degenerazione è cominciata.

Sulla pretesa continuità Lenin-Stalin rispetto alla scissione socialismo/democrazia, per esempio, l’A. precisa che per il primo c’era la necessità urgente di consolidare il potere sovietico per “creare le premesse della civiltà” in Russia (Lenin a Suchanov) e propagare l’incendio. Saranno la guerra civile e la mancata rivoluzione in Occidente – coi tentativi congiunti di rovesciare l’Ottobre – ad imporre il “sistema del partito unico”, e quindi la prevalenza della “componente autoritaria del bolscevismo” (Cohen).

La sconfitta della rivoluzione in Occidente rende inoltre l’Ottobre una “rivoluzione nazionale russa”, accentuando quell’aspetto che troverà espressione nel “socialismo in un solo paese” di stampo staliniano e in quella continuità con l’Impero zarista che l’A. sottolinea già nel titolo. A parte la distanza dall’autodeterminazione dei popoli leniniana, il punto centrale è che cambiano la “missione storica” e il ruolo stesso dell’Urss, stretta nella contraddizione tra il suo isolamento, la necessità di salvaguardare se stessa in quanto Stato e il suo porsi come centro e guida del movimento comunista internazionale.

Ma a questo punto la domanda è: c’erano alternative? Riecheggiando Boffa (che parla di “sconfitta del riformismo comunista”), l’A. considera “le alternative che sono fallite”, e le individua innanzitutto in una industrializzazione più graduale ed equilibrata e in una maggiore apertura dopo la guerra, valutando il ruolo soggettivo di Stalin e quello oggettivo delle condizioni internazionali come ostacoli decisivi.

Morto Stalin, il riformismo di Berija e Malenkov (apertura dei gulag, revisione delle proporzioni tra sviluppo dell’industria pesante e consumi), e poi quello di Krusciov, che esalta la destalinizzazione in termini politici, ma non la porta sul terreno della riforma del sistema, rispetto a cui propone solo misure di tipo amministrativo, che peraltro metteranno in allarme la nomenklatura e porteranno alla sua destituzione.

Non a caso, con Breznev viene sancita una sorta di inamovibilità dei quadri dirigenti e con essa un nuovo patto tra centro e periferie, mentre il clientelismo comincia a diffondersi a partire dai massimi livelli.

La riforma Kosygin (1965), basata sul calcolo economico oltre che su una diversa qualità ed efficienza del lavoro, alluderà ad una vera e propria trasformazione del modo di produzione e al formarsi di un “mercato socialista” al posto del “meccanismo della direzione burocratico-centralistica”, che inizia a mostrarsi non più adeguato. Intanto nuovi valori si affermano e viene meno quel cemento ideologico che fino ad allora era stato elemento propulsivo della società sovietica, sempre più caratterizzata da squilibri e privilegi. Questi fattori provocano un irrigidimento della classe dirigente brezneviana, proprio mentre crescono il dissenso e le rivendicazioni di carattere democratico, inizialmente ancora “interne” e rivolte direttamente al Pcus.

A saltare, però, è proprio la pianificazione centralizzata, che non funziona più rispetto al dilagare della “seconda economia”, illegale o semilegale, sempre più egemonizzata da organizzazioni criminali con cui spesso sono collusi i vertici politici. Ormai contano solo i rapporti di forza tra settori produttivi (col predominio dell’industria pesante, militare e aerospaziale), aziende, regioni del paese, il che è causa ed effetto di spinte centrifughe sempre più forti.

Non di poco conto, infine, il peso negativo della perdita di egemonia anche riguardo al movimento comunista internazionale.

A questo punto è chiaro che il crollo è esito di un processo lungo e drammatico; secondo l’A. si è trattato di una “implosione” dovuta a fattori interni senz’altro decisivi, ma rispetto ai quali restano troppo in ombra gli altrettanto fondamentali fattori esterni (competizione sul mercato mondiale, corsa agli armamenti, ecc.).

La perestrojka infine ha aperto gli argini a tutte le spinte verso la dissoluzione dell’Urss (nuovi ricchi, mafia, poteri locali, ecc.), aggravando la situazione finanziaria del paese fino a renderla insostenibile (McAuley). La conclusione di Guerra è che l’Urss non era riformabile, perchè troppo radicato era “il sistema di Stalin”, e che di certo non poteva essere riformata accontentando tutti, come ha tentato di fare Gorbaciov, la cui “rivoluzione dall’alto” è stata travolta dalle diverse “rivoluzioni dal basso” che pure aveva incoraggiato. Per l’A. è stata l’ennesima sconfitta di un tentativo di tipo riformistico, in una situazione di oggettiva sproporzione tra i compiti e i problemi da risolvere e le risorse disponibili a tale scopo.

 

[in “Giano”, 1997 n. 24]