Il secolo dei comunismi

22 mar 2017

(a cura di M. Dreyfus, B. Groppo, C. Ingerflom, R. Lew, C. Pennetier, B. Pudal, S. Wolikow), Milano, Marco Tropea Editore, 2001

Di Alexander Höbel

Pensato come una risposta al Libro nero del comunismo, questo testo – opera di ventitré ricercatori coordinati da sette studiosi, con una forte prevalenza di autori francesi – mira a mettere in discussione due assunti fondamentali, tipici non solo del Libro nero ma in sostanza anche di storici revisionisti come Furet: il comunismo come fenomeno sostanzialmente unitario e omogeneo, e il comunismo come vicenda storica connotata principalmente per i suoi “crimini”. Come scrivono i curatori nell’Introduzione, il primo errore di tali impostazioni consiste nella “volontà di ridurre il comunismo a una proprietà fondamentale”, mentre “si può in effetti a buon diritto dubitare di questa rivendicazione di unicità: in realtà il comunismo si declina […] al plurale”. Né tanto meno la sua storia è quella di un ininterrotto e irrazionale susseguirsi di crimini ed efferatezze, essendo piuttosto quella di un grande (ancorché drammatico) progetto politico di riscatto ed emancipazione, “un’utopia che, in forme diverse, nel XXI secolo potrebbe essere uno degli orizzonti della storia politica”. Come aggiunge S. Wolikow, “l’invenzione di una natura del comunismo, generale e criminale per essenza” è stata usata come “modello astratto esplicativo e unico dei drammi del secolo”, giustificando così lo “sdoganamento del nazismo” di Nolte e dello stesso S. Courtois, principale autore del Libro nero.


La molteplicità del comunismo si rivela nel suo essere al tempo stesso una potente ideologia, un movimento politico di massa e internazionale, e un insieme di entità statuali, peraltro sensibilmente diverse tra loro. Lo stesso indice del volume restituisce la varietà e la complessità di quello che Bobbio giustamente definisce il “comunismo storico”. Dopo una prima parte introduttiva sulle “interpretazioni dei comunismi”, si esaminano “le grandi fasi” della loro vicenda, con un’ottica che dalla storia politica si apre alla storia sociale – e di qui i saggi sul rapporto tra comunisti e operai, sul ruolo dei contadini e delle donne in URSS, oltre all’approfondimento dell’azione dei comunisti in Cina, nel mondo arabo, nel Sudest asiatico, nell’Est europeo. La terza parte riguarda le organizzazioni e i militanti comunisti, con i loro diversi percorsi, e le varie subculture politiche ad essi sottesi. Infine, in una parte conclusiva che tuttavia rinuncia ad offrire un primo tentativo di sintesi, si affronta il tema della violenza, quello del rapporto tra antifascismi e comunismi, e quello delle “politicizzazioni operaie”.

Va detto che i saggi che compongono il volume non hanno né una medesima impostazione né uno stesso spessore, per cui l’impressione che si ricava dalla lettura del testo è piuttosto diseguale, né emerge una chiave di lettura non dico omogenea, ma quantomeno chiara. Discutibili appaiono le valutazioni e il modo stesso di affrontare varie questioni: dal rapporto tra comunisti ed operai, al ruolo dei comunisti nell’antifascismo, ai caratteri essenziali del bolscevismo, ecc.
I temi trattati, peraltro, sono molti e complessi, e ciascuno di essi meriterebbe una riflessione critica. Non essendo questo possibile, ci limiteremo a focalizzare una questione centrale, cui varie altre sono legate, e che costituisce uno dei cardini del Libro nero e di un ampio settore della storiografia, da Nolte a Furet: si tratta della categoria di “totalitarismo”. Nel saggio di M. Dreyfus e R. Lew su Comunismo e violenza, tra i migliori del volume, si passano in rassegna le elaborazioni e le analisi sul tema del totalitarismo che – si osserva – “si limita[no] a una visione dall’alto, ideologica, secondo la quale la società è ridotta a nulla, polverizzata”, laddove l’idea di uno “strapotere del livello politico” porta a “ignora[re] completamente la realtà delle società in questione”, con la sua complessità, le sue contraddizioni, le sue molteplici forme di resistenza, antagonismo, contrattazione. In sostanza, definendo i paesi del “socialismo reale” come “totalitari”, peraltro spesso comprendendo in tale definizione tutta la loro storia, di fatto li si concepisce come sistemi chiusi, statici e immutabili, perdendo di vista “il complesso movimento della storia” e rimanendo quindi spiazzati dinanzi ai cambiamenti, anche radicali, che invece si verificano – nel 1956 o nel 1985-91 – e che sono evidentemente frutto di una dinamica sociale e politica preesistente, ancorché parzialmente sotterranea. Quanto al martellante parallelismo che una certa storiografia fa tra comunismo staliniano e nazismo, i due autori richiamano la riflessione dello stesso R. Aron sulla ‘differenza essenziale’ fra questi due regimi, fra il campo di lavoro, il gulag, e il campo di sterminio nazista.
La stessa “militarizzazione del bolscevismo”, peraltro – aggiungono Dreyfus e Lew – ha cause e origini ben precise, che vanno dall’arretratezza sociale e politica della Russia dell’epoca alla dura esperienza della guerra civile, alla situazione di “cittadella assediata” che caratterizzerà l’URSS.
Ma c’è di più: come osserva S. Dullin sulla scorta dei lavori di M. Ferro, già “nel 1917 la bolscevizzazione dall’alto e l’assolutismo […] si sviluppano congiuntamente a un movimento che viene dal basso”, si collegano a “un radicalismo diffuso nella popolazione”; la stessa esperienza dei soviet “incoraggia i comportamenti assolutistici e violenti che scaturiscono da classi popolari troppo lungamente oppresse”, per cui “la natura del potere in URSS si spiega con la tendenza egemonica del Partito bolscevico, ma egualmente con l’emergere degli strati sociali che si apprestano a costituire il nuovo apparato dello stato”: anche successivamente, “il nuovo potere genera meccanismi di consenso e di partecipazione all’opera di modernizzazione dell’URSS”, così come “ai compiti del potere e della repressione”, benché nel 1928-30 questi meccanismi vivano una fase di parziale crisi. In ogni caso, un enorme processo di mobilità sociale e di sostituzione di ceti dirigenti è in atto, né si tratta di un dato definito una volta per tutte: questa mobilità, verso l’alto ma anche verso il basso, continuerà a caratterizzare l’esperienza sovietica, ancora una volta dunque tutt’altro che statica.
In quest’ottica, anche la questione della “burocratizzazione” assume un altro aspetto: come osserva B. Studer, nelle analisi che enfatizzano il ruolo della burocrazia, fino a definirla come la “nuova classe” dominante, si tende “ad attribuire a questi apparatčik un potere che chiaramente non avevano”, giacché esso era limitato “da un intero sistema di sovrapposizioni e concorrenza fra apparati”. Una interessante riflessione critica la Studer riserva anche al concetto di “deformazione burocratica”, “la maggior parte dei propugnatori” del quale “avanza una riflessione politica non priva di elementi teleologici”, che immagina “la rottura di una promessa”: è il “paradigma della rivoluzione tradita”, che si fonda anch’esso su una “ipertrofia del livello politico”, rispetto a cui gli elementi economici e sociali tendono a scomparire, o comunque a rimanere in secondo piano.
Considerazioni e impostazioni diverse, come si accennava, emergono da altri saggi che compongono il volume. Tuttavia, il richiamo ad una storiografia che non curi solo il piano politico, ma dia maggiore spazio al sociale e all’economico, e la sottolineatura della molteplicità del fenomeno “comunismo”, rimangono gli elementi comuni forti di questo contributo ad un’analisi meno ideologica e pregiudizialmente ostile di quello che può essere considerato il più grande fattore di trasformazione storica del XX secolo.
Alexander Höbel

[pubblicato in “Cassandra”, 2002, n. 3]