Palmiro Togliatti-“Lenin e il nostro partito”

22 mar 2017

(Da Rinascita, maggio 1960)

Si celebra quest’anno il novantesimo anniversario della nascita di Lenin. Lo si celebra in tutto il mondo. Lo celebrano tutti i popoli. Internazionale è stata, infatti, tutta l’opera di Lenin. Lo è stata per la fondamentale sua ispirazione di classe e rivoluzionaria; per le fondamenta e le elaborazioni di dottrina; per l’azione pratica in cui si è tradotta; per le grandi vittorie che l’hanno coronata, per la nuova situazione che è sgorgata da queste vittorie. Tutto ciò che Lenin ha realizzato, col pensiero e con l’azione, interessa e tocca in modo diretto la classe operaia e i popoli del mondo intiero, dai paesi capitalistici più o meno avanzati ai territori coloniali e semicoloniali, dal vecchio Occidente europeo all’Asia, all’Africa, alle Americhe. La sua attività si colloca, esattamente, nel momento del passaggio da un periodo storico a un altro, dal periodo della espansione del capitalismo a quello della sua decadenza, del suo crollo e dell’avvento della società socialista. La genialità di Lenin consistette, precisamente, nell’avere non soltanto intuito e colto nei fatti la realtà di questo passaggio, ma nell’averne dimostrato scientificamente la necessità e da questa dimostrazione aver ricavato la sicurezza di un’azione rivoluzionaria, la certezza dei successi che non potevano mancare, l’indirizzo di azione che doveva garantire questi successi. Gli furono guida i principi della dottrina marxista, ch’egli seppe applicare e sviluppare in modo adeguato alle nuove condizioni e situazioni che si venivano creando. Non vi è nessun uomo di pensiero dell’età nostra, nessuno storico, nessuno scienziato, nessun filosofo che, per questo aspetto, possa reggere il confronto con Lenin. Le più elaborate costruzioni ideologiche, le analisi più attente, i più studiati tentativi di previsione scientifica che sono partiti o partono dal campo delle attuali classi dirigenti, quando non rivelano a prima vista di essere espedienti apologetici e strumenti di una determinata politica di queste classi, sono giuochi senza serietà e senza costrutto, di fronte alle verità che Lenin ricavò dalla perfetta conoscenza del mondo moderno, delle sue interne contraddizioni e della inevitabilità, in conseguenza di esse, di quello sviluppo oggettivo e rivoluzionario che ci ha portato alla situazione presente.

Note sono le colonne su cui poggia l’edificio della dottrina scientifica e rivoluzionaria di Lenin: la definizione dell’imperialismo e delle leggi del suo sviluppo come fase suprema del capitalismo; la dimostrata necessità storica della rottura della catena del dominio imperialistico e quindi della rivoluzione proletaria, della rivolta dei popoli asserviti dal colonialismo e dell’avvento di un nuovo ordinamento economico e sociale; la rinnovata affermazione e dimostrazione, secondo le linee già tracciate da Marx e da Engels, della funzione di guida rivoluzionaria che spetta al partito della classe operaia e, di conseguenza, la elaborazione di una strategia e di una tattica per questo partito. La sua insuperata capacità di analisi, di generalizzazione dei risultati della ricerca analitica e di precisa determinazione del carattere di ogni situazione concreta e delle sue prospettive si collegavano però sempre direttamente con la pratica del lavoro rivoluzionario. È nella pratica di questo lavoro che la dottrina di Lenin si sviluppò. È attraverso questa pratica che essa trovò la prova decisiva della sua verità e il suo coronamento in una prodigiosa attività creatrice.

Nel corso di questo gigantesco lavoro l’attività di Lenin si tradusse in scritti di importanza fondamentale, classici del pensiero filosofico e politico. Non può prescindere dalla conoscenza di questi scritti chiunque voglia comprendere qualcosa di ciò che è accaduto nell’ultimo mezzo secolo di storia e di ciò che sta accadendo. In essi, però, il militante rivoluzionario trova la guida che gli occorre non soltanto per capire, ma per muoversi e andare avanti in ogni situazione nuova. Ma ciò che più conta è che l’attività di Lenin si tradusse in una serie infinita di decisioni pratiche, volte a risolvere problemi sempre difficili, spesso ardui e storicamente decisivi, e ogni decisione, come risulta dalle giustificazioni che egli stesso ne dette, è in ogni caso sorretta da giudizi acuti, che rifuggono da qualsiasi dogmatismo e schematismo, perché colgono sempre la sostanza delle cose e del loro movimento e in questo modo scoprono l’essenziale di ciò che sta accadendo e l’essenziale dei compiti che debbono essere assolti. Per questo si deve dire che l’opera sua è un insegnamento continuo, e non perché fornisca formule buone per qualsiasi situazione, ma appunto perché sprezza le formule prefabbricate e quando è necessario apertamente le respinge, per restaurare in ogni caso il genuino metodo marxista della ricerca creatrice, nella fondamentale fedeltà ai principi della lotta rivoluzionaria per il socialismo.

Mi sembra dunque sia ancora poca cosa affermare che oggi, a novant’anni dalla nascita e a trentasei anni dalla morte, Lenin sia tra di noi, come maestro e guida, più che mai vivo. Si deve riconoscere e affermare, oltre a ciò, che il pensiero e l’azione sua hanno segnato il cammino che la storia, la civiltà, la società del giorno d’oggi hanno seguito e stanno seguendo.

In mezzo secolo di lavoro e di lotte, attraverso la bufera di due guerre e di spietati attacchi e persecuzioni, il movimento comunista ha conquistato, nella realtà delle cose e nella coscienza delle masse lavoratrici, posizioni più estese, più solide e più significative di quanto non abbiano conquistato, con opera di secoli, tutti i precedenti movimenti politici e sociali. Uno Stato socialista, l’Unione Sovietica, che è al primo posto dello sviluppo economico, del progresso scientifico e della forza materiale; un sistema di Stati socialisti che abbraccia la terza parte del mondo e comprende, tra l’altro, la Repubblica cinese, il più forte e progredito degli Stati asiatici; il crollo, in Asia e in Africa, dell’odioso sistema coloniale; la fine dell’assoluto predominio economico del capitalismo e dell’imperialismo; un inizio di avanzata verso la distensione dei rapporti internazionali e verso una pace stabile; l’affermarsi di un movimento comunista sicuro di sé stesso in tutti gli Stati del mondo; la realtà del socialismo che supera le sue prove, si consolida, diventa per tutto il mondo, la sola reale prospettiva di progresso, di libertà e di pace. Questo è ciò che Lenin ha creato. Questo è ciò che hanno creato la classe operaia, le masse lavoratrici e i popoli, volgendo in atto non solo le previsioni scientifiche e le anticipazioni politiche, ma le indicazioni di lavoro e di lotta di Lenin.

Per questo accade che, nel celebrare l’odierno anniversario, i militanti operai, comunisti e socialisti di ogni paese non sono colpiti soltanto da quelle affermazioni di principio e da quei motivi di ordine generale che ricordano loro la genialità del grande capo proletario e l’edificio incrollabile della sua dottrina, ma sono tratti a rievocare e fare oggetto di nuova riflessione elementi e motivi concreti legati in modo diretto alla storia delle loro lotte più recenti, elementi e motivi che sgorgano da una esperienza non solo di ieri, ma del giorno d’oggi, e attraverso i quali la universale verità delle dottrine leniniste acquista la sua specifica attualità e concretezza storica, politica, nazionale.

Al movimento operaio, al partito socialista e al partito comunista italiano Lenin dedicò la propria attenzione ripetutamente e di proposito, prima della guerra mondiale, durante la guerra, nel periodo di costituzione della III Internazionale e in seguito. E la precisione, la freschezza e il valore attuale dei suoi giudizi tuttora colpiscono.

Si osservi innanzitutto che negli scritti precedenti la prima guerra mondiale, i richiami al nostro paese si trovano con una certa frequenza, e sono sempre accompagnati dalla chiara definizione dell’Italia come paese imperialista, che per questa sua caratteristica viene posto al livello degli altri grandi Stati dell’Europa. Non vi è dubbio che Lenin conosceva l’arretratezza dello sviluppo economico italiano. Aveva vissuto in Italia e non poteva non averlo colpito il quadro della miseria popolare accampata nelle città di Napoli, di Roma. Nello scritto polemico dell’agosto 1915, volto a confutare le posizioni sostenute da Roberto Michels e da T. Barboni a proposito dell’espansione coloniale italiana e della posizione del movimento operaio italiano verso la guerra, egli accetta la definizione dell’imperialismo italiano come “imperialismo della povera gente” e parla della “disperata miseria” delle masse degli emigrati italiani. (Imperialismo e socialismo in Italia, agosto 1915.) Lo scritto però respinge e fa a pezzi la famigerata tesi, sostenuta tanto dai sindacalisti transfughi del socialismo, quanto dai nazionalisti borghesi, della “nazione proletaria” che, appunto perché arretrata e povera, non potrebbe superare questa sua arretratezza e far scomparire la miseria delle masse se non lanciandosi alle imprese coloniali e alle guerre di conquista, per strappare alle altre grandi potenze il monopolio delle colonie, degli empori di materie prime e degli sbocchi commerciali. Sostenere posizioni simili vuol dire attribuire alla classe operaia la politica della borghesia imperialista, mettere il movimento operaio al servizio di questa borghesia. Cosa che il Barboni del resto faceva, sostenendo che il partito socialista avrebbe dovuto dichiararsi favorevole all’intervento in guerra dell’Italia dalla parte della Triplice Intesa.

La precisa definizione dell’Italia come paese imperialista, quale risultava dalle imprese africane, dalle mire sui Balcani e sull’Asia minore, dai patteggiamenti con le altre grandi potenze, da tutta la politica europea dello Stato italiano e dallo stesso intervento nella guerra mondiale, può sembrare a molti, oggi, come naturale, di per sé evidente. Ma non fu così mentre gli avvenimenti si svolgevano. Basti ricordare che proprio nel giudicare della espansione coloniale lo stesso Antonio Labriola non riuscì a formulare una posizione di classe rivoluzionaria e si staccò dal marxismo. Dopo aver costatato che l’espansione del capitalismo nei territori coloniali era conseguenza di uno sviluppo che necessariamente partiva dall’interno del sistema, egli non fu in grado di definire una conseguente opposizione di classe alle imprese in cui quello sviluppo si traduceva; scivolò, anzi, verso le stesse posizioni dei sindacalisti e dei nazionalisti. Lo stesso errore si tradusse, in forme diverse, tanto nell’abbandono dei principi socialisti da parte del gruppo bissolatiano al tempo dell’impresa libica, quanto nelle aberranti dottrine predicate, al seguito dei nazionalisti borghesi, da Mussolini e dai capi sindacalisti per sollecitare l’intervento nella guerra mondiale. E l’errore aveva la sua profonda radice di dottrina nella assenza di una giusta concezione di ciò che è l’imperialismo, della sua natura, delle leggi del suo sviluppo e dei compiti che si pongono nella lotta contro di esso. Non si può negare che le masse operaie e socialiste italiane intuissero la sostanza di questi compiti. Lo dimostra la violenta opposizione contro la quale urtarono sempre le imprese coloniali, e che fu particolarmente aperta e decisa nelle città e regioni dove il movimento operaio era più avanzato e più progredita la coscienza di classe dei lavoratori. Lo conferma la svolta a sinistra con la quale il partito socialista rispose tanto ai progressi del nazionalismo borghese quanto al tradimento dei bissolatiani. Se ne ha una riprova nello stesso sviluppo tra le masse del movimento antimilitarista attorno al 1910, alla vigilia della guerra. Allo slancio delle masse e dei quadri non corrispondeva, però, nel partito, una adeguata coscienza teorica e politica.

Soltanto la chiara consapevolezza del passaggio del capitalismo alla nuova fase imperialistica del suo sviluppo e la conoscenza di cosa sia e cosa significhi questa fase tanto nella economia quanto nella politica potevano dare alla classe operaia e ai suoi partiti una nuova sicurezza, sia nel determinare i loro compiti immediati, sia nello stabilire le grandi prospettive del movimento. La dottrina dell’imperialismo è il cardine di ciò che Lenin ci ha insegnato. Da essa discende direttamente la affermazione che la nuova era apertasi nella storia è l’era delle rivoluzioni proletarie e del passaggio al socialismo, e che i partiti operai debbono rompere definitivamente con l’opportunismo, debbono diventare dei partiti comunisti e adeguare alla nuova situazione tutta la loro attività, se vogliono essere in grado di adempiere la funzione loro di avanguardia e di guida.

Mezzo secolo di storia ha confermato quanto fosse rigorosamente giusto tutto ciò che Lenin, trattando questi temi fondamentali, dimostrava e prevedeva. In questo mezzo secolo vi sono state due spaventose guerre mondiali, uscite entrambe dal violento scoppio delle contraddizioni dell’imperialismo. Sono state numerose, continue le rotture seguite da scontri limitati, le imprese di rapina, le catastrofi economiche e politiche, le avventure antidemocratiche e reazionarie originate tutte dall’interna dialettica di un sistema che non può più assicurare ai popoli un progresso nella pace. A noi italiani è toccato, malauguratamente, di fare per i primi la dura esperienza di quella tendenza dell’imperialismo a generare regime di reazione aperta e di sciovinismo esasperato, quale fu il regime fascista. Anche dopo la seconda guerra mondiale, l’arrovesciamento delle alleanze, la guerra fredda scatenata e il mondo trascinato e mantenuto per dieci anni sull’orlo dell’abisso di un nuovo conflitto, sono fatti che non avremmo potuto capire a fondo se non alla luce della dottrina leninista dell’imperialismo. Anche nei momenti più difficili, quando, di fronte alle oscillazioni di una parte dell’opinione pubblica, prima travolta dalla gazzarra fascista, poi impressionata, in parte, dalla brutalità americana, dovemmo muoverci e lottare contro la corrente, quella dottrina ci dette la sicurezza che eravamo e siamo nel giusto combattendo per la pace contro le imprese dell’imperialismo.

Ma la genialità di Lenin si rivela, anche a proposito dei giudizi sull’imperialismo e sulla sua politica, in modo veramente singolare, quando si pensi che, dopo la presa del potere e nel momento in cui l’Unione Sovietica ancora combatteva per la vita o per la morte, contro l’intervento straniero, fu proprio Lenin che affermò la possibilità della pacifica coesistenza tra paesi a regime socialista e paesi capitalistici, pur mantenendo gli uni e gli altri la loro natura. La storia gli ha dato ragione. Un gruppo di Stati capitalistici e imperialistici è perfino giunto, durante l’ultima guerra, alla alleanza con l’Unione Sovietica, per raggiungere il fine comune della distruzione della barbarie fascista. Quella alleanza non cambiò la natura di quegli Stati. Permise, però, la vittoria. E analogamente oggi. In un regime di pacifica coesistenza non muterà la natura dell’imperialismo. Sarà però possibile impedire che scoppi un nuovo conflitto mondiale da cui tutta la nostra civiltà sarebbe distrutta. Il pensiero leninista si oppone a qualsiasi travisamento schematico della realtà, ed è schematismo addurre i tratti caratteristici dell’imperialismo, quali derivano dalla sua struttura organica e dalle sue interne contraddizioni, per negare la possibilità di una profonda e permanente distensione dei rapporti internazionali e la conquista di uno stabile regime di pacifica coesistenza. I tratti caratteristici però non cambiamo; cambiano però i rapporti di forza tra i due campi, quello del socialismo e quello del capitalismo, e tra le opposte schiere, quelle di chi combatte per un nuovo ordinamento sociale e per l’indipendenza di tutti i popoli e quelle di chi oppone a questo inevitabile progresso. Nei nuovi rapporti di forza, i circoli dirigenti dell’imperialismo non sono più in grado di fare tutto quello che vorrebbero e tutto quello che fecero nel passato. Si creano nel loro stesso seno nuovi contrasti, maturano nuove contraddizioni; il campo degli Stati socialisti e le masse popolari di tutto il mondo acquistano la capacità di impedire lo scoppio di un nuovo conflitto mondiale e tutta la situazione internazionale tende quindi a svilupparsi in modo nuovo. La parola d’ordine della lotta per la pace che Lenin giustamente respinse quando, durante la prima guerra mondiale, maturava una situazione rivoluzionaria acuta e si doveva combattere la guerra imperialista in guerra civile, diventa oggi la parola d’ordine più giusta, più popolare e più efficace nella lotta stessa per liberare definitivamente tutto il mondo dal giogo imperialista.

Comprendere il leninismo e applicarlo vuol dire comprendere questi cambiamenti, comprendere come dai successi stessi della lotta per il socialismo, oltre che dallo sviluppo delle cose sorgano situazioni nuove, nelle quali noi continuiamo ad andare avanti verso la stessa meta, ma il cammino è diverso, diverse sono gli obiettivi concreti e vicini e diversi i compiti da realizzare. Nell’esprimere il suo giudizio sul Partito socialista italiano dell’anteguerra Lenin non esitò a riconoscere in uno scritto del 1915, che questo partito rappresentava “una eccezione, per il periodo della Seconda Internazionale” la eccezione stava nel fatto che “gli opportunisti, con Bissolati alla testa, erano stati allontanati dal partito”. Noi sappiamo, ed egli stesso sapeva che quella operazione, compiutasi a Reggio Emilia nel 1912, non poteva in alcun modo essere avvicinata al processo di differenziazione e di scissione, che dal congresso di Londra alla conferenza di Praga aveva portato alla formazione del partito bolscevico. Nel commentare lo stesso congresso di Reggio, Lenin, riaffermando che “una scissione è cosa grave e dolorosa, ma qualche volta necessaria e in questi casi ogni debolezza…è un delitto” (Il Congresso dei socialisti italiani, luglio 1912) aveva costatato come rimanessero nel partito i riformisti di sinistra, con Turati alla testa, e contro la politica di questo gruppo e del suo principale esponente (avvicinato a Millerand e agli altri transfughi del movimento operaio) la sua polemica fu aspra e continua prima, durante e dopo la guerra. Perciò, pur dopo aver costatato la “felice eccezione” dell’allontanamento dei riformisti, egli riservava il suo giudizio su ciò che il partito avrebbe potuto fare in seguito, in caso di entrata in guerra dell’Italia (E poi che cosa?, gennaio 1915). Sappiamo come andarono le cose. Le masse operaie e socialiste, nei dieci mesi che durò la neutralità, si schierarono senza esitazione contro la guerra e contro l’interventismo condannando senza remissione coloro che se ne fecero i fautori. A questo fatto venne attribuita da Lenin una grande importanza. Lo considerò (Il socialismo e la guerra, agosto 1915) una specie di votazione a favore o contro le posizioni dell’internazionalismo e quelle dello sciovinismo. In Italia era stato possibile, per parecchi mesi, fare la scelta liberamente e la scelta non era stata fatta a caso. Lo sciovinismo era stato battuto mentre, nel partito socialista perfino Zibordi, uno dei riformisti di sinistra condannava lo sciovinismo tanto della borghesia tedesca e austriaca quanto di quella francese e considerava la guerra “come una guerra della borghesia di tutti i paesi”. L’Avanti! lottava, con l’appoggio della stragrande maggioranza degli operai più progrediti, contro lo sciovinismo, denunciando gli interessi borghesi sotto gli appelli alla guerra. (Situazione e compiti dell’Internazionale socialista del novembre 1914). Quando però anche l’Italia fu in guerra, il peso degli opportunisti e riformisti “di sinistra” che dominavano nel gruppo parlamentare e alla testa dei sindacati, si fece sentire sempre più fortemente, l’ala intransigente si accontentò della formula equivoca del “non aderire né sabotare”, dopo Caporetto Turati con le sue dichiarazioni alla Camera confuse il partito nel blocco patriottardo e le occasioni rivoluzionarie che sorgevano dalla guerra non vennero nemmeno percepite.

Venivano così alla luce i problemi di fondo del movimento operaio italiano e al di sopra di tutti la stridente contraddizione tra la situazione oggettiva e la spinta rivoluzionaria che partiva dalle masse, e dall’altra l’incapacità del partito e dei suoi dirigenti di comprendere quelle condizioni e interpretare e guidare questa spinta verso gli obiettivi che sorgevano dalla situazione. La contraddizione esplosa in modo drammatico alla fine della guerra, quando si aprì, in una caotica situazione economica e politica, una vera vacanza di potere della borghesia, ma in una lotta per il potere non riuscì ad inserirsi che il gruppo operaio dell’Ordine nuovo, isolato, non compreso e osteggiato tanto dai riformisti quanto dai pretesi rivoluzionari. Intanto però la spinta delle masse agiva sul partito, che aderiva come deliberato di congresso alla Internazionale comunista e inalberava la bandiera della rivoluzione socialista e sovietica mentre l’ala riformista, incapace anch’essa un attuabile programma di rinnovamento economico e politico, teneva però in mano le leve di direzione del movimento e, di fatto, lo paralizzava.

Questo groviglio di contraddizioni non si poteva risolvere se non con la rottura del vecchio partito e con la creazione di un partito nuovo – del partito comunista. Non solo, ma risultava da tutta la situazione che alla rottura si doveva giungere concentrando il fuoco non soltanto contro l’ala riformistica, ma contro il gruppo massimalista di centro che, col pretesto dell’unità, copriva il riformismo, e perpetuava una situazione equivoca e priva di vie d’uscita.

Due fatti vogliamo mettere in rilievo, relativamente a questo periodo, perché furono strettamente legati l’uno all’altro, in modo da costituire quasi una cosa sola. L’uno è l’immediata, profonda penetrazione del nome e dell’esempio di Lenin nella coscienza delle masse lavoratrici italiane. L’altro è la rispondenza diretta di Lenin a questo orientamento per gran parte spontaneo delle masse. L’uomo, la sua azione e la sua dottrina non incominciarono a essere presentati ai lavoratori italiani, nella loro vera luce, se non dopo il 1917. Sui fogli del partito se ne era parlato poco o niente. A Zimmerwald la delegazione italiana aveva respinto le posizioni leniniste; a Kienthal solo Serrati si era alquanto spostato verso la sinistra, ma questo spostamento si era tradotto, sull’Avanti!, in una esaltazione dell’opera di Karl Liebknecht, non in una popolarizzazione delle tesi di Lenin. Si deve quindi a una prodigiosa intuizione di massa la popolarità di cui questi godette già nel ’17 e che si espresse nel saluto tempestoso ed entusiasta che gli operai di Torino gli rivolsero, in un comizio convocato, tra le due rivoluzioni russe, per applaudire una delegazione di decisi avversarsi del partito bolscevico. Via via che ciò che accadeva in Russia veniva conosciuto, benché spesso in modo frammentario ed inesatto, l’orientamento delle masse si precisava e diventava più profondo il loro attaccamento alla causa di Lenin. E in ciò vi era già assai più che la premessa della futura scissione. Ciò avveniva infatti mentre la politica ufficiale del partito socialista precipitava verso le posizioni socialpatriottiche. “In Italia – scriveva Lenin nel gennaio 1917- il partito socialista si è tacitamente riconciliato con la fraseologia pacifista del gruppo parlamentare e del suo principale oratore, Turati” (Agli operai che sostengono la lotta contro la guerra). In Italia avevano però anche luogo i fatti di Torino, che egli registrava come un sintomo che “lo sviluppo della rivoluzione mondiale è indiscutibile” (Lettera ai compagni bolscevichi partecipanti al Congresso regionale dei soviet della regione settentrionale, ottobre 1917). e la vittoria della Rivoluzione d’ottobre si ripercuoteva come un tuono, accelerando tutto il processo di formazione rivoluzionaria, e travolgendo il socialpatriottismo di Turati, aprendo finalmente a tutto il movimento una concreta e possibile prospettiva di vittoria, imponendo a tutto il partito socialista (riformisti compresi) l’adesione alla III Internazionale nel congresso di Bologna del 1919.

Anche prima di questa adesione ufficiale vi era stata l’adesione spontanea alla rivoluzione russa e ai suoi principi della grande maggioranza dei lavoratori socialisti italiani. Lenin aveva registrato la cosa, commentando, nel gennaio 1919, la mozione votata dalla sezione socialista di Cavriago (nella terra di Prampolini!) per salutare in “sovietisti russi” ed esprimere l’augurio che il loro programma fosse “accettato in tutto il mondo” e servisse “a condurre sino in fondo la lotta contro la borghesia e la dominazione militare”. Gli operai italiani, senza conoscere questo programma (che, del resto, osserva Lenin, non esisteva neppure, come programma comune a tutte le avanguardie rivoluzionarie) avevano capito che in Russia si decideva “la sorte della rivoluzione mondiale” (Per la fondazione dell’Internazionale comunista, marzo 1919). Ciò che non poteva capire Turati, che a Bologna chiamò “orda” il regime dei Soviet, suscitando lo sdegno delle masse operaie. Come appare grottesco quell’insulto, oggi, a distanza di più di quarant’anni!

La risposta e il plauso alla decisione del congresso di Bologna non furono espressi da Lenin in modo soltanto formale. Prima di tutto, in una breve lettera del 29 ottobre 1919, egli diceva chiaramente che la lotta contro le tendenze opportuniste aperte e mascherate doveva continuare e si sarebbero dovute riportare altre vittorie. Poi, in un codicillo che la stampa socialista italiana non poté pubblicare per la censura, rapidamente si occupava dei “compiti molto difficili” che stavano davanti al proletariato italiano, segnalava il pericolo di una “insurrezione prematura” verso cui la borghesia avrebbe potuto spingere la classe operaia per schiacciarla più facilmente e ammoniva che bisognava “conquistare al comunismo tutto il proletariato industriale e agricolo e anche i piccoli proprietari” (Lettera al compagno Serrati e ai comunisti italiani).

In poche righe veniva così tracciato, nel momento di una crisi rivoluzionaria acuta, un orientamento strategico e tattico sul quale anche oggi non è male che ritorni la nostra riflessione. Era un orientamento non del tutto eguale a quella che era stata la grande strategia della Rivoluzione d’ottobre: ma era un orientamento che ben aderiva alla situazione del nostro paese.

Si può dire che con questo saluto incominci l’azione che era indispensabile per fare della separazione dei comunisti dai riformisti e dai centristi non un semplice episodio, imposto dalla esasperazione del contrasto fra le opposte tendenze e frazioni, ma il punto di partenza di un processo, non facile e non breve, che doveva portare alla creazione di quella guida rivoluzionaria di cui la classe operaia e il popolo italiano avevano bisogno per poter affrontare con successo le lotte di quel momento e il lungo cammino successivo. Non era sufficiente lo slancio. Non bastava lo sdegno suscitato nell’animo dei militanti operai dal tradimento dei capi riformisti. Non bastavano nemmeno le capacità organizzative, che l’avanguardia operaia italiana in tutte le occasioni aveva dimostrato di possedere. Era necessario un giusto orientamento di dottrina. Occorreva dar prova di intransigenza per respingere e battere l’opportunismo, ma di intelligenza, abilità e flessibilità nel determinare la tattica e attuare una politica giusta, a contatto con le masse italiane, così differenziate, che dovevano essere conquistate, unite e guidate verso la rivoluzione socialista. Lo stesso gruppo dell’Ordine nuovo, che era comunista e autore di quella risoluzione della sezione socialista di Torino che Lenin riconobbe pienamente corrispondente a tutti i principi della III Internazionale (Tesi sui compiti fondamentali del II Congresso dell’IC e Discorso sulle condizioni di ammissione all’IC, del luglio 1920), doveva ancora percorrere molto cammino per diventare il vero gruppo dirigente di un grande partito operaio e non lo avrebbe percorso se non vi fosse stata la guida di Lenin. Gramsci era senza dubbio già assai avanti nello studio e nella comprensione delle condizioni della società borghese italiana e dei compiti di una strategia rivoluzionaria. Aveva penetrato il carattere della rivoluzione socialista, superato i democratismi borghesi e afferrato il compito di rinnovamento democratico e socialista che spetta alla classe operaia. Non sarebbe però diventato, senza Lenin, quello che è stato ed è. Dal movimento dei consigli di fabbrica, alla riscoperta della questione meridionale come elemento determinate di una strategia rivoluzionaria e alla creazione di un nuovo gruppo dirigente del partito il cammino è diretto. Non sarebbe però stato compiuto in quel modo e con quei risultati. Per quanto riguarda le altre correnti, non si deve dimenticare che al Congresso di Livorno i comunisti non ebbero la maggioranza, che toccò invece al gruppo di centro capeggiato da Serrati. La cosa si spiega con parecchi motivi: il fatto che il congresso si tenne quando l’ondata rivoluzionaria già rifluiva e si era scatenato l’attacco fascista; la chiusura settaria della direzione bordighiana dei comunisti, che respingeva, anziché attirarli, gli esitanti; e l’attaccamento non soltanto di sentimento alla unità del vecchio partito per quella infinità di posizioni che da anni ed anni erano tenute dai riformisti. Il movimento doveva effettivamente venire tutto ricostruito, in tutte le sue parti e in tutte le sue ramificazioni, dall’alto al basso del partito e nei contatti e legami di questo con le tradizionali organizzazioni di massa, le quali dovevano pure subire un processo di rinnovamento.

Tutti ricordano come da Lenin l’attacco contro i riformisti e contro gli opportunisti cosiddetti unitari (Serrati, ecc.) venne condotto senza esitazione, respingendo con una ineccepibile argomentazione e con incomparabile energia i pretesti che venivano opposti alla operazione necessaria per liberare il partito dal peso morto dei riformisti. Forse non è rimasto altrettanto chiaro il ricordo della precisione di contenuto politico della sua battaglia. Si suole ricordare una sua espressione, secondo la quale bisognava unirsi con Turati e con i riformisti nella lotta, dopo essersi separati da loro come partito. E’ difficile stabilire esattamente il contesto in cui venne fatta questa affermazione, probabilmente in una seduta della commissione del II Congresso dell’Internazionale. Vi fu, però, in Italia che ne riferì e parlò perfino con scandalo. Non era invece niente di strano. Era il semplice richiamo alla necessità che i comunisti lottassero per realizzare, contro la borghesia capitalistica, un fronte unito di tutte le masse lavoratrici, comprese quelle che ancora seguivano i riformisti. Era un chiaro accenno a quella tattica del fronte unico che l’Internazionale stava per rendere obbligatoria per tutte le sue sezioni.

Ma, oltre a questo, dai documenti leninisti di quel momento, nei quali si dimostra la necessità della scissione, risulta evidente che la lotta di Lenin fu, anche in quella occasione, una lotta su due fronti, nella quale era già, implicita e anche esplicita, la battaglia contro il sinistrismo o estremismo infantile. Né intendo riferirmi soltanto alla polemica contro l’astensionismo parlamentare, che era una delle colonne del settarismo bordighiano. Serrati ripeteva continuamente “la stessa idea, cioè la necessità di una tattica agile”. Rispondeva Lenin che questa idea “è incontestabile”. Bisognava però scendere all’esame delle condizioni concrete dell’Italia, le quali richiedevano che il partito facesse “un certo passo a sinistra (senza legarsi le mani e senza dimenticare che, in seguito, le circostanze potranno benissimo esigere qualche passo a destra)”, che non poteva fare fino a che avesse avuto nelle proprie file i capi riformisti. Qui sorgeva l’obiezione del “blocco”: se la classe operaia avesse preso il potere, l’Italia sarebbe stata bloccata dagli imperialisti e la resistenza resa impossibile. Lenin rispondeva allargando la visuale a tutta l’Europa. Erano in preda a una crisi rivoluzionaria tanto la Francia quanto la Germania, e la rivoluzione italiana avrebbe fatto crollare tutto l’edificio, purché si fosse combattuto con decisione e il partito “fosse stato cento volte più saldo, più deciso, più audace, più implacabile” di quanto non poteva essere in circostanze ordinarie o in momenti meno difficili. (Falsi discorsi sulla libertà, novembre-dicembre 1920). Questa era la sola prospettiva reale e giusta, in quegli anni, per il movimento operaio dei grandi Stati capitalistici dell’Europa. Perciò era comune a tutti il compito di creare un partito rivoluzionario conseguente, un partito comunista. Ma che cosa voleva dire quella prospettiva? Che dovevano avvenire e dovevano essere fatte dappertutto le stesse cose che in Russia? In nessun modo, e Lenin lo affermò nettamente e senza alcuna esitazione. “Che cosa significano tutte queste chiacchiere, – dice, – di Serrati e del suo partito, secondo cui i russi vorrebbero soltanto essere copiati dagli altri? Noi esigiamo precisamente il contrario. Non basta sapere a memoria le rivoluzioni comuniste e adoperare a ogni occasione delle frasi rivoluzionarie. Questo è poco e noi siamo a priori contro i comunisti che sanno a memoria tale o tal altra risoluzione. La prima condizione del vero comunismo è la rottura con l’opportunismo. Ai comunisti che accettano questa condizione parleremo con tutta libertà e chiarezza e avremo il pieno coraggio e il diritto di dir loro: non fate sciocchezze, siete intelligenti e abili.” Se la prima tappa deve essere la rottura con l’opportunismo, la seconda “non consisterà certo nel rimasticare delle parole rivoluzionarie. Essa consisterà nell’accettare le nostre risoluzioni che saranno sempre intelligenti e abili e ripeteranno sempre: i principi rivoluzionari fondamentali debbono essere adattati alle particolarità dei singoli paesi. La rivoluzione in Italia non si svolgerà come si è svolta in Russia. Essa incomincerà in un altro modo. In che modo precisamente? Non lo sappiamo né io né voi”. E ancora: “Noi non abbiamo mai preteso che Serrati copiasse in Italia la rivoluzione russa. Sarebbe sciocco pretenderlo. Siamo abbastanza intelligenti e flessibili per evitare una sciocchezza simile” (Discorso sulla questione italiana, giugno 1921)

Non so se vi è chi rimarrà sorpreso da questa chiarezza del richiamo alle particolarità dei singoli paesi, fatto proprio nel momento in cui un compito comune veniva posto all’ordine del giorno per tutti. Non si sorprenderà chi abbia dimestichezza con l’opera di Lenin, nella quale questo richiamo non è mai dimenticato; certo è però che la coscienza della verità che esso contiene fu alquanto offuscata, in periodi successivi, e dovette essere ristabilita non senza una certa fatica. Affermare che si deve tener conto delle particolarità di ogni paese è cosa semplice. Difficile è conoscere queste particolarità, e ricavare dalla loro conoscenza conseguenze giuste. Anche Serrati diceva, nel 1920, di non voler rompere con i riformisti perché l’averli nel partito era una “particolarità” italiana. D’altra parte egli aveva rifiutato di tener conto di quella “particolarità” che era stato il movimento rivoluzionario dei consigli di fabbrica. E i riformisti (sia di destra che di sinistra) non avevano mai né saputo né voluto tener conto di quelle particolarità che erano la struttura sociale e politica dell’Italia, la stratificazione delle masse contadine, il peso della piccola e media azienda coltivatrice, la spaccatura tra il Settentrione e il Mezzogiorno e tutto ciò che ne derivava per la conformazione stessa dello Stato e per la lotta delle classi. Non credo di esagerare se affermo che, ristabiliti come fondamento del partito i principi della nostra dottrina, tutto il nostro sviluppo politico è partito da una sempre più profonda penetrazione delle condizioni particolari in cui dobbiamo agire, nel nostro paese, per portarlo al socialismo. Questa fu la base dell’attività creatrice di Antonio Gramsci e il nostro partito è andato avanti nella misura in cui, nell’ambito della grande prospettiva storica e politica che è comune a tutto il movimento operaio, socialista e comunista, e attraverso i mutamenti e le svolte della situazione internazionale, ha saputo sempre più farsi aderente, con la sua strategia, con la sua politica e con le sue lotte alla concretezza della situazione nazionale.

Nel discorso che ho citato è esplicita la denuncia della vuota fraseologia rivoluzionaria, e questo fu un motivo che ebbe per noi grandissima importanza. Data la asprezza assunta dalla lotta delle correnti e soprattutto data la profonda delusione che nelle masse avevano causato le sconfitte del 1920, seguite dall’attacco del fascismo, era spiegabile, in una certa misura, la tendenza a rinchiudersi in un esasperato estremismo di parole, a non più riconoscere la necessità della lotta politica nelle nuove condizioni e sostituire alla politica rivoluzionaria un arido e impotente schematismo. Il nuovo partito, uscito da una scissione compiuta a sinistra dello schieramento centrista, era in un certo senso predestinato agli esiti settari. Il gruppo che ne prese la direzione aveva tutti i caratteri della setta.

L’azione necessaria per uscire da questo situazione durò molti anni, e fu difficile, talora penosa. Chi ne gettò le basi e dette ad essa l’avvio fu Lenin, prima con L’estremismo, poi con la violenta polemica del III Congresso contro i fautori della cosiddetta teoria dell’”offensiva”, tra cui Terracini, e ancora, infine, con l’ultimo suo discorso al IV Congresso dell’Internazionale, in cui risuonano gli accenti di un vero testamento politico.

Sarebbe però sbagliato pensare che la presa di posizione conseguente e decisa contro le deviazioni settarie fosse dettata dai mutamenti sopravvenuti nella situazione internazionale, cioè dal passaggio da una crisi acuta a un riflusso dell’ondata rivoluzionaria. L’estremismo fu scritto nel 1920, prima del II Congresso, a quarant’anni precisi da oggi.

Ma anche prima, Lenin aveva sempre insistito nella difesa delle posizioni esposte con tanta chiarezza in questo suo lavoro. “La rivoluzione proletaria – scrive nel 1919- non è possibile senza la simpatia e l’appoggio della stragrande maggioranza dei lavoratori per la propria avanguardia, per il proletariato. Ma questa simpatia, questo appoggio non si guadagnano di colpo, non sono decisi dalle votazioni, ma si conquistano con una lunga, difficile e dura lotta di classe” che continua anche dopo la conquista del potere (Saluto ai comunisti italiani, francesi e tedeschi, ottobre 1919). Questo principio vale per tutte le situazioni, anzi, quando è all’ordine del giorno un’azione rivoluzionaria, la conquista della simpatia e dell’appoggio della maggioranza è ancora più necessaria. Nella polemica contro Terracini questa idea fu ampiamente sviluppata. Il concetto stesso di “massa” muta col mutare del carattere della lotta. Per prepararsi a una rivoluzione possono bastare alcune migliaia di militanti operai. Ma “quando la rivoluzione è già preparata in misura sufficiente, il concetto di “massa” è un altro: alcune migliaia di operai non costituiscono già più una massa. Questa parola comincia a significare qualcosa di diverso…”; con essa “si intende la maggioranza, non solo la semplice maggioranza degli operai, ma la maggioranza di tutti gli sfruttati” (Discorso in difesa della tattica della Internazionale comunista, luglio 1921). Questi concetti avevano sempre guidato Lenin e il partito dei bolscevichi. Bisognava che venissero non respinti o messi in dubbio, ma interamente accolti e assimilati dalle nuove avanguardia rivoluzionarie unitesi attorno alla bandiera dell’Internazionale comunista. Ad essi era collegata una visione organica della strategia e della tattica dei comunisti, che dovevano appunto essere tali da consentire alla avanguardia “di collegarsi, di avvicinarsi, di unirsi fino a un certo punto, di fondersi, se volete, con la più grande massa dei lavoratori, dei proletari innanzi tutto, ma anche con la massa lavoratrice non proletaria”. Per ottenere questo non basta credere di aver ragione, esserne fortemente convinti. Non basta nemmeno essere saldamente organizzati e avere nelle proprie file eroici combattenti. Le masse si convincono attraverso la loro esperienza e questa esperienza si compie in un movimento le cui tappe non possono essere arbitrariamente saltate. Il nemico è potente, il proletariato, all’inizio, è più debole della borghesia. Di qui la necessità, per vincere, della massima tensione delle forze e della “utilizzazione più diligente, accurata, attenta, abile, di ogni benché minima incrinatura tra i nemici, di ogni contrasto di interessi tra la borghesia dei diversi paesi, tra i vari gruppi e le varie specie di borghesia nell’interno di ciascun paese, e anche di ogni minima possibilità di guadagnarsi un alleato numericamente forte, sia pure temporaneo, incerto, incostante, infido, non incondizionato” (L’estremismo).

Non venivano proposte, con queste indicazioni, soluzioni concrete dei problemi che si presentavano allora ai singoli partiti. Veniva sancito un metodo, il metodo marxista e leninista. Il passo citato si conclude infatti con l’affermazione di Marx ed Engels che “la nostra teoria non è un dogma, ma una guida per l’azione”. Ciò che importa è saper applicare questo metodo nel corso di tutta la lotta contro la borghesia e per il socialismo.

L’applicazione di questo metodo dovette farsi, dal nostro partito, in circostanze diverse e spesso assai più difficili che per molti altri partiti comunisti. Sulla classe operaia e sul popolo italiano si abbatté, infatti, il fascismo, la più brutale manifestazione del dominio borghese e fenomeno nuovo, di cui nessuno ancora aveva fatto l’esperienza. Mentre in Francia, per esempio, si ebbero, tra le due guerre, un po’ meno di due decenni di movimento e lotte nella legalità, ricchi di esperienza di ogni natura, noi fummo incatenati quasi dall’inizio alla clandestinità totale e a un tema unico, quello della necessità di rovesciare la tirannide fascista. Questa tirannia era da poco instaurata quando Lenin ci rivolse alcune parole che, più che essere dure, sono piene di amarezza. Ciò egli fece nel novembre del 1922, nella relazione al IV Congresso dell’Internazionale, dopo aver sottolineato che il compito più importante era di studiare e che i compagni stranieri dovevano ancora sforzarsi di digerire un buon pezzo di esperienza russa. “Forse i fascisti in Italia – aggiunse a questo punto- ci renderanno grandi servizi mostrando agli italiani che non sono ancora abbastanza istruiti, che il loro paese non è ancora garantito contro i centoneri. Forse questo sarà molto utile.”

Quale il significato profondo di queste accorate espressioni? Forse ad esso non abbiamo prestato tutta la necessaria attenzione, limitandoci a cogliere la manifestazione di dolore e preoccupazione per quanto era avvenuto in Italia due settimane prima con la “marcia su Roma”. Ma questo non basta. Quelle parole vogliono dire molto di più. Bisognava essere “istruiti” per essere garantiti contro il trionfo della reazione. È evidente che chi doveva essere istruito era il popolo, era la classe operaia, erano i comunisti. E istruzione vuol dire, nel contesto del discorso, capacità di evitare gli errori e, quando si son fatti, correggerli. Vuol dire, per gli stranieri, assimilare l’esperienza russa; e per i russi, capire come si deve mettere la loro esperienza alla portata degli stranieri. Una lunga risoluzione, tutta giusta, può essere un errore, e perfino un ostacolo – si dice nello stesso discorso- se è tale che gli stranieri non la capiscono e forse, anzi, non la leggono nemmeno. Il problema che viene alla luce è quindi, ancora una volta, quello delle condizioni diverse da paese e paese e dall’una all’altra situazione. Essere istruiti vuol dire essere in grado di cogliere queste diversità, tenerne conto e correggersi quando si è sbagliato. Vuol dire non escludere la possibilità che il nemico ci respinga indietro, dopo una nostra lotta offensiva, e obblighi a una ritirata, dopo la quale si riprenderà l’avanzata, ma per una nuova via, come fecero i comunisti russi con l’introduzione della “nuova politica economica”. Un partito “istruito” è un partito forte per essersi conquistata la adesione della maggioranza con la sua capacità di compiere questi movimenti con una politica aderente alle situazioni concrete, con un continuo e profondo lavoro tra le masse. Solo quando un partito simile esiste si può essere garantiti contro i centoneri.

La difficoltà più seria consistette, per i comunisti italiani, nel fatto che l’avvento della dittatura fascista esigeva che si affrontasse e ponesse, come base della nostra politica, il problema della democrazia. Questa diventava, di tutte le particolarità di cui dovevamo tenere conto, la più importante. Era o non era possibile, nel periodo storico in cui è all’ordine del giorno la rivoluzione socialista, una lotta per la restaurazione di quelle libertà democratiche che furono il contenuto delle rivoluzioni borghesi e che il fascismo aveva completamente annullato? E la restaurazione di queste libertà quale regime lasciava prevedere come successore del fascismo? Lo schematismo estremista era incapace di risolvere correttamente questi quesiti. Tra i suoi alfieri vi era chi giungeva a non scorgere più nemmeno il valore della trasformazione di regime che si compie col passaggio al fascismo; chi, d’altra parte, quasi proclamava la necessità storica che la rivoluzione socialista fosse preceduta da un periodo di dittatura fascista. Noi cercammo e trovammo la soluzione in una conoscenza più profonda dell’opera di Lenin. Non era sufficiente affermare che la classe operaia non può mai limitare la sua lotta all’ambito puramente economico, che sono ad essa indispensabili, per garantire i suoi stessi miglioramenti economici e per avanzare verso il socialismo, la conquista di sempre più ampie libertà democratiche e la lotta per la democrazia. La questione che si poneva era quello dello sviluppo stesso della rivoluzione e del suo contenuto. Lenin ha affermato, a questo proposito, verità fondamentali. La rivoluzione socialista supera il falso democratismo borghese, perché realizza la liberazione degli sfruttati e un vero governo di tutto il popolo. La rivoluzione è però da lui concepita come lo sviluppo di una rivoluzione democratica. Per questo sviluppo si era combattuto in Russia fino al 1917 e, dopo la rivoluzione di febbraio, i bolscevichi avevano “incominciato con molta prudenza la loro lotta contro la repubblica parlamentare borghese”, avevano “detto ufficialmente, in nome del partito, che una repubblica borghese con una Costituente è migliore di una repubblica borghese senza Costituente; ma che la repubblica sovietica degli operai e dei contadini è migliore di qualsiasi repubblica parlamentare democratica” (L’estremismo).

Di fatto, e nella lotta reale assai meglio che in tutti in dibattiti, noi risolvemmo, secondo questi principi, il problema del rapporto tra la lotta per la restaurazione della libertà democratica e la lotta per il socialismo. Chiamammo infatti a combattere e organizzammo per rovesciare il fascismo la classe operaia, prima di tutto, ma accanto ad essa le masse contadine, le popolazioni del Mezzogiorno e delle isole, il ceto medio lavoratore, gli intellettuali di avanguardia, secondo l’indirizzo strategico leninista che era stato elaborato sotto la direzione di Antonio Gramsci. Così si realizzava, nella lotta, quella egemonia del proletariato senza la quale non è possibile una marcia verso il socialismo. Quando il fascismo incominciò a vacillare e poi crollò, la classe operaia e il suo partito d’avanguardia furono alla testa del grande movimento liberatore. Ciò determinò il carattere del movimento. La possibilità di una vittoria completa, che desse il potere alla classe operaia distruggendo il capitalismo, fu determinata da quelle condizioni oggettive e soggettive, nazionali e internazionali, che ogni studioso di Lenin deve conoscere. Ma il carattere stesso che al movimento era stato impresso determinò i tratti distintivi del regime nel quale ora viviamo, e particolarmente ne determinò sia il contenuto democratico, sia la possibilità di sviluppo, per una via democratica, verso un profondo rinnovamento sociale. La lotta per il socialismo si attua, nelle condizioni che la coscienza e il movimento delle masse sono riusciti a creare e riescono a mantenere, nella lotta per estendere la democrazia e darle nuovi contenuti. Non aveva lo stesso Lenin previsto qualcosa di simile?

“Sviluppare la democrazia sino all’ultimo, cercare le forme di questo sviluppo, metterle alla prova della pratica, è questo uno dei compiti essenziali della lotta per la rivoluzione sociale. Presa a sé, nessuna democrazia darà il socialismo, ma nella vita la democrazia non sarà mai presa a sé; sarà presa nell’assieme, eserciterà la sua influenza egualmente sulla economia, ne stimolerà la trasformazione e a sua volta subirà l’influenza dello sviluppo economico. Tale è la dialettica della storia vivente.” Così, egli scriveva in Stato e rivoluzione.

Il quadro dello studio, dell’azione, del movimento si è esteso, oggi, al di là di ogni previsione. La baldanzosa avanzata del socialismo nel mondo ha creato, per tutti i paesi, condizioni e possibilità di lotta prima d’ora mai esistite. Contraddizioni, spostamenti, problemi nuovi, sorgono dallo sviluppo stesso di un capitalismo nel cui seno maturano le trasformazioni più profonde. Possiamo parlare, oggi, della possibilità di impedire all’imperialismo di scatenare un nuovo conflitto mondiale, così come possiamo stabilire la prospettive di uno sviluppo pacifico verso il socialismo e combattere per difendere e realizzare questa prospettiva. Possiamo parlare di una via italiana al socialismo, risultato del modo come in Italia si manifestano quelle contraddizioni e trasformazioni e del modo come si è sviluppato il movimento delle masse. Il progresso del pensiero comunista è stato prodigioso, così come è stata prodigiosa la marcia in avanti del movimento reale per il socialismo. La bandiera di Lenin è stata portata avanti, da milioni e milioni di uomini, su posizioni sempre più avanzate.