A novant’anni dalla Rivoluzione d’Ottobre

Da: il nostro Ottobre

 

Alexander Höbel  

A novant’anni dalla Rivoluzione d’Ottobre

 

A novant’anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, mi sembra essenzialeapprofondire il significato ma anche i problemi di quella esperienza,restituendole il suo valore e contrastando un’offensiva ideologica martellante che ha deformato il senso comune relativo al comunismo ealla sua storia. Il significato più importante dell’Ottobre credo stia nelfatto che, per la prima volta, non solo l’umanità ha tentato di liberarsidallo sfruttamento e dal lavoro alienato, ma ha tentato anche di superare una condizione che la vede schiava di meccanismi economici chenon controlla, dell’anarchia del mercato, mirando invece a sottomettere i meccanismi dell’economia alla volontà degli uomini, alla volontà cosciente e organizzata delle masse, in vista del benessere collettivo. Come ha scritto Carr, “il leninismo è il marxismo dell’epoca nonpiù delle leggi economiche obiettive e inesorabili, ma della regolazione cosciente di processi economici e sociali”, e quella russa “fu laprima rivoluzione della storia che cercò d’instaurare la giustizia sociale mediante controlli economici organizzati dall’azione politica”1;insomma di superare il caos e le assurdità della società capitalisticaattraverso l’opera di una razionalità pubblica organizzata. Per questol’Ottobre e l’esperienza sovietica sono figli del razionalismo, dell’Il-luminismo, di quanto di meglio ha prodotto quella “civiltà occidentale” di cui i neo-cons blaterano; e per questo ha particolare valore nel momento in cui si cerca di risuscitare quell’idea di “leggi economiche obiettive e inesorabili” superata dalla storia, dallo sviluppo stesso delle forze produttive, dalle esperienze del Novecento.

È noto che il primo esperimento di costruzione di una società socialista non fu compiuto sulla base di quel massimo sviluppo delle forze produttive capitalistiche, che per Marx ed Engels era il “presupposto pratico assolutamente necessario” per il comunismo, poiché “senza di esso si generalizzerebbe soltanto la miseria e quindi col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario”, e perché solo uno sviluppo “universale” delle forze produttive può creare tra gli uomini quelle relazioni e interdipendenze che sono essenziali per il socialismo e che solo “il mercato mondiale” può implicare2; condizioni esistenti oggi, dunque, ma non all’inizio del Novecento, e tanto meno in Russia. Questo esperimento, invece, fu avviato “in un paese economicamente arretrato con un proletariato numerica- mente scarso […] relativamente disorganizzato” e poco istruito, un paese a stragrande maggioranza contadina, e questo impose i bolscevichi il compito di difendere la rivoluzione “in un ambiente ostile, con risorse umane e materiali penosamente inadeguate a loro disposizione”3.

Per certi versi Engels aveva previsto questa possibilità. In una lettera del 1853 aveva scritto:

Io ho quasi il presentimento che un bel giorno il nostro partito, grazie alla incertezza e alla fiacchezza di tutti gli altri partiti, dovrà assumere per forza il governo […]; e in questa occasione allora, spinti dal popolo proletario […] si sarà costretti a fare esperimenti e salti comunistici, sapendo benissimo che essi sono prematuri. E allora si perderà la testa, speriamo solo physiquement parlant, – subentrerà una reazione e, fino al momento in cui il mondo sarà in grado di formulare su tutto quanto un giudizio storico, non solo si passerà per belve […] ma anche per bête […]. Ma tutto questo non ha importanza, […] la riabilitazione storica del nostro partito è già fondata nella sua letteratura4.

Nel 1917 si verificarono condizioni simili, e l’esperienza fu avviata. Nonostante il contesto avverso e i limiti oggettivi e soggettivi, già nei suoi primi mesi – come scrisse Lenin – la Repubblica dei Soviet fece più di ogni altro paese “per far partecipare gli operai e i contadini poveri alla gestione dello Stato”5. Intanto i bolscevichi avevano mantenuto le pro- messe: il decreto sulla pace aveva staccato la Russia dal macello della guerra imperialista; l’abolizione della proprietà fondiaria della terra l’ave- va consegnata ai contadini assicurando il loro sostegno alla Rivoluzione; il potere era passato nelle mani del Congresso panrusso dei soviet e del nuovo governo; era stato introdotto il controllo operaio sulla produzione e la compravendita di merci e materie prime. All’inizio del 1918, l’ondata rivoluzionaria si era già espansa in quasi tutta la Russia, e anche a Berlino e Vienna si costituivano dei soviet, che purtroppo ebbero vita breve. In pochi anni, invece – nonostante l’intervento delle potenze straniere, i sabotaggi, la guerra civile – “il proletariato russo riuscì a formare un potente esercito, a sviluppare le industrie di guerra, a costruire il suo Stato”6. “La maggioranza della popolazione – dovette ammettere il gen. Ironside dopo un anno di combattimenti – simpatizzava per i bolscevichi”7.

Oggi sulla memoria di quella grande esperienza grava il peso delle deformazioni della propaganda anticomunista. In primo luogo, la Rivoluzione d’Ottobre viene descritta come un “colpo di mano”, un putsch bolscevico contro il volere della grande maggioranza della popolazione. Questo è falso, sia da un punto di vista teorico sia da un punto di vista storico. Sul piano teorico, già nell’aprile 1917 Lenin sottolinea che “per giungere al potere, gli operai coscienti devono conquistare la maggioranza […]. Non siamo dei blanquisti – aggiunge –, non siamo dei fautori della conquista del potere per opera di una minoranza. Siamo dei marxisti, fautori della lotta di classe proletaria […]. Creeremo un partito comunista […] e dai proletari, dai contadini poveri verranno a noi masse sempre più numerose […]”. Al centro della sua riflessione di questi mesi sta il nuovo potere, il potere dei soviet, di questi organi creati dalle masse sulla base dell’“iniziativa diretta, locale, dal basso”8. E proprio sulla base della forza di massa dei soviet, Lenin ritiene addirittura possibile “una rivoluzione pacifica”, ossia un passaggio indolore del potere al proletariato e ai contadini; possibilità che esclude dopo i moti di luglio in cui mezzo milione di lavoratori chiede “tutto il potere ai soviet”, andando incontro alla dura repressione del governo provvisorio, con la complicità di menscevichi e socialisti rivoluzionari9.

Dopo il tentato colpo di Stato del gen. Kornilov, respinto soprattutto grazie alla deter- minazione e alla forza organizzata dei bolscevichi, questi ultimi conquistano la maggio- ranza nei soviet delle città e nell’esercito, e perfino alle elezioni per la Duma ottengono circa il 50% dei voti; intanto la “guardia rossa”, gli operai di Pietrogrado armati, raggiunge i ventimila elementi, e alla vigilia della presa del potere sono decine di migliaia le persone mobilitate sulle parole d’ordine bolsceviche: potere ai soviet, terra ai contadini, pane, pace immediata senza annessioni10. È a questo punto che Lenin dice a chiare lettere: I bolscevichi devono prendere il potere, poiché “la maggioranza attiva degli elementi rivoluzionari popolari delle due capitali basta a trascinare le masse”11. Ma ancora una volta ribadisce la sua convinzione: “Per riuscire, l’insurrezione deve appoggiarsi non su di un complotto, non su di un partito, ma sulla classe progressiva”12. La rivoluzione, cioè, o è un fatto di massa ed esprime una volontà cosciente delle masse, o non è. E in effetti, non a caso la presa del potere avviene in modo quasi incruento, proprio perché essa esprime un mutamento di rapporto di forza tra le classi che era maturato nei mesi precedenti13. Tutto il contrario, dunque, di un colpo di mano da parte di una minoranza determinata.

Questa convinzione, questa profonda verità del marxismo su che cosa sia una rivoluzione, viene ribadita da Lenin anche dopo la presa del potere. Non a caso nei mesi successivi insiste sul protagonismo delle masse, la loro partecipazione diretta, cosciente e organizzata, come l’elemento essenziale di un percorso di transizione al socialismo. Del resto, la straordinarietà dell’Ottobre sta proprio in questa fusione tra Partito e masse. Lo dice bene Victor Serge: “Quello che tutti vogliono, il partito lo esprime in termini chiari, – e lo fa. […] Il partito è il legame che li unisce tra di loro, da un capo all’altro del paese […] è la loro coscienza, la loro organizzazione. […] Diventa impossibile distinguere tra il partito e le masse. È una sola ondata. […] I bolscevichi, grazie alla loro giusta concezione teorica […] si identificano insieme con le masse lavoratrici e con la necessità storica”14. Questo rapporto organico tra le masse e l’organizzazione politica nella chiarezza degli obiettivi e della prospettiva storica credo sia la lezione più significativa dell’Ottobre e dei primi anni del potere sovietico; una lezione di grande attualità.

Questo elemento è strettamente legato alle questioni della demo-crazia, ossia dell’effettivo potere del popolo, e delle possibili involu-zioni burocratiche anche di uno Stato proletario. E questi problemi aloro volta si legano a quelli dell’organizzazione economica e dellastruttura sociale. All’indomani dell’Ottobre, Lenin individua come“uno dei compiti più importanti” quello di “sviluppare il più larga-mente possibile questa libera iniziativa degli operai […] e di tutti glisfruttati […] nel campo dell’organizzazione. Bisogna distruggere adogni costo – dice – il pregiudizio assurdo […] secondo il quale sol-tanto le cosiddette “classi superiori’ […] possono dirigere lo Stato[…]. No, gli operai non dimenticheranno nemmeno per un istante di aver bisogno della forza del sapere. […] Ma il lavoro di organizzazione è anche alla portata di un comune operaio o contadino che sa leggere e scrivere, conosce gli uomini ed è provvisto di un’esperienza pratica”. E “ciò che precisamente fa la forza […] della rivoluzione d’Ottobre […] è che essa suscita queste qualità, abbatte tutte le vecchie barriere […] fa entrare i lavoratori nella via dove creano essi stessi la nuova vita”, in modo diversificato e vario. “Dopo secoli di lavoro per altri […] per la prima volta appare la possibilità di lavorare per sé […] approfittando di tutte le conquiste della tecnica e della cultura moderne”15. Per fare questo – Lenin ne è consapevole – occorre risolvere enormi problemi teorici e pratici. Il potere sovietico, infatti, “non eredita rapporti [sociali] già pronti”, e allora “l’organizzazione di un censimento, il controllo delle aziende più importanti, la trasformazione di tutto il meccanismo economico statale in una sola grande macchina” che funzioni sulla base di “un piano unico”, diventano priorità as- solute16. “La difficoltà principale”, dunque, “è nel campo economico”, ma è soprattutto come “socializzare effettivamente la produzione”. Lenin prova a dare una risposta: “Lo Stato socialista – scrive – può sorgere unicamente sotto forma di una rete di comuni di produzione e di consumo che registrino […] la loro produzione e il loro consumo, economizzino il lavoro, ne elevino continuamente la produttività, riuscendo così a ridurre la giornata lavorativa a sette, sei ore e anche meno”17.

Queste frasi fanno riflettere. Nulla è più lontano dal burocratismo, e al tempo stesso la necessità di un enorme apparato che controlli e gestisca la produzione e la distribuzione delle merci è affermata a chiare lettere: ma, appunto, non è un apparato in senso classico, non è un corpo separato di tecnici o funzionari; è un apparato di massa, composto di lavoratori, a loro volta membri dei soviet. E Lenin lo dice chiaramente: “La lotta contro la deformazione burocratica dell’organizzazione sovietica è garantita dalla solidità dei legami che uniscono i Soviet con il ‘popolo’ […]”. In questo senso, “il carattere socialista della democrazia sovietica” sta nel fatto che “si crea una migliore organizzazione dell’avanguardia dei lavoratori, cioè del proletariato della grande industria, organizzazione che gli permette di assumere la direzione della più larghe masse di sfruttati, di farle partecipare a una vita politica indipendente, di educarle politicamente sulla base della loro stessa esperienza […] in modo che realmente tutta la popolazione impari a governare”18. Questa è la concezione di Lenin e dei bolscevichi, ed è una concezione non solo di democrazia diretta, ma direi di democrazia integrale19.

In questo senso egli vedeva il sindacato come “cinghia di trasmissione” fra il partito e i lavoratori, non nel senso banale che viene propagandato di un sindacato al servizio del partito, ma di un sindacato che recepisse e trasmettesse gli orientamenti delle masse, collaborasse alla pianificazione economica, organizzasse il controllo dei lavoratori sul partito e sullo Stato, e al tempo stesso fosse una “scuola di comunismo” e una “scuola di amministrazione dell’industria socialista”, formando e promovendo “alle cariche di amministratori gli operai e, in generale, le masse lavoratrici”20. Una funzione, quindi, importantissima.

Certo, i bolscevichi non erano degli utopisti. “Vogliamo costruire il socialismo – diceva Lenin – con gli uomini che sono stati educati dal capitalismo, guastati, corrotti dal capitalismo, ma che in compenso il ca- pitalismo ha temprato alla lotta. […] Per costruire il comunismo non ab- biamo che il materiale creato dal capitalismo”21. Egli dunque sapeva che occorreva “utilizzare” i tecnici e “gli specialisti borghesi” e al tempo stesso “creare condizioni tali che la borghesia non possa esistere”; che anche avendo instaurato “un tipo superiore di Stato” si era solo “all’ini- zio del passaggio al socialismo, e sotto questo rapporto l’essenziale non [era] ancora stato realizzato”; e soprattutto che questo processo avrebbe occupato “un’intera epoca storica”22.

Ma il punto è anche un altro. Quando leggiamo Lenin che parla di “una rete di comuni di produzione e di consumo” che registrino produzione e consumo, elevino la produttività e riducano la giornata lavorativa, non possiamo non pensare quanto ciò sarebbe più facile oggi, con lo sviluppo attuale delle forze produttive e delle tecnologie informatiche: sviluppi che consentono la produzione just in time, che hanno portato la flessibilità e la precarietà del lavoro ma potrebbero favorire la sua liberazione; tecno- logie che consentono ai grandi gruppi privati di pianificare la produzione, essendo informati in tempo reale – è il caso della Benetton, dotata di una rete di computer che collega tutti i punti vendita alla casa madre – su quanti e quali prodotti vengono venduti. Strumenti, questi, che renderebbero ben più facile oggi conciliare la pianificazione economica con l’andamento della domanda.

Ancora una volta, a Lenin la cosa era chiara: “Schiacciare il capitalismo non basta. – scriveva – Bisogna prendere tutta la cultura lasciata dal capitalismo e con essa costruire il socialismo. Bisogna prendere tutta la scienza, la tecnica, tutto il sapere, l’arte. Senza questo non possiamo edificare la vita della società comunista”23. Il contrario, dunque, di quelle idee di “azzeramento” che pure sono emerse in alcuni settori del movimento comunista novecentesco. Per Lenin, invece, come per Marx ed Engels, “il socialismo è inconcepibile senza la tecnica della grande industria capitalista, organizzata secondo l’ultima parola del- la scienza moderna”24. “La produttività del lavoro è in ultima analisi la cosa più importante […] per la vittoria del nuovo ordine sociale” – dice enfatizzando “la grande iniziativa” dei “sabati comunisti” di lavoro volontario (un’iniziativa a cui partecipano 40.000 lavoratori nella sola Mosca25). “In confronto al capitalismo – aggiunge – il comunismo è la più elevata produttività del lavoro di operai volontari, coscienti e uniti, che si servono della tecnica più progredita”. Non è (solo) una questione quantitativa, dunque. “Il comunismo comincia là dove appare la preoccupazione disinteressata […] dei semplici operai di aumentare la produttività del lavoro, di salvaguardare ogni pud di grano, di carbone, di ferro” a beneficio della “società nel suo complesso”26.

È uno sviluppo economico, politico e culturale insieme, quindi, ilpresupposto fondamentale per il successo della transizione. Ed è uno svi-luppo legato strettamente ai problemi della democrazia e della parteci-pazione delle masse. “Combattere sino in fondo il burocratismo – scriveinfatti Lenin – […] si può unicamente se tutta la popolazione partecipaalla gestione. Nelle repubbliche borghesi […] la legge stessa lo impedi-sce. […] Noi abbiamo fatto sì che tutte queste pastoie non esistano più danoi, ma […] oltre alla legge, c’è anche il livello di cultura […]. Questobasso livello di cultura fa sì che i Soviet, i quali, secondo il loro pro-gramma, sono gli organi del governo esercitato dai lavoratori, sono inrealtà gli organi del governo per i lavoratori, esercitato dallo strato diavanguardia del proletariato, ma non dalle masse lavoratrici. Dinanzi anoi si pone qui un compito che non può essere assolto se non con unlungo lavoro di educazione”27. Il carattere problematico di questi scrittidi Lenin successivi all’Ottobre è evidente: non una perfida volontà disostituzione o sopraffazione rischia di svuotare i soviet, ma l’arretratezza stessa delle mas- se costituisce un problema oggettivo per un loro effettivo esercizio del potere.

Intanto le ipotesi di allargamento dell’ondata rivoluzionaria all’Europa occidentale vanno svanendo, e si pone il problema di costruire una società socialista nella “fortezza assediata” della Russia sovietica. Lenin sa che in vaste zone del Paese vigono “rapporti precapitalistici” e prevale la “piccola produzione”. Proprio per questo promuove la Nuova Politica Economica, afferma che lo Stato proletario deve passare attraverso lo scambio mercantile fra prodotti agricoli e industriali, la “ricostruzione della piccola industria”, le “concessioni” a privati anche stranieri, per poi andare – attraverso la modernizzazione, l’elettrificazione e il capitalismo di Stato – verso il socialismo28. La sua è una riflessione autocritica sulle fughe in avanti del “comunismo di guerra”, e in generale più consapevole della complessità della transizione29.

Trasportati dall’ondata dell’entusiasmo – scrive – […] ci proponevamo […] di organizzare, con ordini diretti dello Stato proletario, la produzione statale e la ripartizione statale dei pro- dotti su base comunista in un paese di piccoli contadini. La vita ci ha rivelato il nostro errore. Occorreva una serie di fasi transitorie: il capitalismo di Stato e il socialismo, per preparare – con un lavoro di una lunga serie d’anni – il passaggio al comunismo.

Bisogna “costruire dapprima un solido ponte che […] attraverso il capitalismo di Stato, conduca verso il socialismo”30. Il primo obiettivo è dunque quello di avviare la modernizzazione del Paese, sapendo che dal socialismo la Russia è separata da un abisso ma pure che occorre “gettare un ponte” su questo abisso, ponendo le basi dello sviluppo economico, culturale e politico, a partire dalla creazione di un nuovo “apparato statale” e di partito che possa dirigere questo processo31.

Né ovviamente questo comporta un diverso giudizio sulla Rivoluzione. A chi ripropone la tesi menscevica secondo cui, mancando le condizioni per il socialismo, i bolscevichi non avrebbero dovuto prendere il potere, Lenin replica: “Per creare il socialismo, voi dite, occorre la civiltà. Benissimo. Perché dunque da noi non avremmo potuto creare innanzitutto quelle premesse della civiltà che sono la cacciata dei grandi proprietari fondiari e la cacciata dei capitalisti russi per poi cominciare la marcia verso il socialismo?”32.

E sull’importanza del nuovo Stato sovietico nonostante i suoi difetti, aggiunge:

Per la prima volta è stata scoperta una forma non borghese di Stato. Può darsi che il nostro apparato sia scadente, ma si dice che anche la prima macchina a vapore fosse scadente; non si sa neppure se funzionasse o no… Ma l’importante è che ora abbiamo le macchine a vapore. Per quanto scadente possa essere il nostro apparato statale, esso è stato creato; è stata fatta la più grande invenzione della storia, è stato creato un tipo di Stato proletario33.

Accanto alla costruzione di un apparato statale nuovo, Lenin individua le altre priorità del potere sovietico, ossia l’industrializzazione e il problema del rapporto coi contadini. Quest’ultimo è l’asse decisivo della rivoluzione russa. Scrive Lenin: “Solo se, nella pratica, riusciremo a provare ai contadini i vantaggi dei metodi sociali, collettivi, cooperativi […] la classe operaia […] potrà realmente […] esercitare la sua influenza in modo reale e durevole”34.

Lenin coglie nel mondo rurale una stratificazione di classe per cui distingue un proletariato agricolo, i contadini poveri, quelli medi e quelli ricchi, i cosiddetti kulaki. Solo per sconfiggere la eventuale resistenza di questi ultimi ammette l’uso di metodi coercitivi, mentre con gli altri va consolidata l’alleanza evitando “modi da caporale”. “Dobbiamo dimostrare – dice nel ’19 – che in un paese stremato dalla fame il primo compito è quello di aiutare i contadini; ma si possono aiutare i contadini solo

dopo aver unito la loro attività, […] perché i contadini sono dispersi, isolati, abituati a vivere e a lavorare ciascuno per conto suo”. Di qui la necessità della loro organizzazione collettiva e di “un lungo lavoro educativo”35. E all’VIII Congresso del Partito aggiunge: “Non ammettiamo nessuna violenza nei confronti dei contadini medi”; persino dei contadi- ni ricchi va evitata “l’espropriazione totale”. In generale, nelle campagne “bisogna evitare tutto ciò che potrebbe […] incoraggiare gli eventuali abusi. […] Agire in questo campo con la violenza, significa rovinar tutto. Qui occorre un lungo lavoro di educazione. Al contadi- no […] dobbiamo offrire esempi concreti per provargli che la ‘comune’ è migliore di ogni altra cosa”, ed esse “devono essere organizzate in modo da conquistare la fiducia del contadino”, incoraggiandone l’associazione e mirando a ottenerne “il consenso volontario” a farvi parte. “Se potessimo domani dare centomila trattrici […] allora il contadino medio direbbe: ‘Io sono per la comune’ (cioè per il comunismo). Ma per far questo, bisogna prima vincere la borghesia internazionale, […] oppure bisogna elevare a nostra produttività in modo che possiamo fornirle noi stessi”36. Il Congresso diede ascolto a Lenin, approvando una risoluzione redatta da lui stesso in cui si diceva chiaramente: ‘Pur incoraggiando le cooperative […] le comuni agricole dei contadini medi, i rappresentanti del potere sovietico non devono esercitare la minima costrizione al momento della loro creazione’, e coloro che lo fanno ‘devono essere severamente perseguiti’37.

Intanto però l’intervento delle armate straniere e la guerra civile avevano provocato una gravissima crisi dell’agricoltura e dell’industria. “Nessuno può dire – scrive Carr – quanti milioni di persone siano perite in seguito a violenza, fame, epidemie”; molti dei migliori militanti furono falciati38. Sono morti causati dal blocco commerciale e dalla guerra senza quartiere promossa dalle potenze imperialistiche contro la Russia sovietica, ma è probabile che oggi siano inseriti nella macabra contabilità dei Libri neri del comunismo!

In questa situazione Lenin vede la necessità urgente di “aumentare le forze produttive dell’economia contadina”. E promovendo la NEP, individua uno dei punti cruciali proprio nella sostituzione del prelevamento delle eccedenze agricole con un’imposta in natura che consenta ai contadini di vendere sul mercato il resto del prodotto. “La giusta politica del proletariato […] in un paese a piccola economia contadina – dice – è lo scambio del grano coi prodotti dell’industria, indispensabili ai contadini” stessi39.

Dopo la morte di Lenin, e contro le pressioni della sinistra interna, il Partito bolscevico rimase fedele a questa impostazione. Lo sviluppo dell’industria richiedeva un forte finanziamento da parte delle campagne, ma si decise di procedere a ritmi non troppo elevati proprio per non richiedere sforzi eccessivi ai contadini. Nel 1927-28 furono costruite le prime grandi fabbriche e stazioni statali di trattori funzionali alla modernizzazione della campagne, ma la priorità era ancora dell’industria leggera. Al XV Congresso, che pure lanciò ‘un’offensiva contro il kulak’, Molotov ribadì la necessità di uno “sviluppo graduale di grandi fattorie collettive”, escludendo scorciatoie e metodi coercitivi, e lo stesso Stalin fu su questa linea. Nel 1929 si discusse della possibilità di ammettere anche i kulaki nei kolchoz. “Né terrore né dekulakizzazione – titolava la ‘Pravda’ – ma un’offensiva socialista nella direzione della NEP”40.

Come si vede, dunque, il problema del rapporto coi contadini – almeno fino a una certa fase – non venne affatto impostato in termini coercitivi, ma di una loro conquista all’agri- coltura collettiva attraverso strumenti economici e politici. È chiaro, peraltro, che la questione era strettamente collegata al secondo elemento, quello dello sviluppo industriale.

“L’unica vera base su cui potremmo consolidare le nostre risorse per creare una società socialista – aveva scritto Lenin nel ’21 – è la grande industria. Senza […] una grande industria progredita non si può neppure par- lare di socialismo […] e ancor meno […] in un paese contadino”41. E l’anno dopo, aveva ribadito: “Se non si riorganizzerà l’industria pesante, non po- tremo costruire nessuna industria: e senza l’industria noi, come paese in- dipendente, periremo”42. Secondo Carr, questo pericolo tornò a essere avvertito in modo acuto nel ’27, a seguito della sconfitta comunista in Cina e alla rottura delle relazioni con la Gran Bretagna. Fu allora che si cominciò a puntare decisamente sull’industrializzazione, e in particolare sull’industria pesante, ma questa scelta dipese anche dalla necessità di modernizza- re un’agricoltura che cresceva troppo lentamente e nella quale andava riformandosi l’elemento mercantile e borghese. “O l’industria nazionalizzata […] riusciva a subordinare a sé l’economia contadina e a integrarla in un sistema pianificato […] oppure la resistenza dei contadini si sarebbe rive- lata invincibile” nell’impedire la formazione di un’economia socialista. La crisi dei raccolti, parte dei quali veniva nascosta per far lievitare i prezzi ben al di sopra di quelli statali, fece il resto, avviando la lotta senza quartiere a kulaki e speculatori e la collettivizzazione accelerata dell’agricoltura, i cui caratteri si radicalizzarono in corso d’opera43.

Una cosa simile accadde per l’industrializzazione. Avviata inizialmente ‘a passo di lumaca’ (per dirla con Bucharin), e privilegiando l’industria dei beni di consumo, a seguito delle crisi agricole e del crescente isolamento internazionale, essa subì una netta accelera- zione, che procedette assieme all’avvio della pianificazione economica. Ha scritto Carr: “Il successo di questa campagna”, che pure ebbe costi umani altissimi, ma che “in trent’an- ni, partendo da una popolazione semianalfabeta di contadini arretrati, portò l’URSS al li- vello del secondo paese industriale del mondo […] è forse il più significativo di tutti i successi della rivoluzione russa”, accompagnandosi all’aumento della durata media della vita, al diffondersi dell’istruzione, alla costruzione di una rete impressionante di servizi sociali. “Nel giro di cinquant’anni, un popolo primitivo e arretrato è stato messo in condizione di costruire con le proprie mani un nuovo tipo di vita e una nuova civiltà. L’ampiezza, la grandiosità e la velocità di questa avanzata […] non hanno eguale”44. Ma – come aggiunge Hill – sebbene questo lavoro sia stato “prodigioso”, l’esperimento sovietico “fu ben più che questo. Fu un periodo di esperienze e di errori su scala gigantesca, di tentativi di forme di organizzazione sociale mai provate fino allora”, il tutto “in condizioni di eccezionale difficoltà, con risorse materiali ed umane disperatamente inadeguate, contro l’aperta ostilità di quasi tutti gli altri governi del mondo civile”45.

Certo, oggi toni trionfalistici sarebbero fuori luogo: siamo reduci da una sconfitta storica e un atteggiamento simile non ci servirebbe. Bisogna però riconoscere alla Rivoluzione d’Ottobre e all’esperienza sovietica la sua grandezza, i suoi eroismi, assieme ai limiti oggettivi e agli errori soggettivi che pure non mancarono. E se sul piano economico i successi sono di gran lunga superiori, sul terreno politico quei limiti furono pesanti. Nei suoi ultimi scritti, Lenin li rileva con grande lucidità. In particolare si sofferma sulle questioni della democrazia socialista, dello Stato sovietico in formazione, e sulla necessità di evitare la separazione rappresentanti/rappresentati tipici dei paesi borghesi. Egli osserva preoccupato che l’apparato statale sovietico “rappresenta al massimo grado una sopravvivenza di quello passato”, e propone di riorganizzare il Commissariato del popolo per l’Ispezione operaia e contadina, che era un organismo finalizzato a evitare appunto quella separazione. Lenin chiede di fondere il suo “nucleo fondamentale” con la Commissione Centrale di Controllo del Partito, in modo da garantire che anche rispetto a quest’ultimo vi sia un’azione di vigilanza, verifica e circo- lazione delle informazioni, ‘senza riguardo per chicchessia’46.

Esortando a fare meno ma meglio, ribadisce l’obiettivo di “costruire un apparato veramente nuovo che meriti veramente il nome di socialista”, sapendo che occorrerà “dedicare a questo lavoro alcuni anni”, sconfiggendo resistenze e inerzie. Tuttavia Lenin non dimentica il quadro internazionale in cui avviene l’esperimento sovietico, per il quale è sempre più duro resistere “fino alla vittoria della rivoluzione socialista nei paesi più progrediti”. Perciò pone gli obiettivi primari di “conservare il nostro potere operaio”, migliorare l’apparato, elettrificare il Paese.

Le potenze capitalistiche dell’Europa occidentale – scrive – […] hanno fatto tutto il possibile per respingerci indietro, per utilizzare gli elementi di guerra civile in Russia al fine di rovinare il più possibile il nostro paese […].

Non rovesciarono il nuovo regime creato dalla rivoluzione, ma non gli permisero di fare subito un passo in avanti tale da […] permettergli di sviluppare con grandissima rapidità le forze produttive, di sviluppare tutte quelle possibilità, che […] avrebbero dato il socialismo, di dimostrare a tutti […] che il socialismo racchiude in sé forze gigantesche e che l’umanità è ora passata ad una nuova fase di sviluppo, che racchiude in sé possibilità magnifiche47.

Certo, la storia non si fa coi “se”, ma lo stesso storico Hill osserva: “Se le cose fossero andate diversamente nel 1919, se le risorse industria- li e il progresso tecnico dell’Europa centrale fossero stati a disposizione di una unione di repubbliche sovietiche, quante sofferenze umane e quanti sforzi sarebbero stati evitati, alla Russia nel 1920 e al mondo intero dopo l’avvento di Hitler”48. Quanto meno difficile – aggiungerei – sarebbe stato il tentativo di transizione al socialismo!

In ogni caso a Lenin erano ben chiari quelli che sarebbero stati i principali problemi della Russia sovietica: arretratezza, difficoltà di realizzare il socialismo in un paese a maggioranza contadina, gravi difetti dell’apparato statale e di partito, pericolo di formazione di un ceto burocratico separato, accerchiamento capitalistico. E a questi problemi tentò di fornire degli abbozzi di soluzione tuttora di grande interesse: l’intensificazione del controllo popolare sugli apparati, sul piano politico; e l’accentuazione dei momenti del consenso e dello scambio economico nel rapporto coi contadini, prevedendo la superiorità e la prevalenza della proprietà statale dei grandi mezzi di produzione, ma anche una rete di cooperative legate allo Stato, che consentisse un’adesione convinta dei contadi- ni alla costruzione dell’economia socialista. In generale, negli ultimi scritti, Lenin accen- tua ulteriormente il momento dell’egemonia rispetto a quello della forza: un’egemonia che – diversamente da Gramsci – egli pensa possa realizzarsi soprattutto dopo la presa del potere, col vantaggio di avere tutto l’apparato statale e gran parte dell’apparato produttivo nelle mani del proletariato e del suo partito. Tuttavia, se alcuni problemi sollevati da Lenin (in particolare quelli di tipo economico) saranno affrontati e in buona parte risolti dal gruppo dirigente staliniano, molti altri (quelli, ad esempio, relativi al sistema politico) rimar- ranno insoluti e spesso si aggraveranno, con tutte le deviazioni dalla “legalità socialista” e le “deformazioni” del sistema sovietico su cui Togliatti si soffermerà nel 195649. Le stesse contingenze storiche indussero infatti, da un lato ad accantonare le proposte di Lenin, dal- l’altro ad accelerare statalizzazione delle forze produttive e accentramento politico, in un processo drammatico eppure ricco di successi sul piano economico: l’obiettivo della modernizzazione della Russia sovietica venne in buona parte raggiunto, ma rimanevano aperti problemi rilevanti relativi al modello di socialismo in costruzione.

Oggi quella esperienza si è chiusa, ma i suoi effetti – come quelli della Rivoluzione francese – rimangono come dati permanenti dello sviluppo storico: il movimento di liberazione dei popoli e il processo di decolonizzazione, le altre rivoluzioni del ’900, l’affermarsi di nuovi diritti sociali, lo sviluppo di una vasta area del mondo, ma soprattutto la dimostrazione pratica che un altro sistema economico, un’al- tra organizzazione della società sono davvero possibili; che pianifica- re l’economia si può, anche se è molto difficile; che socializzare la produzione si può, anche se bisogna trovare le forme più adeguate a far sì che la socializzazione sia effettiva; che più evolute modalità di partecipazione alla cosa pubblica sono possibili, anche se non irreversibili; che nuovi rapporti tra gli uomini – rapporti di cooperazione costruttiva, anziché di quella competizione individualistica che sta portando il Pianeta alla catastrofe – sono possibili.

Certo, rimane anche il retaggio degli errori e delle deviazioni. Masoprattutto, alla luce dell’esperienza, acquista maggiore pregnanzal’idea di Marx, Engels e Lenin che la transizione al socialismo è unprocesso storico, lungo, complesso e tortuoso; che le accelerazionipossono rispondere ad alcune emergenze ed essere necessarie in alcuni momenti, ma non possono surrogare gli elementi strutturali, il loro sviluppo, la loro maturità. Questi elementi oggettivi, paradossalmente, oggi sono molto più maturi di ieri. Le carenze maggiori riguardano invece il piano soggettivo, quello dell’elaborazione teorica e della proposta politica. Bisogna perciò ricominciare a studiare, contribuire alla ricostruzione storica ma anche a una nuova critica dell’economia politica, tornare a fare un lavoro di formazione.

Siamo orgogliosi della nostra storia, ma soprattutto siamo consapevoli che il grande patrimonio della storia dei comunisti può dare ancora tanto alle lotte di oggi e di domani. La storia non è finita, la dialettica e il marxismo lo insegnano. Occorre quindi valorizzare questo grande patrimonio e farlo rivivere nel mondo di oggi, davanti ai problemi globali dell’epoca attuale.

1 E.H. Carr, 1917. Illusioni e realtà della rivoluzio- ne russa, Torino, Einaudi, 1970, pp. 21, 24.

2 K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, Roma, Editori Riuniti, 1983, p. 25.

3 Carr, 1917. Illusioni e realtà della rivoluzione rus- sa, cit., p. 31.

4 Engels a Weydemeyer (1853), cit. in R. Medvedev, La Rivoluzione d’ottobre era ineluttabile?, Roma, Editori Riuniti, 1976, pp. 65-66 (cfr. K. Marx, F. Engels, Opere complete, Roma, Editori Riuniti, vol. 39).

5 V. I. Lenin, Rapporto sul programma del partito pre- sentato all’VIII Congresso del Partito comunista (bolscevico) di Russia, marzo 1919, in Id., Opere scelte, Roma, Editori Riuniti, 1965, p. 1262.

6 V. Serge, L’Anno primo della rivoluzione russa, Torino, Einaudi, 1991, pp. 64-67, 126, 145, 346.

7 C. Hill, Lenin e la rivoluzione russa, Torino, Einau- di, 1979, p. 101.

8 V. I. Lenin, Il dualismo del potere [aprile 1917], in Id., Opere scelte, cit., p. 721.

9 V. I. Lenin, Primo Congresso dei deputati operai e soldati di tutta la Russia [giugno 1917], ivi, p. 765; Id., Sulle parole d’ordine [luglio 1917], ivi, pp. 771-773; Hill, Lenin e la rivoluzione russa, cit., p. 95.

10 Serge, L’Anno primo della rivoluzione russa, cit., pp. 36, 47-51.

11 V. I. Lenin, I bolscevichi devono prendere il pote- re [settembre 1917], in Id., Opere scelte, cit., p. 843.

12 V. I. Lenin, Il marxismo e l’insurrezione [settem- bre 1917], ivi, p. 949.

13 Hill, Lenin e la rivoluzione russa, cit., pp. 96-99. Alle 19.25 del 7 novembre, l’agenzia Reuter parlava di appena due morti nei brevi scontri presso il Palazzo d’Inverno.

14 Serge, op. cit., pp. 38-39.

15 V. I. Lenin, Come organizzare l’emulazione? [gen-

naio 1918], in Id., Opere scelte, pp. 1028-1033. 16 V. I. Lenin, Rapporto sulla guerra e sulla pace al VII

Congresso del PC(b)R [marzo 1918], ivi, p. 1064. 17 V. I. Lenin, I compiti immediati del potere sovie-

tico [aprile 1918], ivi, pp. 1089, 1101.

18 Ivi, pp. 1116-1118.

19 Sull’idea di comunismo come “espansione della de- mocrazia nella totalità della vita sociale”, cfr. J. Texier, “Stato e Rivoluzione” di Lenin e la faccia nascosta del pensiero politico marx-engelsiano, in Lenin e il Novecento, a cura di R. Giacomini e D. Losurdo, Napoli, La Città del Sole, 1997, p. 379 e passim, che però insiste sugli elementi di rottura più che su quelli di continuità tra il pensiero di Le- nin e quello di Marx ed Engels su tale questione.

20 Hill, op. cit., p. 148; V. I. Lenin, La funzione e i compiti dei sindacati nelle condizioni della Nuova politica economica [gennaio 1922], in Id., Opere scelte, cit., pp. 1682-1685.

21 V.I. Lenin, Successi e difficoltà del potere sovieti- co [marzo 1919], ivi, pp. 1228-1231.

22 Lenin, I compiti immediati del potere sovietico, cit., pp. 1092-1095, 1127.

23 Ivi, p. 1229.

24 V. I. Lenin, L’infantilismo “di sinistra” e la men- talità piccolo-borghese [maggio 1918], ivi, p. 1540.

25 Hill, op. cit., p. 157.26 V. I. Lenin, La grande iniziativa [luglio 1919], in

Id., Opere scelte, cit., pp. 1304-1305.

27 Lenin, Rapporto sul programma del partito pre- sentato all’VIII Congresso…, cit., pp. 1260- 1261.

28 V. I. Lenin, Sull’imposta in natura [maggio 1921], in Id., Opere scelte, cit. pp. 1549-1561. Per Lenin oc- corre “incanalare lo sviluppo inevitabile (fino a un certo punto e per un certo periodo) del capitalismo nell’alveo del capitalismo di Stato”, in modo da assicurare “in un futuro non lontano la trasforma- zione del capitalismo di Stato in socialismo”.

29 Su questo tema, cfr. A. Catone, Lenin e la transi- zione dal capitalismo al socialismo, in Lenin e il Novecento, cit., pp. 177-214.

30 V.I. Lenin, Per il quarto anniversario della rivo- luzione d’Ottobre [ottobre 1921], in Id., Opere scelte, cit., p. 1629.

 

31 I. Getzler, Ottobre 1917: il dibattito marxista sul- la rivoluzione in Russia, in Storia del marxismo, cit., vol. 3*, pp. 46-47.

32 V.I. Lenin, Sulla nostra rivoluzione. A proposito delle note di N. Sukhanov [gennaio 1923], in Id., Opere scelte, cit., pp. 1807-1808 (corsivi miei).

33 Cfr. Hill, op. cit., p. 158.

34 Ivi, pp. 76-77.

35 Lenin, Successi e difficoltà del potere sovietico, cit., pp. 1234-1235.

36 V. I. Lenin, Rapporto sul lavoro nella campagna all’VIII Congresso del Partito comunista (bol- scevico) di Russia [marzo 1919], ivi, pp. 1271- 1278.

37 Carr, 1917. Illusioni e realtà della rivoluzione rus- sa, cit., p. 116.

38 Ivi, pp. 140-141. Nel 1921 i prodotti forniti dal- l’agricoltura erano meno della metà rispetto a prima della guerra; l’industria pesante era ridot- ta al 13% di quella pre-bellica; quella leggera al 44%.

39 Lenin, Sull’imposta in natura, cit., pp. 1546-1547.

40 Carr, 1917…, cit., pp. 117-119, 126.

41 V. I. Lenin, Operai e contadini [maggio 1921], in Id., Opere scelte, cit., p. 1574.

42 V. I. Lenin, Cinque anni di rivoluzione russa e le prospettive della rivoluzione mondiale [novem- bre 1922], ivi, p. 1752.

43 Carr, 1917…, cit., pp. 119-131. 44 Ivi, pp. 142-146, 18-19, 201. 45 Hill, op. cit., pp. 129-130.

46 V.I. Lenin, Come riorganizzare l’Ispezione operaia e contadina [gennaio 1923], in Id., Opere scel- te, cit., pp. 1809-1813.

47 V.I. Lenin, Meglio meno, ma meglio [marzo 1923], ivi, pp. 1815-1827.

48 Hill, op. cit., p. 121.

49 P. Togliatti, Intervista a “Nuovi Argomenti”, mag- gio-giugno 1956, in Id., Opere scelte, a cura di G. Santomassimo, Roma, Editori Riuniti, 1974, pp. 702-728. Per le posizioni elaborate da To- gliatti e dal PCI in quell’anno, mi permetto di rinviare a Il PCI e il 1956. Scritti e documenti dal XX Congresso del PCUS ai fatti di Unghe- ria, a cura di A. Höbel, Napoli, La Città del Sole, 2006.