Gramsci, la rivoluzione d’ottobre, il socialismo

Da: il nostro Ottobre

 

Andrea Catone

Gramsci, la rivoluzione d’ottobre, il socialismo1

  1. Questioni di metodo

La formazione politica e culturale di Gramsci è profondamente segnata dall’evento della rivoluzione d’Ottobre. La rivoluzione socialista costituisce il problema fondamentale della sua epoca, e le strategie da mettere in atto in Italia e in Occidente per realizzare la rivoluzione rimangono al centro della riflessione dei Quaderni, anche quando, con l’arresto e la carcerazione, egli deve interrompere forzatamente la sua attività politica. Sui diversi aspetti delle vie della rivoluzione in Gramsci esiste ormai una vastissima letteratura.

Minore attenzione è stata rivolta finora a un’altra questione che pure alla prima è intimamente connessa: quella dei tratti, del carattere, dei contenuti che avrebbe assunto la città futura, il nuovo ordine instaurato. Del resto Gramsci, anche quando poté dedicarsi nel carcere ad una riflessione für ewig, non incluse questo tema tra quelli della sua ricerca; i riferimenti alla società socialista e all’URSS anche nei Quaderni sono sporadici, inseriti all’interno di riflessioni su altri argomenti, e devono

essere pazientemente ricercati e ricostruiti2. Tuttavia, se solo si considerino i titoli dei giornali da lui diretti, dalla Città futura all’Ordine Nuovo, non possiamo non interrogarci su come egli concepisse la società socialista. Gramsci, d’altronde, istituisce un nesso strettissimo tra il fine comunista e ogni atto politico e morale3 (NM 110-111).

Sarebbe metodologicamente scorretto pretendere che la riflessione gramsciana sul socialismo e sull’esperimento sovietico si interrogasse intorno a quello stesso tipo di questioni che noi oggi dopo ben altra esperienza, quale la crisi e la decomposizione del “socialismo reale” nei paesi est-europei e in URSS ci poniamo e cui cerchiamo risposta. Ma sarebbe anche errato pretendere di rinvenire in Gramsci un’unica concezione, in sé compiuta e definita, della società socialista, che, in modo unilineare e senza soluzione di continuità, dagli scritti giovanili si sviluppa fino ai Quaderni. Forse in nessun autore come in Gramsci la ricerca e l’elaborazione sono concepiti come work in progress, in cui le certezze appena acquisite possono essere rimesse in discussione e, al limite, capovolte, dall’acquisizione di nuovi elementi. La ricostruzione attraverso gli scritti e frammenti gramsciani del modo in cui egli concepì la società socialista, non potrà non procedere, dunque, diacronicamente, seguendo i mutamenti del suo pensiero, che si rivelano, in alcuni casi, veri e propri rovesciamenti di prospettiva. Cosa, quest’ultima, comprensibilissima, quando si consideri che quello di Gramsci è un pensiero che interviene e interagisce con il tumultuoso movimento reale delle lotte di classe del suo tempo, in Italia e nel mondo.

Quel mondo, che con la rivoluzione russa del ’17 si apriva ad una nuova era. 2. Tra rifiuto dell’utopia e Endziel

La prefigurazione di un modello “ben coordinato, ben lisciato” (CF 5) di società socialista esorbita del tutto dall’impostazione teorica del giovane Gramsci. E questo soprattutto perché la costruzione di uno schema ben preciso di società futura significherebbe una rovinosa caduta nell’utopia, dalla quale egli si preoccupa, dalle colonne della Città futura, numero unico e anomalo dei giovani della federazione socialista torinese, di prendere nettamente le distanze (cfr. Tre principi, tre ordini, CF 5-12).

L’accusa di utopismo, la critica alle idee socialiste come sogno irrealizzabile, era infatti uno dei cavalli di battaglia della crociata propagandistica antimarxista, rafforzata dalla prima “crisi del marxismo” e dall’emergere del revisionismo di Bernstein. Una delle prime preoccupazioni del “comunismo critico” era quella di respingere e rintuzzare tali accuse. In diverse occasioni Antonio Labriola era intervenuto a questo proposito, da un lato prevenendo i marxisti contro il rischio di cadere, accettando il determinismo, in una nuova forma di utopismo, dall’altro difendendo Marx dalla critica crociana che tendeva a fare di lui “l’illustratore teorico di una quasiutopia”4.

Al pari di Engels, Gramsci attribuisce all’utopia il carattere di progetto di un nuovo sistema sociale elaborato nei particolari, e quanto più elaborato, tanto più destinato “a finire nella pura fantasia”5: proprio la pretesa di disegnare un modello ben definito è alla base secondo Gramsci della fragilità delle utopie: “le costruzioni sociali utopistiche sono crollate tutte, perché essendo appunto così lisciate e assettatuzze, bastava dimostrarne infondato un particolare per farle crollare nella loro totalità” (CF 6). Ma, diversamente da Engels e da Labriola6 -, Gramsci non contrappone all’utopia la scienza, il ‘socialismo scientifico’, formula che ai suoi occhi si è contaminata con le concezioni economicistiche del riformismo secondinternazionalista, contro cui egli rivolge con tutte le energie la sua polemica politica e culturale. Ed è interessante notare come la critica dell’utopia sia da Gramsci strettamente connessa (come era stato anticipato da Labriola) con la critica del determinismo: utopista è colui che vede “il futuro come una solidità già sagomata”, che crede “ai piani prestabiliti”, che non riesce “a concepire la storia come libero sviluppo”7. L’utopia è dunque il ‘doppio’ del determinismo.

Si comprende bene perciò la polemica con Tasca per la pubblicazione sull’Ordine Nuovo (a puntate, cfr. i nn. 6, 10, 11 del 1919) di “un accurato componimentino scolastico” di E. Fournière, riesumato da un numero della Revue socialiste del 1887, che scodellava “caldo caldo (o freddo freddo) uno schema di Stato socialista” (ON 621).

Il rifiuto degli schemi precostituiti non significa affatto, però, rinuncia al fine strategico, come attestano i titoli dal forte carattere utopico dei giornali gramsciani, da La Città futura all’Ordine Nuovo. Se non si devono infatti costruire modelli dettagliati, pronti a crollare come castelli di carte appena viene meno un particolare, non si può neppure ignorare il problema della previsione e indicazione dei fini per i quali si chiamano le masse all’azione: “L’uomo ha bisogno, per operare, di poter almeno in parte prevedere. Non si concepisce volontà che non sia concreta, che cioè non abbia uno scopo. Non si concepisce volontà collettiva che non abbia uno scopo universale concreto” (CF 5-6).

Posta la questione in questi termini, tra il rifiuto del modello e la necessità di definire lo scopo, l’unica soluzione possibile è di tipo kantiano: “Il difetto organico delle utopie è tutto qui. Credere che la previsione possa essere previsione di fatti, mentre essa può solo esserlo di principi o di massime giuridiche”, le quali precisa Gramsci sono “la morale attuata” (CF 6). La “massima giuridica” socialista che Gramsci propone è: “possibilità di attuazione integrale della propria personalità umana concessa a tutti i cittadini”. Ciò consente il “massimo della libertà col minimo della costrizione” (CF 11).

  1. Contro il “socialismo di Stato”

Ma l’avversione del giovane Gramsci per i modelli precostituiti di società socialista non deriva solo dalla preoccupazione di cadere nell’utopia; egli rifiuta un modello ben preciso che allora sotto l’influenza della socialdemocrazia tedesca ha guadagnato terreno all’interno del riformismo italiano: quello del “socialismo di Stato”. Il giovane Gramsci, che non trova nella tradizione teorica dominante all’interno del socialismo italiano che “nullismo opportunista e riformista” 8, risente molto dell’influenza liberale, di quell’utopia liberale9 che lo spinge a vedere nello Stato “il maggiore nemico dei cittadini (della maggioranza dei cittadini)”. “Ogni accrescimento dei suoi poteri, della sua attività, delle sue funzioni, equivale sempre a un accrescimento del malessere, della miseria dei cittadini, a un abbassamento generale del livello di vita pubblica, economica e morale” (aprile 1917, CF 118). E, un anno dopo: “Ogni forma di socialismo di Stato è antieconomica, è illusione, e noi dobbiamo combatterla” (CF 684).

Nel febbraio 1918, quando la rivoluzione russa non gli appare ancora concretata in un progetto definito10 , Gramsci, ribadendo il rifiuto di rinchiudere il socialismo in un modello in sé concluso, e concependolo invece come processo continuo, continuo divenire, aperto ad ogni possibile sperimentazione, delimita però in negativo per quel che non dovrà essere la

città futura: né socialismo di Stato, né socialismo corporativo, ma “organizzazione della libertà di tutti e per tutti” (CF 645). Se dalla tradizione liberale egli riprende l’antistatalismo (la “statolatria” è indicata come il nemico principale) e l’idea di libertà come elemento principe fondante la società futura, dal bagaglio della tradizione socialista attinge l’idea che la libertà è tale solo se universale (“di tutti e per tutti”). E può essere tale solo se organizzata.

Nel luglio ’18 (cfr. l’articolo Utopia) Gramsci interpreta ancora la rivoluzione russa secondo lo schema proposto in La rivoluzione contro il ‘Capitale’ (dicembre ’17, ON 513517): libertà e spontaneità sono esaltate al massimo, il regime sorto dalla rivoluzione russa è “dominio della libertà”, “organizzazione che si fonda per spontaneità, non per arbitrio di un ‘eroe’ che si impone con la violenza” (NM 211). Gramsci non si discosta tutto sommato dall’impostazione della Città futura, di un socialismo senza tratti stabili e definiti, che ha il carattere processuale proprio di una creazione storica che “non si esprime con un fiat magico: il socialismo è un divenire, uno sviluppo di momenti sociali sempre più ricchi di valori collettivi […] non si instaura a data fissa, ma è […] uno sviluppo infinito in regime di libertà organizzata e controllata dalla maggioranza dei cittadini o dal proletariato”. E polemizza contro “i filistei costruttori di progetti mastodontici”, che danno un “senso balordissimo” alla parola socialismo. Il socialismo non è altro che “la società umana che si sviluppa sotto il controllo del proletariato. Quando questo sarà organizzato nella sua maggioranza, la vita sociale sarà più ricca di contenuto socialista di quanto non sia ora, e il processo di socializzazione andrà sempre più intensificandosi e perfezionandosi” (NM 209-211).

Continua ad essere assente, in queste definizioni gramsciane del socialismo qualsiasi tentativo di fare i conti con le determinazioni economiche della nuova struttura sociale, cosa che era invece in qualche modo presente nello scritto di due anni prima, Socialismo e cooperazione11, né viene dato contenuto economico concreto al termine “socializzazione”. Gramsci tuttavia accetta ora la parola d’ordine della dittatura in quanto “istituto fondamentale che garantisce la libertà, che impedisce i colpi di mano delle minoranze faziose. È garanzia di libertà perché non è un metodo da perpetuare, ma permette di creare e solidificare gli organismi permanenti in cui la dittatura si dissolverà, dopo aver compiuto la sua missione” (NM 210).

Nel settembre 1918 Gramsci usa l’espressione “Stato socialista”, che non incontriamo in precedenza; nel luglio parlava della Russia come di “Stato nuovo” (NM 207). Ma è ben attento a sottolineare come la natura di questo Stato sia qualitativamente diversa da quella dello Stato capitalistico: lo Stato socialista, “organizzazione della collettività dopo l’abolizione della proprietà privata” non continua lo “Stato capitalistico”, i cui tratti essenziali sono individuati nella difesa della proprietà privata in campo economico e nella divisione dei poteri esecutivo, parlamentare e giudiziario in campo istituzionale. E, soprattutto, lo Stato socialista non ha nulla a che vedere con l’aborrito socialismo di Stato, considerato il pericolo principale per la rivoluzione: se il socialismo è organizzazione delle libertà, non deve cadere in alcuna forma di ‘statolatria’12. Il modello di Stato che Gramsci concepisce in questomomento è un quasi-Stato o un non-Stato, un’organizzazione sociale for-temente decentrata e promossa dal basso: per la prima volta Gramsci deli-nea la futura organizzazione sociale come prosecuzione e “sviluppo siste-matico delle organizzazioni professionali e degli enti locali che il proleta-riato ha saputo già suscitare spontaneamente in regime individualistico”(NM 289). In tale organizzazione l’intervento dello Stato centrale deve es-sere ridotto al minimo13. A chiarire ulteriormente il forte atteggiamento antistatalistico gramsciano in questo momento soccorre anche la sua valutazione delle forme di statualità assunte dall’Inghilterra. Riscontriamo qui un atteggiamento specularmente opposto a quello di Lenin: mentre questi guardava alla Germania di Rathenau come al paese che per le forme di capitalismo monopolistico di Stato sviluppate in modo accelerato durante la guerra con l’organizzazione e centralizzazione pianificata della produzione avrebbe potuto consentire più facilmente il passaggio al socialismo14, Gramsci nel settembre 1918 vede negli ordinamenti liberali dell’Inghilterra il momento più prossimo alla transizione al sistema dei Soviet, proprio perché lì maggiori sono il decentramento e le autonomie locali15.

  1. Le ‘lezioni’ del potere sovietico: un nuovo Stato per una nuova economia

È evidente come in questa fase Gramsci legga la rivoluzione russa e le nuove forme di potere che lì si sono instaurate con le sue personalissime lenti, che, se da un lato gli consentono di esaltarla e sostenerla contro i riformisti del partito socialista, dall’altro non gli fanno cogliere a pieno i tratti effettivi con cui il processo rivoluzionario si stava sviluppando in Russia. Ma a mano a mano che la costituzione del nuovo potere sovietico assumeva una sua configurazione e si precisava nei suoi contorni, Gramsci non poteva non rapportarsi alla rivoluzione russa per quello che essa esprimeva nella sua realtà effettuale: si stava organizzando lì un nuovo Stato e un nuovo potere. Questo riadeguamento di prospettiva si verifica tra l’estate del 1918 e la primavera del ’19.

La Pravda del 28 aprile 1918 pubblica I compiti immediati del potere sovietico, primo scritto di Lenin di cui Gramsci viene a conoscenza e che tenta di pubblicare sul Grido del popolo nel settembre ’18. In esso si sottolinea come ogni rivoluzione socialista, diversamente da quelle borghesi, ponga come compito principale al proletariato quello di “istituire un sistema estremamente complesso e delicato di nuovi rapporti organizzativi, che comprendono la produzione e la distribuzione dei prodotti necessari all’esistenza di decine di milioni di uomini”16. È in funzione della riorganizzazione della produzione che Lenin si sofferma sul sistema Taylor, sulla necessità di accrescere la produttività del lavoro, nonché sul ruolo transitorio ma necessario della coercizione e della dittatura del proletariato, senza delle quali “sarebbe sciocca e assurda utopia ritenere che […] si possa passare dal capitalismo al socialismo”17. Ma indica subito dopo il compito della “lotta contro la deformazione burocratica dell’organizzazione sovietica”, attraverso la partecipazione di tutti i lavoratori alle funzioni statali e il massimo controllo dal basso in tutto il paese18.

Gramsci condivide entusiasticamente anche per il suo anti-giacobinismo giovanile l’idea leniniana secondo cui la costruzione del socialismo può avvenire solo attraverso la partecipazioneattivaeconsapevoledellemasse,dituttiilavoratori,enonperoperadigruppiristretti.Accetta la dittatura come momento necessario e inevitabile in un processo di radicali trasformazioni, ma al contempo come un dato provvisorio che deve preparare le premesse per la propria fine.

Gramsci assume anche, pienamente e fino in fondo, l’affermazione, che corre drammaticamente, enfatizzata dalla pressione dell’emergenza, lungo tutto lo scritto leniniano, secondo cui il nuovo Stato è, prima di tutto, organizzazione e riorganizzazione dell’economia: senza tale organizzazione economica il potere del proletariato rischia di essere travolto. È a partire da questa nuova consapevolezza del ruolo fondamentale dell’organizzazione della produzione e dell’economia che nel periodo ordinovista (1919-20) Gramsci proporrà con forza estrema, e, in alcuni momenti, con estrema unilateralità, l’idea della produzione come momento fondante della sovranità. “La sovranità deve essere una funzione della produzione”, scrive nel settembre 1919 (ON 206). Il fatto che nessuna società possa reggersi senza produzione significa che spetta ai produttori reggere la società: “se è vero che la società nuova sarà basata sul lavoro e sul coordinamento delle energie dei produttori, i luoghi dove si lavora, dove i produttori vivono e operano in comune, saranno domani i centri dell’organismo sociale e dovranno prendere il posto degli enti direttivi della società odierna” (ON 209).

  1. Non “cittadino”, ma “compagno”

L’emergenza del giovane potere sovietico s’intreccia nelle riflessioni di Gramsci con un’altra emergenza: quella del dopoguerra italiano. La crisi del quale lo conferma nella convinzione che il capitalismo e lo Stato borghese sono incapaci di riorganizzare la produzione e l’economia, di soddisfare i più urgenti e immediati bisogni sociali. Questo spinge Gramsci ad esasperare l’interpretazione della società capitalistica come società basata sull’egoismo, l’individualismo, l’atomismo (concepiti in larga misura, in questa fase, indipendentemente dalle determinazioni economiche che li sottendono), a cui egli contrappone la nuova società basata sul collettivismo e il solidarismo.

Un ruolo essenziale nella svolta teorica che Gramsci opera in questo frangente è giocato dalla coppia ordine/disordine, che corrisponde in qualche modo a quella già espressa da Marx e ripresa più volte da Lenin di organizzazione secondo un piano nella fabbrica/anarchia della produzione nella società. Alla società borghese che si decompone nel marasma e nell’anarchia della concorrenza, della lotta di tutti contro tutti, e che non è più in grado di garantire il minimo vitale, si contrappongono i rapporti interni alla fabbrica, organizzati, ordinati sulla base di una tecnica che il gruppo dell’Ordine Nuovo concepisce come relativamente indipendente dai rapporti di proprietà. L’organizzazione e l’ordine presenti nella fabbrica, che caratterizzano la moderna società industriale che ha dato origine al proletariato, sembrano ora rappresentare la salvezza e il modello su cui riorganizzare la società. La responsabilità del disordine e del marasma viene attribuita direttamente all’individualismo borghese e all’atomismo sociale, e al disordine-individualismo viene opposto il nuovo ordine-collettivismo19. È finito il tempo dell’individuo-cittadino: il cittadino stesso, in quanto singolo individuo non può contare più alcunché e solo gruppi sociali organizzati, “organici”, potranno ricostruire un nuovo ordine. “Cittadino” e “compagno” divengono così due poli antitetici, a rappresentare la differenza essenziale tra regime capitalista basato sull’individualismo atomistico e il comunismo, fondato sul collettivismo solidaristico20. Ma in quest’ultimo “l’individualità non viene soppressa o limitata”, trova invece “le condizioni del maggiore sviluppo, della indefinita espansione, in quanto l’individuo delega alla società ed economizza un complesso di sforzi e di attriti che oggi lo esauriscono e lo logorano”21.

  1. Lo Stato operaio

Si è così attuato, tra il ’18 e il ’19 un radicale mutamento di prospettiva. L’accento e l’enfasi che Gramsci pone sul ruolo fondante, determinate della produzione sono molto più forti che non in Lenin o in altri esponenti del movimento comunista internazionale. Se la sovranità deve essere funzione della produzione, ciò che esprime l’organizzazione operaia di fabbrica può essere posto a fondamento e modello del nuovo Stato. La forma di quest’organizzazione è il Consiglio di fabbrica22.

Nel maggio ’19 Gramsci rompe esplicitamente col precedente antistatalismo: “La società non può vivere senza Stato: lo Stato è la società stessa in quanto concreto atto di volontà superiore all’arbitrio individuale, alla fazione, al disordine, all’indisciplina individuale” (ON 32, maggio ’19). Gramsci svilupperà a più riprese questa nuova idea secondo cui “non esiste società se non in uno Stato, che è la sorgente e il fine di ogni diritto e di ogni dovere […] la rivoluzione proletaria è tale quando dà vita e s’incarna in uno Stato tipicamente proletario”23.

È così che Gramsci guarda a un nuovo tipo di Stato, che nel settembre ’18 aveva chiamato “Stato socialista” e nel ’19 chiama ancora così (ON 118), ma anche “Stato nuovo comunista” (NM 522), oppure “repubblica dei Consigli operai e contadini” (ON 22; 42), “Stato dei consigli” (ON 24), “Stato proletario” (ON 34, 54, 118, 238). Solo dal febbraio 1920 sarà adottata la formula “Stato operaio” (ON 413). Quando Gramsci parla di “Stato dei Soviet” si riferisce invece alla realtà della Russia.

Nel settembre ’19 (Lo sviluppo della rivoluzione) egli pone il consiglio difabbrica come nucleo del nuovo Stato socialista24. La forma, che aderisce pla-sticamente, direttamente alla fabbrica, affinché questa ritorni ad essere riap-propriata alla soggettività dei produttori il luogo fondante del potere politico,è il Soviet di fabbrica come cellula di base di un sistema di consigli. Questi,poiché sgorgano dal modo materiale di produzione industriale, poiché sono aderenti alla tecnica, e sono indipendenti dal ‘modo di proprietà’, sono organi permanenti e universali il comunismo è universalità25 -, a differenza del Sindacato, che nasce da un fattore contingente e transitorio, dal sistema della proprietà privata (cfr. ON 205-206). La dittatura proletaria “può incarnarsi in un tipo di organizzazione che sia specifico della attività propria dei produttori e non dei salariati, schiavi del capitale”. Il Consiglio viene concepito come “la cellula prima di questa organizzazione”, poiché in esso l’organizzazione è sociale, in quanto vi sono rappresentate tutte le branche del lavoro (ON 238); esso realizza così l’unità della classe lavoratrice, “dà alle masse una coesione e una forma che sono della stessa natura della coesione e della forma che la massa assume nella organizzazione generale della società”. Il consiglio può pertanto presentarsi come “modello dello Stato proletario”, poiché tutti i problemi che sono inerenti all’organizzazione dello Stato proletario, sono inerenti all’organizzazione del Consiglio”. In entrambi ripete Gramsci, riprendendo una formula che in questa fase gli è cara “il concetto di cittadino decade, e subentra quello di compagno: la collaborazione per produrre bene e utilmente sviluppa la solidarietà, moltiplica i legami di affetto e di fratellanza” (ON 238).

Lo Stato operaio nasce dunque “secondo una configurazione produttiva”, ed è su questa base in analogia con quanto avviene per le industrie che si fondono con altre, fino ad entrare in sempre più vaste corporation mondiali che si può pensare concretamente alla sua dissoluzione in quanto Stato, al suo “incorporarsi organico in un sistema mondiale, l’Internazionale comunista”. Al pari delle squadre di mestiere che nel Consiglio si amalgamano con le altre squadre di reparto all’interno della grande officina meccanica, così si può ipotizzare che l’intera produzione dell’economia mondiale dal carbone inglese al riso vercellese, dal petrolio russo allo zolfo siciliano si fonda “in un organismo unico, sottoposto a una amministrazione internazionale che governa la ricchezza del globo in nome dell’intera umanità” (ON 536).

Per un certo periodo, dall’estate del ’19 alla metà del ’20, sembra che Gramsci proponga, in una serie di articoli, scritti nel fuoco delle lotte operaie del biennio rosso e della polemica contro l’ala riformista del partito e le burocrazie sindacali, uno “Stato dei Consigli” come traduzione dello “Stato dei Soviet”. Ma i consigli, così come vengono concepiti da Gramsci, assumono una connotazione specifica che li differenzia nettamente tanto dal Soviet bolscevico, organo essenzialmente politico, quanto dal modello di Korsch o Pannekoek26. Né, a ben vedere, esiste in Gramsci il tentativo di delineare una forma di Stato consiliare.

  1. Sapere operaio, attività delle masse, socializzazione

È stato osservato che “tutta la linea ordinovista si era in fondo basata su di una forte identificazione fra socialismo e ‘industrialismo’”27 . Se questo paradigma della produzione – con l’appiattimento del politico sull’economico – presenta lati negativi e inaccettabili, non vanno però oscurati gli aspetti positivi e irrinunciabili per una moderna concezione del socialismo che dall’esperienza ordinovista emergono con forza. È lo stesso Gramsci nel bilancio che diversi anni dopo, nel 1926, traccia dell’occupazione delle fabbriche nel

settembre 1920, ad enunciarne il nucleo essenziale:

L’irradiazione dell’occupazione delle fabbriche è stata enorme, tanto in Italia che all’estero. Perché? Perché le masse lavoratrici videro in essa la riprova della rivoluzione russa in un paese occidentale, in un paese industrialmente più progredito della Russia, con una classe operaia meglio organizzata, tecnicamente più istruita, industrialmente più omogenea e coesa di quanto fosse il proletariato russo nell’ottobre 1917. Siamo noi capaci di gestire la produzione per conto nostro, secondo i nostri interessi, secondo un piano? si domandavano gli operai. Siamo noi in grado di riorganizzare la produzione in modo da condurre la società intiera su un nuovo binario che porti alla abolizione delle classi e all’eguaglianza economica? (CPC 346-47, corsivo mio).

E riassume i risultati positivi sostanzialmente raggiunti da parte della “massa operaia” (e non solo di élite): capacità di autogovernarsi, di mantenere e superare il livello di produzione del regime capitalistico; capacità illimitata di iniziativa e creazione (ivi).

Gramsci insiste sul fatto che la partecipazione attiva e consapevole delle masse alla costruzione della città socialista è un tratto costitutivo e ineliminabile di quest’ultima. La rivoluzione socialista, in quanto si propone l’abolizione della proprietà privata e delle classi, non può non coinvolgere tutti gli uomini e non una sola parte di essi (ON 56), per cui “a differenza dello Stato borghese, che è tanto più forte all’interno e all’esterno quanto meno i cittadini controllano e seguono l’attività dei poteri, lo Stato socialista domanda la partecipazione attiva e permanente dei compagni alla vita delle istituzioni” (cfr. Lo Stato e il socialismo, giugno luglio 1919, in ON 119).

Tale partecipazione, però, non può ridursi a mera funzione politica: per essere veramente tale deve essere sostanziata dall’effettivo potere dei produttori di controllo e gestione del processo produttivo. Ma questo potere non s’inventa né s’improvvisa: occorre che i lavoratori si approprino del sapere tecnico-industriale, il quale si presenta, accanto alla capacità di direzione politica, come uno degli elementi costitutivi della possibilità di socialismo. Senza questo sapere di massa tecnico e politico insieme si ritorna alla scissione governanti-governati, ed è irrealizzabile un autentico autogoverno delle masse.

Non solo: la rivoluzione viene sconfitta in tempi brevi, come nelle rivoluzioni europee del primo dopoguerra (e si potrebbe aggiungere anche nei tempi lunghi, come è accaduto nei paesi dell’Europa orientale e in URSS alla fine degli anni Ottanta). La sconfitta di quelle rivoluzioni secondo l’originale analisi di Gramsci è dipesa essenzialmente dall’incapacità di “lavoro ri-costruttivo”, dal fatto che non è sufficiente per mantenere il potere proletario affidarsi semplicemente alla forza. Il potere economico non si suscita d’autorità; occorre sostanziare il potere politico col potere economico. All’azione distruttiva, di rottura dei rapporti di produzione capitalistici, occorre accompagnare “un’opera positiva di creazione e di produzione. Se quest’opera non riesce, è vana la forza politica, la dittatura non può reggersi”28. È alla luce di questa sua concezione sulla necessità di competenza e di sapere tecnico-industriale, che Gramsci giunge alla spiegazione dello scioglimento di alcuni Consigli di fabbrica e della militarizzazione dell’industria in Russia:

Per la mancanza di forza motrice e di attrezzatura industriale, lo Stato operaio è stato costretto a introdurre in alcune industrie masse ingenti di contadini, lontanissime dalla psicologia proletaria e quindi senza capacità di autogoverno industriale: il Consiglio non aveva significato per queste masse contadine arretrate (giugno 1920, ON 539).

La preoccupazione per un progresso intellettuale di massa dei lavoratori, che consenta loro di gestire l’economia nel complesso, coordinare l’intero “sistema dei consigli”, è un motivo ricorrente negli articoli dell’Ordine Nuovo settimanale. Nelle indicazioni ai commissari di reparto Gramsci sottolinea l’importanza della preparazione tecnica:

Nel campo tecnico voi potete da un lato compiere un utilissimo lavoro informativo […] voi curerete che gli operai del reparto acquistino una sempre maggiore capacità […] Perché non potreste far sorgere nell’officina stessa appositi reparti di istruzione, vere scuole professionali, ove ogni operaio, sollevandosi dalla fatica che abbrutisce, possa aprire la mente alla conoscenza dei processi di produzione e migliorare se stesso? (settembre ’19 ON 211).

I Consigli di fabbrica devono perciò diventare “la forma storica della capacità economica del proletariato. E s’intende economia non nel senso italiano di azione sindacale, di azione cooperativa, ma nel senso di capacità di iniziare e condurre il processo di produzione dei beni economici” (ON 684).

L’acquisizione di una competenza tecnico-politica di massa29, serve non solo a quell’azione ‘ricostruttiva’ che Gramsci indica come elemento essenziale di una rivoluzione proletaria e comunista, ma costituisce anche un antidoto all’emergere del burocratismo, forma di separazione tra dirigenti e diretti, che si oppone all’autogoverno reale delle masse30. Il quale, per essere tale, deve realizzare effettivamente la socializzazione dei mezzi di produzione. Essa non può esaurirsi allora nella mera statizzazione o nazionalizzazione, come indicano invece i documenti costitutivi dell’Internazionale Comunista31. La socializzazione effettiva dei mezzi di produzione passa dunque anche attraverso l’acquisizione da parte dei lavoratori della capacità di gestire la fabbrica e l’economia nel complesso. Questione difficilissima e mai risolta se non sporadicamente e parzialmente dal comunismo novecentesco, e, dunque, tutta ancora aperta.

  1. Stato di transizione e Stato borghese senza borghesia

Nel luglio 1919 Gramsci così definisce lo Stato socialista:

non è ancora il comunismo, cioè l’instauramento di una pratica e di un costume solidaristico, ma è lo Stato di transizione, che ha il compito di sopprimere la concorrenza con la soppressione della proprietà privata, delle classi, delle economie nazionali: questo compito non può essere attuato dalla democrazia parlamentare (ON 131).

È uno “Stato borghese senza la borghesia”, secondo la celebre formula leniniana di Stato e rivoluzione, cui Gramsci fa più volte ricorso (cfr. ON 616, 707; SF 21, 385). Tale espressione è tuttavia usata da Gramsci con diverse accezioni.

  1. È uno Stato borghese senza borghesia in quanto Stato nazionale diretto dal proletariato e non dalla borghesia. “La dittatura del proletariato è ancora uno Stato nazionale e uno Stato di classe”. E “lo Stato nazionale è un organo di concorrenza”: “la proprietà privata e nazionale genera scissioni, confini, guerre, Stati nazionali in conflitto permanente tra loro”. Lo Stato nazionale è dunque, in quanto nazionale, uno Stato borghese, che “sparirà quando la concorrenza sarà soppressa e un nuovo costume economico sarà stato suscitato attraverso le esperienze concrete degli Stati socialisti”. Lo Stato socialista è Stato di classe che si contrappone agli Stati nazionali borghesi: “i termini della concorrenza e della lotta di classe sono spostati, ma la concorrenza e le classi sussistono. La dittatura del proletariato deve risolvere gli stessi problemi dello Stato borghese: di difesa esterna ed interna”. (ON 117, giugno 1919, corsivo mio). La lotta di classe si trasferisce sul piano internazionale: “lo Stato russo, con l’abolizione delle classi nell’ambito della sua sovranità, è diventato uno Stato proletario che sta di fronte agli Stati capitalistici nella posizione dialettica della lotta di classe” (gennaio ’19, NM 510). Questa situazione comporta la necessità di organizzare uno “Stato socialista saldissimo”: “per sopprimere lo Stato nell’Internazionale è necessario un tipo di Stato idoneo al conseguimento di questo fine, […] per sopprimere il militarismo può essere necessario un tipo nuovo di esercito” (ON 118). Questa visione dello Stato operaio come Stato di tipo nuovo e del tutto diverso dallo Stato borghese viene ripresa nell’aprile 1921: “Bisogna costruire una nuova struttura, bisogna creare una nuova organizzazione militare, giudiziaria, burocratica, di polizia, con mezzi proletari, con personale proletario, con un metodo nuovo di reclutamento, basato sulla eleggibilità e non sulla carriera e sull’organico (SF 146).

Nel ’19-’20 la prospettiva del comunismo si colloca tutta, per Gramsci, all’interno di un quadro internazionale: “la repubblica dei Soviet non potrà svilupparsi nelle vie del comunismo integrale se non quando il mondo intero, o almeno le nazioni del mondo che ne determinano la vita intensa nella produzione e negli scambi, abbiano instaurato il regime dei Soviet; ciò hanno sempre affermato Lenin e gli altri compagni socialisti russi” aveva scritto nel dicembre ’18 (NM 470). “La rivoluzione comunista o è internazionale o non è” (ON 707, ottobre 1920), perché solo a livello internazionale si può ricostruire un nuovo ordine economico. Gramsci coglie nei processi economici del dopoguerra la tendenza all’unificazione del mercato mondiale, e vede nella forma dello Stato nazionale borghese un limite e un ostacolo strutturali e insuperabili da parte del capitalismo rispetto a tale tendenza32. Solo il proletariato potrà unificare realmente il globo, poiché esso è l’unica forza conseguente che aderisce totalmente e pienamente al processo industriale, il quale

richiede, per il suo sviluppo, l’unificazione e la concentrazione di tutte le risorse mondiali. La stessa Internazionale comunista viene da Gramsci concepita in prospettiva non solo come centro di organizzazione e coordinamento della lotta di classe sul piano internazionale, ma come governo mondiale dell’economia (ON 536, giugno 1920).

  1. È Stato borghese senza borghesia perché in esso è al potere il proletariato, che si serve di tale potere per far funzionare un’organizzazione economica costruita dalla borghesia:

È relativamente facile delineare, già fin d’oggi, la configurazione del nuovo Stato e della nuova struttura economica. Si è persuasi che in questo campo, assolutamente pratico, per un certo periodo di tempo non si potrà far altro che esercitare un potere ferreo sull’organizzazione esistente, sull’organizzazione costruita dal-la borghesia: da questa persuasione nasce lo stimolo alla lotta per la conquista del potere e nasce la formula con cui Lenin ha caratterizzato lo Stato operaio: “Lo Stato operaio non può essere, per un certo tempo, altro che uno Stato borghese senza la borghesia” (SF 21, gennaio 1921).

  1. Lo “Stato borghese senza borghesia” risponde, in ultima analisi, all’emergenza: “Non si tratta di superare il capitalismo genericamente”, ma

si tratta di dare un colpo d’arresto al regime di sfascio del regime capitalista, si tratta di sostituire allo Stato borghese non una società comunista, e neppure uno Stato che possa chiamarsi operaio essenzialmente, ma uno Stato borghese senza … la borghesia, cioè uno Stato in tutto simile a quello attuale, che da quello attuale si differenzia solo per il fatto che il potere non è in mano ai borghesi, ma a una avanguardia proletaria, a un partito proletario, che il potere esercita a beneficio della classe operaia, per impedire la morte degli operai crivellati oggi dai colpi della disoccupazione, del fascismo, della speculazione (SF 385, novembre 1921; corsivo mio).

  1. Le contraddizioni della NEP

Il X Congresso del partito comunista bolscevico vara, nel marzo 1921, la NEP (nuova politica economica), i cui principi generali vengono esposti da Lenin nell’opuscolo Sull’imposta in natura. La nuova politica economica prevede anche concessioni e accordi col capitale straniero sotto il controllo dello Stato operaio. Gramsci sembra inizialmente colto di sorpresa da tale svolta. Nel marzo ’21 critica duramente l’accordo commerciale russo-inglese firmato il 16.3.21, che Lenin33 aveva invece salutato con favore, come anticipazione della svolta della NEP. Per Gramsci, al contrario, chi ci guadagna non è il comunismo ma il capitalismo e l’imperialismo, che intaccano le basi stesse dello Stato operaio: “la forza del proletariato russo economicamente è stata diminuita dall’accordo” (SF 109). Tuttavia, appena un mese dopo, Gramsci difende la nuova politica economica sovietica dagli attacchi della stampa borghese, che, prendendo spunto dalle concessioni fatte ai contadini e al capitalismo straniero, sostiene che lo Stato sovietico sta deviando dai principi del comunismo. I comunisti scrive Gramsci non hanno mai sostenuto che in Russia fosse attuato il comunismo, ma hanno continuamente ripetuto che “lo Stato operaio è caratteristico del periodo di transizione tra il capitalismo e il comunismo”; esso è una necessità storica, risulta dalle condizioni create dalla lotta di classe” (SF 14849; il corsivo è mio). La NEP viene così intesa come momento, tappa, della transizione.

Le questioni che la NEP tra il ’21 e il ’22 solleva all’interno del partitorusso e dell’Internazionale comunista non sono però oggetto di interventida parte di Gramsci. O, almeno, non abbiamo documentazione al riguardo.Il 5.11.1922 si apre a Mosca il IV Congresso dell’IC, al quale Gramsci, uscito dal sanatorio di Serebrjannyj Bor, partecipa. L’intero intervento di Lenin è dedicato ad illustrare la NEP e a chiarire la questione del capitalismo di Stato, “un capitalismo di Stato particolare”, che “non corrisponde al concetto ordinario di capitalismo di Stato”34. La questione del capitalismo di Stato era in quei mesi oggetto di dibattito e di polemica in seno al partito russo e all’Internazionale. Già al III Congresso dell’IC Alessandra Kollontaj, leader dell’Opposizione operaia, aveva criticato la NEP come ritorno al capitalismo; Trockij, nel dicembre ’22 rifiuta il concetto di capitalismo di stato introdotto da Lenin, e così fa anche Preobrazhenskij35. Gramsci non sembra toccato da questo dibattito, anche se alcuni anni dopo, nel 1926, assumerà integralmente la formula leniniana del capitalismo di Stato (CPC 333). Vero è che la questione del carattere della rivoluzione russa non diviene una discriminante nel PCdI, a differenza che tra i comunisti tedeschi. Le critiche di Bordiga alla politica dell’Internazionale Comunista sono di altro tipo e riguardano essenzialmente la politica di unità con la socialdemocrazia.

Eppure Gramsci con la sua non breve permanenza a Mosca tra il maggio ’22 e l’ottobre ’23 ha potuto fruire di un osservatorio privilegiato per sperimentare dall’interno quella politica e le contraddizioni specifiche che essa apriva. Ma di esse parlerà soltanto nel ’26. La mancanza di documentazione adeguata sul periodo moscovita non ci consente di poter dire di più.

Prima e dopo la morte di Lenin, nel partito bolscevico si fronteggiano due interpretazioni della NEP.

  1. Come ritirata, alla quale bisogna momentaneamente rassegnarsi finché la situazione non permetta di abbandonare la NEP e di riprendere l’offensiva. La NEP è considerata una via capitalistica.
  2. Come forma specifica dell’alleanza operai-contadini, forma suscettibile di modificarsi specie in funzione dell’adesione data dalle masse contadine alle cooperative e alla produzione collettiva. Il che implica non di abbandonare la NEP, ma di trasformarla. La Nep renderà possibile uno sviluppo sulla via socialista: Nep e marcia in avanti verso il socialismo non sono presentate come inconciliabili, pur non negando che la NEP può comportare elementi di sviluppo capitalistico controllato, i cui effetti devono essere progressivamente fronteggiati e trasformati dalla lotta di classe. Tale tendenza è prevalente dopo il 1925, fino alla crisi dell’alleanza operai-contadini del 1928-29.

Bucharin è il maggior teorico di quest’ultima concezione della NEP intesa come scelta strategica di lungo periodo per sviluppare un paese arretrato e come fase organica di sviluppo dell’economia socialista in regime di dittatura proletaria. Il nuovo gruppo dirigente del partito italiano e in primo luogo Gramsci la condividono ampiamente36. In tal modo anche la scelta della costruzione del socialismo in un solo paese viene interpretata alla luce di questa fondamentale necessità dell’alleanza operai-contadini, su cui Gramsci lavora da tempo e che esporrà organicamente nello scritto sulla questione meridionale e nelle Tesi di Lione del 1926.

Nell’estate-autunno del 1926, in concomitanza con le notizie provenienti dall’URSS sul durissimo scontro all’interno del gruppo dirigente bolscevico viene avviata in Italia una campagna di stampa rivolta a dimostrare che l’esperimento comunista in URSS è fallito, che con la NEP la Russia marcia verso il capitalismo. Gramsci risponde con il consueto vigore polemico, sottolineando che:

la realizzazione del comunismo è un processo lungo, che non si porta a termine in sei mesi o “con un colpo di bacchetta magica” (CPC 318): “i bolscevichi, se furono risoluti e decisi nell’impostare la questione della presa del potere e nel risolverla vittoriosamente, altrettanto furono cauti e prudenti nel formulare le rivendicazioni immediate al governo dello Stato” (CPC 334); il partito comunista russo alla vigilia dell’Ottobre pose alla rivoluzione proletaria “solo quei compiti che essa poteva risolvere: condurre fino in fondo la rivoluzione borghese democratica per iniziare la rivolu

zione socialista, organizzare le forze economiche dopo averle liberate dalle pastoie del regime borghese, sotto il controllo e la direzione del proletariato” (CPC 335);

“la questione […] di sapere quale classe ha il potere statale nelle mani diventa questione essenziale” (CPC 327): “in Russia il potere

è tenuto dalla classe operaia” (CPC 314);

il “processo verso la realizzazione completa di una società comunista” è in corso nello Stato soviettista; infatti “tutto lo sforzo dello Stato è rivolto verso lo sviluppo degli elementi socialisti della produzione”, mentre gli elementi capitalisti “di cui si è riconosciuta l’utilità e l’impossibilità di sopprimerli radicalmente, di un colpo solo, sono rigorosamente controllati”; il “capitale collettivo” occupa il 95% degli operai (CPC 317).

Ma Gramsci non elude la questione delle contraddizioni reali che la NEP ingenera: A) tra operai e contadini; B) tra contadini poveri e contadini medi e ricchi; C) tra proletariato nel complesso e nuova borghesia urbana e agraria (i nepmeny) che grazie alla NEP ha potuto svilupparsi.

  1. Tra operai e contadini:

Fu già osservato da Bucharin che i rapporti tra contadini e operai in regime soviettista possono paragonarsi a quelli tra industriali ed agrari ai primordi del secolo XIX. La lotta tra i due ceti, malgrado appartenessero ambedue alla classe borghese, fu lunga, poiché gli agrari non accettavano la crescente supremazia del capitale industriale e finanziario37.

  1. La contraddizione però non è solo tra contadini e operai: i rapporti di mercato che la NEP consente possono far sorgere differenziazioni all’interno della massa dei contadini, costituendo minoranze di contadini agiati e medi in contrasto con i contadini poveri (CPC 320-321): nel momento in cui lo Stato operaio cerca di incentivare lo sviluppo dell’agricoltura per allargare un mercato interno per i prodotti industriali è inevitabile che, data la conduzione individuale, si formino differenze di reddito dovute a una serie di circostanze naturali favorevoli o sfavorevoli (CPC 327).

La soluzione di queste due contraddizioni è indicata da Gramsci nella industrializzazione della terra:

attraverso la cooperazione […] i contadini russi eviteranno la ricostituzione del capitalismo agrario e costituiranno invece una economia in cui le forme associate avranno sempre maggiore importanza. […] Così in Russia, dove l’industria e la finanza collettiva dominano già l’intera vita economica, la saldatura fra operai e contadini per l’economia industriale e l’economia rurale avverrà con l’in-dustrializzazione della terra (CPC 318).

  1. La terza contraddizione della NEP che Gramsci individua, e di cui non fa menzione negli articoli di risposta alla polemica antisovietica, è chiaramente indicata nella ormai celebre lettera dell’ottobre del 1926 al Comitato centrale del partito comunista sovietico: il proletariato, classe dirigente, vive in condizioni peggiori della classe dominata, della borghesia sviluppatasi con la NEP, “il nepman impellicciato e che ha a sua disposizione tutti i beni della terra”. Questa “contraddizione inaudita”, che la storia ha riserbato in sorte al proletariato sovietico, e in cui “risiedono i maggiori pericoli per la dittatura del proletariato specialmente dove il capitalismo non aveva avuto un grande sviluppo e non era riuscito a unificare le forze produttive” va affrontata nei termini del leninismo, “della dottrina dell’egemonia del proletariato, che storicamente si trova in una determinata posizione e non in un’altra” (CPC 129-130).

Lo Stato sovietico è dunque uno Stato nel quale si sviluppano, per il modo in cui il proletariato giunge al potere, contraddizioni di tipo nuovo ed estremamente complesse. Esse investono non solo e non tanto i rapporti tra dirigenti e diretti, né sono contraddizioni tra élite dirigenti; sono soprattutto contraddizioni tra le classi sociali del nuovo Stato.

La transizione allora, soprattutto se ha avuto inizio in un paese arretrato (e l’arretratezza russa Gramsci ha già avuto modo di rivelarlo non è solo economica ma anche culturale: mancava una cultura e una psicologia industriale alle grandi masse di contadini immessi nelle fabbriche sovietiche) è un processo complesso ed estremamente delicato: un ruolo essenziale gioca in esso la maturità del proletariato come classe universale, che sappia, per fini generali, sacrificare gli interessi immediati e corporativi. Compito difficilissimo, che, secondo Gramsci, può essere portato a termine solo se la direzione del processo di transizione è affidata a un nucleo dirigente estremamente forte e compatto, che sappia mantenere la sua unità in modo da superare e non approfondire le contraddizioni precedentemente richiamate.

  1. L’egemonia nasce dalla fabbrica

Fondamentale dunque per Gramsci, nella difficilissima transizione russa, è il ruolo della direzione rivoluzionaria. Dal modo in cui essa agisce sulle contraddizioni che il processo di transizione suscita dipende in ultima analisi il successo della rivoluzione.

Tale direzione politica dovrà saper conquistare e mantenere l’egemonia nella società, il che implica come Gramsci sin dal 1919 aveva continuamente ribadito capacità di saper organizzare il processo produttivo: “se l’egemonia è etico-politica, non può non essere anche economica, non può non avere il suo fondamento nella funzione decisiva che il gruppo dirigente esercita nel nucleo decisivo dell’attività economica” (Q 1591). È di fondamentale importanza perciò, per il “nuovo ordine in gestazione” di contro a “utopie e piani cervellotici” sviluppare le forze economiche su nuove basi, organizzare la “vita collettiva e individuale” per “il massimo rendimento dell’apparato produttivo” (Q 863).

È importante sottolineare quest’aspetto, non solo contro le interpretazioni del pensiero di Gramsci come teorico delle sole sovrastrutture, ma anche e soprattutto perché esso ci può aiutare a comprendere oggi una delle ragioni fondamentali della sconfitta, manifestatasi alla fine degli anni ’80, del tentativo di costruzione di una società socialista in URSS e nei paesi dell’Europa centro-orientale: si è trattato anche o in primo luogo? di una sconfitta sul terreno dell’economia, dell’organizzazione di un nuovo modo di produzione. E tale insuccesso ha indubbiamente minato le basi sociali del consenso.

  1. Piano e mercato

Sul modo però, in cui dar vita a un nuovo tipo di organizzazione della produzione e degli scambi Gramsci si limita, nei Quaderni come negli scritti precarcerari, a brevi e rapidi cenni. Tra il 1919 e il 1921 egli aveva fatto più volte riferimento all’economia organizzata secondo un piano e gestita da un “Consiglio superiore dell’economia nazionale”, che traduce esattamente la sigla russa VSNCh, riprendendo l’idea, propria al Lenin dei primi anni del potere sovietico, di un’organizzazione dell’economia socialista come un’unica immensa fabbrica, che elimina “le concorrenze sperperatrici”, unifica in grandi centrali “i grandi servizi amministrativi, di rifornimento, di distribuzione e di accumulamento”, socializza immediatamente le scoperte, riduce al minimo, “alle pure necessità industriali”, la “molteplicità di funzioni burocratiche e disciplinari inerente ai rapporti di proprietà privata e alla impresa individuale”38.

Vi è tuttavia un passo in cui Gramsci sembra svolgere una critica indiretta nei confronti di una concezione del piano che tendeva a concentrare esclusivamente negli uffici centrali di pianificazione e statistica le scelte economiche, presumendo di conoscere a priori i bisogni di centinaia di milioni di persone:

Se si riflette bene la stessa rivendicazione di una economia secondo un piano, o diretta, è destinata a spezzare la legge statistica meccanicamente intesa, cioè prodotta dall’accozzo casuale di infiniti atti arbitrari individuali, sebbene dovrà basarsi sulla statistica, il che però non significa lo stesso […] La conoscenza e il giudizio di importanza di tali sentimenti non avviene più da parte dei capi per intuizione sorretta dalla identificazione di leggi statistiche, cioè per via razionale e intellettuale, troppo spesso fallace, che il capo traduce in idee-forza, in parole-forza, ma avviene da parte dell’organismo collettivo per “compartecipazione attiva e consapevole”, per “con-passionalità”, per esperienza dei particolari immediati, per un sistema che si potrebbe dire di “filologia vivente” (Q 1430).

Il piano non va imposto per coercizione esterna: di qui la critica, nei Quaderni, ai progetti di militarizzazione del lavoro formulati da Trockij (cfr. Q 489, 2164). Tutto il discorso di Gramsci va nel senso del coinvolgimento attivo delle masse nell’organizzazione del nuovo processo produttivo, cosa che sarà possibile attraverso la creazione di una nuova cultura e una nuova civiltà. La “società regolata” si fonda sul piano, ma in quanto società autoregolata.

Gramsci non sembra porsi concretamente la questione del rapporto piano-mercato nello Stato operaio di transizione. Nel periodo della NEP il problema non si pone, nel momento in cui la nuova politica economica sovietica istituisce esplicitamente rapporti di mercato tra città e campagna e mira ad allargare il mercato interno. Col passaggio ai piani quinquennali in URSS il ruolo dei rapporti di mercato interni viene fortemente limitato. Ciò non significa, però, né che un’economia socialista di transizione possa eludere: A) il problema della commisurazione dei costi di produzione, né B) che debba abolire del tutto determinati rapporti di mercato.

  1. Nel 1929 si sviluppano in URSS, incoraggiati dal partito, i movimenti delle brigate d’assalto (udarniki) e quello dell’emulazione socialista. Ad essi si riferisce Gramsci in un passo dei Quaderni:

Quando il lavoro è diventato esso stesso gestore dell’economia, anch’esso dovrà, per il suo essere cambiato fondamentalmente di posizione, preoccuparsi delle utilità particolari e delle comparazioni tra queste utilità per trarne iniziative di movimento progressivo. Cosa sono poi le “gare” se non un modo di preoccuparsi di questo nesso di problemi e di comprendere che il movimento progressivo avviene per “spinte” particolari, cioè un modo di “comparare” i costi e di insistere per ridurli continuamente, identificando e anche suscitando le condizioni oggettive e soggettive in cui ciò è possibile? (Q 1262, corsivo mio).

Il “nesso di problemi” cui Gramsci si riferisce, riguarda la differenza tra economia classica e marxismo: la prima ragiona in termini di massimo profitto particolare e non di medie socialmente necessarie. Gramsci individua nell’emulazione socialista uno degli strumenti attraverso cui la classe operaia al potere apprende il calcolo economico ed è sollecitata a promuovere consapevolmente e in prima persona quella riduzione dei costi che in regime capitalistico è principale preoccupazione della proprietà privata.

  1. Nei Quaderni non vi è un riferimento esplicito al rapporto tra mercato e socialismo. Tuttavia Gramsci ricorre più volte alla nozione di “mercato determinato”, che egli riprende dagli scrittori neoclassici, ma che, marxianamente, storicizza, facendole assumere ben altro senso, suscitando, in tal modo, le perplessità di Sraffa39.

“Mercato determinato” pertanto equivale a dire “determinato rapporto di forze sociali in una determinata struttura dell’apparato di produzione” garantito da una determinata superstruttura giuridica” (Q 1018-19; cfr. anche Q 1076-77, 1477).

Gramsci sembra insomma muoversi sulla scia di Marx, che sosteneva la forma merce essere comune a diversi modi di produzione e non qualificare per la sola sua esistenza un dato modo di produzione40: una forma di mercato determinato da nuovi rapporti di produzione potrebbe essere possibile in una società socialista di transizione.

  1. Una nuova cultura e una nuova civiltà

Se l’egemonia non può non avere come base l’organizzazione della produzione, essa tuttavia non può limitarsi a questo, ma dovrà fondarsi sulla promozione di una nuova cultura, una nuova civiltà, un nuovo tipo umano (Q 2146, 2150), senza cui non è possibile costruire nuovi rapporti sociali di produzione. Tema, quest’ultimo, fortemente sentito da Gramsci sin dalla formazione giovanile, influenzata dal pensiero di Sorel41. Alcuni elementi che concorrono alla realizzazione della nuova civiltà comunista vengono indicati da Gramsci negli articoli di risposta alla campagna antisovietica del ’26: partecipazione attiva delle masse alla vita pubblica; “il nuovo spirito messianico che anima le masse; lo sviluppo enorme della cultura”; il sentimento orgoglioso di essersi liberati da una schiavitù obbrobriosa e di marciare verso un avvenire migliore (CPC 322); il ruolo svolto dall’elemento volitivo delle masse, in una situazione in cui sono al potere (CPC 340).

La direzione del processo rivoluzionario, dovrà essere in grado di suscitare la rivoluzione culturale, quella riforma intellettuale e morale, “terreno per un ulteriore sviluppo della volontà collettiva nazionale popolare” (Q 1560), che dia vita ad una nuova forma di civiltà:

che il processo attuale di formazione molecolare di una nuova civiltà possa essere paragonato al movimento della Riforma può essere mostrato anche con lo studio di aspetti parziali dei due fenomeni […] Se si dovesse fare uno studio sull’Unione [sovietica], il primo capitolo, o addirittura la prima sezione del libro, dovrebbe proprio sviluppare il materiale raccolto sotto questa rubrica “Riforma e Rinascimento” (Q 892-93).

La nuova civiltà cui Gramsci pensa sarà basata su un nuovo “‘conformismo’ dal basso”, che permetterà “nuove possibilità di autodisciplina, cioè di libertà anche individuale” (Q 863). Il termine non deve scandalizzare: il conformismo sociale è sempre esistito, avverte Gramsci: “si tratta oggi di lotta tra ‘due conformismi’ cioè di una lotta di egemonia” (Q 862).

Nella costruzione di una nuova civiltà gioca un ruolo essenziale l’educazione concepita all’interno di un quadro unitario e inscindibile, e non come momenti separati dei quadri dirigenti e delle masse (“si tratta, è vero, di lavorare alla elaborazione di una élite, ma questo lavoro non può essere staccato dal lavoro di educare le grandi masse, anzi le due attività sono in realtà una sola attività ed è appunto ciò che rende difficile il problema” Q 892; cfr. pure Q 1392), sì da preparare il superamento della divisione sociale del lavoro, della divisione tra dirigenti e diretti: “nel formare i dirigenti è fondamentale la premessa: si vuole che ci siano sempre governati e governanti oppure si vogliono creare le condizioni in cui la necessità dell’e-sistenza di questa divisione sparisca?” (Q 1752). È il grande tema del progresso intellettuale di massa.

Nella società di transizione l’ideologia e la preparazione teorica dei quadri e delle masse giocano un ruolo fondamentale. Gramsci annota con preoccupazione nei Quaderni i cedimenti già intervenuti in questo campo nella Russia sovietica. Si vedano la critica serrata al Saggio popolare di Bucharin, che “capitola dinanzi al senso comune e al pensiero volgare, perché non si è posto il problema nei termini teorici esatti e quindi è praticamente disarmato e impotente” (Q 1426); al manuale di economia politica di Lapidus e Ostrovitjanov, che trascurano dogmaticamente “una forma di pensiero ossificata” la critica alle nuove teorie dell’economia politica borghese, rendendo impossibile ogni sviluppo scientifico (Q 1286; 18056); il riferimento alle correnti meccanicistiche presenti nella filosofia sovietica (Q 1387); la critica a Trockij che tendeva a disciplinare e militarizzare il lavoro sulla base della coercizione esterna piuttosto che del consenso, sulla base del dominio e non dell’egemonia:

“troppo risoluta” (quindi non razionalizzata) volontà di dare la supremazia, nella vita nazionale, all’industria e ai metodi industriali, di accelerare, con mezzi coercitivi esteriori, la disciplina, e l’ordine nella produzione […] Le sue preoccupazioni erano giuste, ma le soluzioni pratiche erano profondamente errate” (Q 2164, corsivo mio).

  1. Un “antistatalismo” dialettico e non dogmatico

Nei Quaderni Gramsci approfondisce anche il discorso sullo Stato socialista. Le sue note risultano di grande interesse, nel momento in cui una delle critiche più frequenti (il che non equivale però a dire automaticamente scientificamente fondate) che si rivolgono oggi alle società di tipo sovietico è quella di “statalismo”.

Gramsci dedica al rapporto tra “statolatria” e socialismo una specifica attenzione sin dagli scritti giovanili, quando si batteva contro le concezioni del “socialismo di Stato”, diffuse nella II Internazionale (e avversate da

Engels). Accoglie in seguito la concezione dello Stato operaio come Stato di transizione per la trasformazione socialista dell’economia e della società. Tale questione è affrontata nei Quaderni in modo più dialettico che non in precedenza. Qui viene mantenuta la prospettiva leniniana dell’estinzione dello Stato nella società comunista, la “società regolata” (cfr. Q 662; 693; 763-64; 1020-21). Ma Gramsci è consapevole sia per la riflessione che negli anni carcerari svolge sugli sviluppi della rivoluzione russa, sia per l’attenzione che rivolge alle forme nuove di intervenzionismo statale nella vita economica che la crisi del 1929 accelera negli Stati borghesi che qualsiasi visione semplificata, riduzionistica, del ruolo dello Stato nelle moderne società industriali può condurre il movimento operaio in un vicolo cieco. In particolare, il ruolo dello Stato non è eliminabile nella fase di avvio (la fase “economico-corporativa”) della società di transizione in cui si presenta il compito di organizzare nuovi rapporti di produzione fondati sulla proprietà collettiva: lo Stato è “condizione preliminare di ogni attività economica collettiva” (Q 1258), ed è dunque essenziale per la preparazione di un’economia gestita secondo un piano. Per cui “un periodo di statolatria” Gramsci riprende qui proprio lo stesso termine che usa più volte nei suoi scritti giovanili “è necessario e anzi opportuno”, poiché la rivoluzione socialista porta al potere “gruppi sociali che prima della ascesa alla vita statale autonoma non hanno avuto un lungo periodo di sviluppo culturale e morale proprio e indipendente”. “Questa ‘statolatria’ non è altro che la forma normale di ‘vita statale’, di iniziazione almeno alla vita statale autonoma e alla creazione di una ‘società civile’ che non fu possibile storicamente creare prima dell’ascesa alla vita statale indipendente” (Q 1020). Ma il ruolo dello Stato non può né deve per una sorta di “fanatismo teorico” essere assolutizzato, né concepito come perpetuo, ma criticato “perché si sviluppi, e produca nuove forme di vita statale, in cui l’iniziativa degli individui e dei gruppi sia ‘statale’ anche se non dovuta al ‘governo dei funzionari’ (far diventare ‘spontanea’ la vita statale)” (Q 1020-21). Si tratta insomma di lavorare e qui Gramsci ritorna al Lenin di Stato e rivoluzione all’estinzione dello Stato: “Su questa realtà che è in continuo movimento, non si può creare un diritto costituzionale, del tipo tradizionale, ma solo un sistema di principii che affermano come fine dello Stato la sua propria fine, il suo proprio sparire, cioè il riassorbimento della società politica nella società civile” (Q 662).

Tuttavia, tra le due fasi: quella iniziale, “economico-corporativa”, in cui l’intervento statale è necessario per avviare l’organizzazione di un’economia basata su forme di proprietà collettiva, e quella finale, fondata sull’autogoverno dei cittadini (in cui la “società politica” si estingue nella “società civile”, e quest’ultima diviene una società civile regolata, una società civile socialista), si colloca il momento più difficile della transizione, in cui un ruolo fondamentale gioca la direzione politica, la capacità egemonica delle forze che hanno avviato il processo di trasformazione. Tra la fase iniziale e la fase finale del processo Gramsci s’interroga anche sulle forme statuali più adeguate, e recupera, in modo apparentemente paradossale, la formula di stampo liberale dello Stato-veilleur de nuit:

Nella dottrina dello Stato società regolata, da una fase in cui Stato sarà uguale Governo, e Stato si identificherà con società civile, si dovrà passare a una fase di Stato-guardiano notturno, cioè di una organizzazione coercitiva che tutelerà lo sviluppo degli elementi di società regolata in continuo incremento, e pertanto riducente gradatamente i suoi interventi autoritari e coattivi. Né ciò può far pensare a un nuovo “liberalismo”, sebbene sia per essere l’inizio di un’era di libertà organica (Q 764, corsivo mio).

Lassalle, “statalista dogmatico e non dialettico” (ivi) viene criticato proprio per aver coniato con evidente connotazione dispregiativa questa espressione. Che la concezione dello Stato-guardiano notturno, che era appannaggio dei liberali, svolga una funzione di occultamento ideologico dei rapporti reali di produzione è detto chiaramente da Gramsci in un altro passo (Q 2302-3). Forte di questa consapevolezza, Gramsci può recuperare, ma radicalmente mutata di segno, la concezione dello “Stato guardiano notturno” come soluzione intermedia tra una prima fase della società di transizione (che Gramsci designa anche graficamente nella sua nota con “Stato società regolata”), caratterizzata dall’identificazione di Stato e governo (società civile e società politica), e la fase dell’estinzione dello Stato. Quello di Gramsci è un antistatalismo dialettico e non dogmatico.

 

1 Il presente saggioè una versione riveduta e ridotta della relazione tenuta al convegno Gramsci (Urbino 1987), pubblicata in Gramsci e il progresso intellettuale di massa, a cura di Giorgio Baratta e Andrea Catone, Unicopli, Milano, 1995.

2 Non è un caso che manchi la voce “societ à socialista” nel ricco e ben articolato indice per argomenti dell’edizione critica di V. Gerratana.

3 I testi di Gramsci saranno indicati tra parentesi tonde, seguiti dal numero di pagina, secondo le seguenti abbreviazioni: CF: La città futura, a cura di S. Caprioglio, Einaudi, Torino, 1982; NM: Il nostro Marx, a cura di S. Caprioglio, Einaudi, Torino, 1984; ON: L’ordine nuovo, a cura di V. Gerratana e A. Santucci, Einaudi, Torino, 1987; SF:

Socialismo e fascismo – L’Ordine nuovo 1921-22, Einaudi, Torino, 1978; CPC: La costruzione del partito comunista, a cura di Elsa Fubini, Einaudi, Torino, 1971; Q: Quaderni del carcere, ed. critica a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1975.

4 Cfr. Antonio Labriola, Scritti filosofici e politici, a cura di F. Sbarberi, Torino, Einaudi, 1976, pp. 777-778.

5 Engels, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, Roma, Ed. Riuniti, 1976, p. 74.

6 Cfr. Labriola, op. cit., pp. 516-518.

7 NM 209. Gramsci impiegherà in seguito la nozione di utopia nel senso tradizionale di progetto che non ha fondamento nella realtà, irrealizzabile. Si veda ad esempio Einaudi o dell’utopia liberale, del maggio 1919, in cui rovescia sul liberalesimo l’accusa di utopismo (ON 40, 42). O, ancora, CPC 54, 326, 332, Q 764, 863. Ma nei Quaderni, sottratto alla necessità della polemica contingente, Gramsci articola in modo dialettico il discorso sull’utopia, cogliendone anche il carattere positivo nel momento iniziale della formazione della volontà collettiva (Q 1058).

8 “Il nullismo opportunista e riformista, che ha dominato il Partito socialista italiano per decine e decine di anni […] dovrebbe fare un piccolo esame di coscienza sulle sue responsabilità e la sua incapacità a studiare […] Tutto abbiamo dovuto fare da noi, con le nostre forze, con la nostra pazienza: la generazione socialista italiana è figlia di se stessa” (ON 404).

9 Come egli la definirà successivamente nel maggio ’19 (cfr. ON 39-42), quando oramai sta maturando un distacco critico radicale da essa. Già nel novembre ’18, del resto, aveva preso esplicitamente posizione contro l’ideologia liberale, di cui “il socialismo è la critica” (NM 411). Poco più tardi (Lo Stato e il socialismo, luglio 1919) imputa l’antistatalismo al liberalismo: “Tutta la tradizione liberale è contro lo Stato” (ON 117).

10 I principali provvedimenti presi fino ad allora dal giovane “governo operaio e contadino” sovietico erano stati: i decreti sulla pace e quello sulla terra (8.11.1917), che aboliva immediatamente e senza indennizzo alcuno la grande proprietà fondiaria e distribuiva gratuitamente ai contadini oltre 150 milioni di ettari; la soppressione di tutte le caste e privilegi (24.11.1917); l’approvazione da parte del Comitato esecutivo centrale di tutta la Russia del regolamento del controllo operaio sulla produzione e distribuzione dei prodotti (27.11.1917); la creazione in dicembre del Consiglio Supremo dell’Economia Nazionale (VSNCh), che centralizza e dirige il lavoro di tutti gli organismi economici; la nazionalizzazione delle banche private (dicembre ’17).

11 L’articolo è scritto nell’ottobre del 1916 (nuova attribuzione dell’edizione Caprioglio 1980) e si può evincere da esso una critica al socialismo della distribuzione, che concepiva il socialismo come equa ripartizione dei prodotti del lavoro senza entrare nel merito dei rapporti di produzione all’interno della fabbrica, del modo in cui si svolgeva il processo produttivo capitalistico. Gramsci sostiene che “il popolo si scinde in due classi in funzione alla produzione, non al consumo” (CT 601).

12 Cfr. anche l’articolo L’idolo dello Stato, in cui invita i socialisti italiani a prendere atto che “in Germania l’idolo dello Stato onnipotente, che trascende la società e gli individui, che controlla tutte le attività individuali e collettive, viene rinnegato dagli spiriti liberi” (NM 298-99, settembre 1918). Nello stesso periodo Lenin guarda invece alla Germania come allo Stato in cui per lo sviluppo del capitalismo monopolistico di Stato vi sono le condizioni materiali migliori per il passaggio al socialismo

13 “L’azione immediata che pertanto il proletariato deve svolgere non può tendere assolutamente alla dilatazione dei poteri e dell’intervenzionismo statale, ma deve tendere al discentramento dello Stato borghese, all’ampliamento delle autonomie locali e sindacali fuori della legge regolamentatrice” (NM 289).

14 Cfr. La catastrofe imminente e come lottare contro di essa, dell’ottobre 1917, in V. I. Lenin, Opere scelte, Roma, Ed. Riuniti, 1965, p. 829. Lo stesso testo sarà poi ripreso ampiamente nel maggio 1921 (L’imposta in natura): “Il capitalismo monopolistico di Stato è la preparazione materiale più completa del socialismo, è la sua anticamera, è quel gradino della scala storica che nessun gradino intermedio separa dal gradino chiamato socialismo” (ivi, p. 1541).

15  “L’ordinamento che lo Stato capitalista ha assunto in Inghilterra è molto più vicino al regime dei Soviet di quanto non vogliano ammettere i nostri borghesi che parlano di ‘utopia leninista’” (NM 289).

16 Lenin, op. cit., p. 1089.

17 Cfr. Lenin, op. cit., p. 1108-1109. Il corsivo è mio: l’utopia, come si vede, svolgeva, nella letteratura comunista del tempo, il ruolo di spettro da esorcizzare.

18 Ivi, pp. 1117-18: “Nostro scopo è di far partecipare praticamente tutti i poveri al governo del paese […] Nostro scopo è di far sì che ogni lavoratore, dopo che ha adempiuto il ‘compito’ delle otto ore di lavoro produttivo, assolva gratuitamente funzioni statali […] Quanto più risolutamente dobbiamo essere oggi per un potere forte ed implacabile, per la dittatura personale in determinati processi di lavoro, in determinati momenti dell’esercizio di funzioni puramente esecutive, tanto più varie debbono essere le forme e i metodi di controllo dal basso, per paralizzare ogni ombra di possibile deformazione del potere sovietico”.

19 Cfr. l’articolo La sovranità della legge (giugno 1919), ON 48-51.

  1. 20. Cfr. Cronache dell’”Ordine nuovo“: “Nello Stato proletario gli individui varranno in quanto associati, in quanto parte organica di una comunità. La differenza essenziale tra il regime capitalista e il comunismo consiste appunto in ciò: nell’essere il regime capitalista fondato sull’individuo-cittadino in lotta con lo Stato e quindi con la società, mentre il comunismo avrà per base cellule già organiche di compagni solidali, i quali risolvono i loro problemi e soddisfano i loro bisogni non singolarmente, in lotta gli uni contro gli altri, come problemi e bisogni privati, ma nella sfera sociale della comunità. Nel comunismo ogni problema e bisogno è pubblico, deve essere risolto socialmente, dal più limitato al più universale, gradualmente, nell’ambito del villaggio, del consiglio urbano, regionale, nazionale, dell’Internazionale” (ON 54-55).

21 ON 55. Il tema del socialismo come risparmio di energie che gli individui possono investire per il loro libero e creativo sviluppo era già stato espresso in NM 473.

22 “La classe operaia afferma così che il potere industriale […] deve ritornare alla fabbrica, pone nuovamente la fabbrica, dal punto di vista operaio, come forma in cui la classe si costituisce in corpo organico determinato, come cellula di un nuovo Stato, lo Stato operaio, come base di un nuovo sistema rappresentativo, il sistema dei Consigli” (Il consiglio di fabbrica, giugno 1920, ON 536).

23 ON 57. Si veda anche ON 115: “La società come tale è una pura astrazione. Nella storia, nella realtà viva e corporea della civiltà umana in isviluppo, la società è sempre un sistema e un equilibrio di Stati, un sistema e un equilibrio di istituzioni concrete, nelle quali la società acquista consapevolezza del suo esistere e del suo svilupparsi, e per le quali soltanto esiste e si sviluppa”.

24 “L’organizzazione dei lavoratori, che eserciterà il potere sociale comunista e nel quale si incarnerà la dittatura proletaria, può essere solo un sistema di Consigli eletti nelle sedi di lavoro, articolati agilmente in modo che aderiscano al processo di produzione industriale e agricola, coordinati e graduati localmente e nazionalmente in modo da realizzare l’unità della classe lavoratrice al di sopra delle categorie determinate dalla divisione del lavoro” (ON 205). Gramsci impiegherà la formula “sistema dei consigli” anche nell’autunno del 1921, quando è venuta meno la prospettiva ordinovista (cfr. SF 373).

25 “Costruire una società comunistica vuol dire anzitutto fare in modo che la lotta di classe porti alla creazione di organismi i quali abbiano la capacità di poter dare una forma a tutta l’umanità” (L’esempio della Russia, gennaio 1920, ON 381). “I Soviet sono organismi a base vasta e naturale […]. I consigli dei produttori […] estesi a tutta la massa dei produttori, a contatto con il processo produttivo, organi di autorità e di potere, forme che s’impongono a tutti più che non debbano essere accettate […] Il Consiglio offre, ciò che più conta, una formazione che non è per sua natura limitata da un determinato modo di lavoro, da un certo grado di sviluppo intellettuale e tecnico, ma può allargarsi indefinitamente, anzi non è concepibile se non con caratteri di universalità” (gennaio ’20 ON 384-385).

26 Lenin insiste sul carattere politico dei Soviet, come strumento nuovo di democrazia dal basso. Non a caso negli scritti bolscevichi dedicati alla fondazione dell’IC si mettono sempre sullo stesso piano i Soviet degli operai e dei contadini classi produttrici e quelli dei soldati (cfr. A. Agosti, La Terza Internazionale, Roma, Ed. Riuniti, 1974, vol I, pp.16-68; cfr. anche O. Anweiler, Storia dei Soviet, Bari, Laterza, 1972). Le differenze tra la concezione del consiglio in Gramsci e Korsch sono state messe in luce da L. Paggi, op. cit., p. 245 segg. e C. BuciGlucksmann Gramsci e lo Stato, Roma, Ed. Riuniti, 1976, pp. 195-197. Si veda anche F. Dubla, Gramsci e la fabbrica, Manduria, Lacaita, 1986, pp. 77-81.

27 Cfr. L. Paggi, Le strategie del potere in Gramsci, Roma, Ed. Riuniti, 1984, p. 31.

28 ON 259, ottobre 1919. Si veda anche l’interessante articolo del luglio 1920 Due rivoluzioni, in cui Gramsci sostiene che una rivoluzione è proletaria e comunista “solo nella misura in cui riesce a favorire e promuovere l’espansione e la sistemazione di forze proletarie e comuniste capaci di iniziare il lavoro paziente e metodico necessario per costruire un nuovo ordine nei rapporti di produzione e distribuzione, un nuovo ordine sulla base del quale sia resa impossibile l’esistenza della società divisa in classi”. Essa è tale solo se alla rivoluzione distruttiva segue la rivoluzione ricostruttiva (ON 570).

29  “Non può esistere governo operaio se la classe operaia non è in grado di diventare, nella sua totalità il potere esecutivo dello Stato operaio. Le leggi dello Stato operaio devono essere poste in esecuzione dagli operai stessi: solo così lo Stato operaio non corre il rischio di cadere in mano di avventurieri […] Perciò la classe operaia deve addestrarsi, deve educarsi alla gestione sociale” (febbraio 1920, ON 448).

30 Anche dopo l’esperienza ordinovista Gramsci difenderà tale posizione, sostenendo (ottobre 1921) che i funzionari sindacali siano scelti anche sulla base delle loro competenze tecniche e industriali (SF 382-83).

31 Cfr. La lettera d’invito per il I Congresso del’Internazionale comunista (24 gennaio 1919), in A. Agosti, La Terza Internazionale storia documentaria, Roma, Ed. Riuniti, 1974, I, 19. Gramsci, nell’articolo L’Internazionale comunista, riporta i 7 punti della lettera. La questione della socializzazione è precisata al punto 4: “La dittatura del proletariato è la leva dell’espropriazione immediata del capitale e della soppressione del diritto di proprietà privata sui mezzi di produzione, che devono essere trasformati in proprietà della nazione intera. La socializzazione della grande industria e dei suoi centri organizzatori, le banche; la confisca delle terre dei proprietari fondiari e la socializzazione della produzione agricola capitalista (comprendendo per socializzazione la soppressione della proprietà privata, il passaggio della proprietà allo Stato proletario e lo stabilimento dell’amministrazione socialista a mezzo della classe operaia)” (ON 34, corsivo mio).

32 “Lo Stato nazionale è morto, diventando una sfera d’influenza, un monopolio in mano a stranieri. Il mondo è ‘unificato’ nel senso che si è creata una gerarchia mondiale che tutto il mondo disciplina e controlla autoritariamente; è avvenuta la concentrazione massima della proprietà privata, tutto il mondo è un trust in mano di qualche decina di banchieri, armatori e industriali anglosassoni. Le condizioni del comunismo internazionale si sono attuate totalmente: il comunismo è il prossimo domani della storia degli uomini, e in esso il mondo troverà la sua unificazione, non autoritaria, di monopolio, ma spontanea, per adesione organica delle nazioni” (ON 20, maggio 1919).

33 Lenin, Dalla guerra alla pace, rapporto al X congresso del PCb, in op. cit. p. 1511.

34 Ivi, p. 1753.

35 Cfr. R. Tacchinardi, R. Peregalli, L’URSS e i teorici del capitalismo di stato, Manduria 1990, pp. 16 sgg.

36 Come documenta Paggi, Le strategie del potere in Gramsci, op. cit., pp. 128 segg., in cui riporta anche un articolo tratto dallo Stato operaio che egli attribuisce a Gramsci (non è presente in CPC) del 30.10.1924: “Gli scritti dei dirigenti dello Stato soviettista e dell’IC hanno dimostrato a sufficienza come la NEP non significhi rinuncia alla socializzazione dei mezzi di produzione […] La NEP non significa ritorno al capitalismo, ma sviluppo e consolidamento dell’economia socialista e la lotta di concorrenza cui essa dà luogo riceve un contenuto sociale che permette di definire questa una forma della lotta di classe” (“Rivoluzione bolscevica e ‘rivoluzione’ fascistain Lo Stato operaio 30.10.1924).

37 CPC 317. Che la consapevolezza del pericolo di questa contraddizione tra operai e contadini fosse presente anche alla base del partito è avvertito esplicitamente da Gramsci quando riferisce di una riunione con contadini e artigiani simpatizzanti del partito nell’Italia meridionale, che gli chiedono come in Russia si riesca a “mettere d’accordo gli operai e i contadini, dato che i primi vogliono comprare i viveri a basso prezzo e i secondi vogliono venderli convenientemente” (CPC 345).

38 ON 240. Gramsci cita qui, come esempio positivo, quello della riduzione dell’apparato amministrativo nell’industria tessile da 100.000 a 3.500 impiegati. Si veda anche ON 206 e ON 345-46: “L’organo supremo del governo nazionale non sarà tanto il commissariato delpopolo,quanto il Consiglio superiore di economia nazionale [è il russo VSNCh], che distribuirà il lavoro e la produzione in modo da far rendere, col preciso e regolare suo funzionamento industriale, all’apparato di lavoro il tantum: per il consumo interno, per lo scambio con gli altri apparati di produzione del mondo, per l’accumulazione di nuova ricchezza”. E, nel settembre 1921: “un consiglio di economia popolare che amministri la produzione secondo un piano unico economico fondato sui bisogni delle classi lavoratrici e non sulla caccia al profitto degli speculatori” (SF 333, corsivo mio).

39 Sraffa scrive (lettera da Cambridge del 21.6.1932) di non comprendere bene il concetto di “mercato determinato”, che Gramsci definisce fondamentale: “io ero abituato a considerarlo piuttosto come una delle caratteristiche dell’economia volgare”. In P. Sraffa, Lettere a Tania per Gramsci, Introduzione e cura di V. Gerratana, Roma, ed. Riuniti, 1991, p. 74.

40 Cfr. K. Marx, Il Capitale, Roma, Ed. Riuniti 1972, Libro I (1), p. 128: “Produzione delle merci e circolazione delle merci sono fenomeni che appartengono insieme a differentissimi modi di produzione, sia pure in mole e con portata differenti”

41 Di “civiltà comunista” Gramsci parla nel settembre 1919 (ON 206); cfr. anche ON 240.