Il potere Sovietico

04 apr 2017

Hewlett Johnson (The Dean of Canterbury), New York, International Publisher, 1940

C. Carpinelli

Recensione al libro di Hewlett Johnson, The Soviet Power

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Il potere sovietico


Il crollo dell’impero sovietico

22 mar 2017

Adriano Guerra, Roma, Editori Riuniti, 1996, 239 pp.

Di Alexander Höbel

Alla sua ricostruzione, l’A. premette una breve riflessione su quelle che definisce “le miserie della sovietologia”, ossia i limiti di quella storiografia che ha studiato per anni l’Unione Sovietica concependola come una sorta di monolite, non valorizzando “la realtà di una dialettica politica sempre operante” nel Paese, e quindi non cogliendo la profondità della crisi in corso, nè tantomeno (nonostante alcune “profezie”) prevedendo il crollo.

Ma che cosa è crollato, e dunque che cosa era l’Urss? Guerra respinge le semplificazioni revisionistiche di chi vuole l’Unione Sovietica essere stata un regime totalitario paragonabile al fascismo: “Come si può cioè mettere sullo stesso piano – si chiede l’A. – chi si propone semplicemente di liquidare la democrazia borghese e chi… progetta di completarla e di superarla?” E ancora: “Avrà pure un significato il fatto che comunismo e fascismo si siano combattuti… come forze nemiche e inconciliabili e che al crollo finale del fascismo si sia giunti a conclusione di un conflitto che ha visto da una parte la “grande alleanza” fra i paesi democratico-parlamentari e l’Urss di Stalin e dall’altra le potenze fasciste”.

Nè d’altra parte si può parlare di un mero “capitalismo di Stato” (Bettelheim), ma occorre comunque inserire la storia dell’Unione Sovietica tra i “tentativi compiuti di realizzare una società socialista”. Tentativo certo degenerato, ma allora il discorso abbandona il terreno delle definizioni teoriche e torna sul terreno dello “storicamente determinato”, ossia del quando – e del perchè – la degenerazione è cominciata.

Sulla pretesa continuità Lenin-Stalin rispetto alla scissione socialismo/democrazia, per esempio, l’A. precisa che per il primo c’era la necessità urgente di consolidare il potere sovietico per “creare le premesse della civiltà” in Russia (Lenin a Suchanov) e propagare l’incendio. Saranno la guerra civile e la mancata rivoluzione in Occidente – coi tentativi congiunti di rovesciare l’Ottobre – ad imporre il “sistema del partito unico”, e quindi la prevalenza della “componente autoritaria del bolscevismo” (Cohen).

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Giuseppe Boffa, Dall’URSS alla Russia. Storia di una crisi non finita

22 mar 2017

Bari, Laterza, 1995, 421 pp.

Di Alexander Höbel

Nella sua ricostruzione, di agevole lettura e allo stesso tempo precisa e dettagliata, l’A. individua il punto di partenza della crisi finale dell’URSS (ma anche delle difficoltà della Russia attuale) nella destituzione di Krusciov (1964), quindi nel fallimento della “riforma Kosygin” (1965), che prevedeva una serie di modifiche ai meccanismi dell’economia sovietica. Si tratta, dunque, di una crisi sviluppatasi in circa trent’anni di storia.

I due momenti citati, assieme alla repressione dell’esperienza cecoslovacca nel 1968 e alla crisi polacca del 1970, segnano per l’A. la sconfitta di quel “riformismo comunista”, che viveva come “corrente sotterranea” fin dagli anni Venti e che a tratti riemergeva assumendo un ruolo centrale, così come era stato appunto con Krusciov.

Questa sconfitta si lega peraltro ad un più complessivo processo storico, che l’A. individua nel “tramonto del movimento comunista” internazionale per come esso si era storicamente determinato. Questo fattore, allo stesso tempo causa ed effetto dell’involuzione sovietica, produce in URSS un definitivo venir meno della prospettiva internazionalistica, l’assolutizzarsi della logica di grande potenza e la rinascita di un vero e proprio “neo-nazionalismo russo”.

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Due libri sulla storia della Russia

22 mar 2017

Francesco Benvenuti, Storia della Russia contemporanea 1853-1996, Roma-Bari, Laterza, 1999, 360 pp.
Robert Service, Storia della Russia nel XX secolo, Roma, Editori Riuniti, 1999, 636 pp.

Di Alexander Höbel

Benché sul piano politico, sociale ed economico la Russia viva attualmente, a seguito della disgregazione dell’URSS, una delle fasi più nere della sua storia – e anzi, forse, proprio per questo – l’interesse per la storia russa va aumentando, e la produzione storiografica a riguardo va arricchendosi di numerosi contributi.

Questi ultimi, appunto, tendono a rimettere al centro della loro trattazione la storia della Russia in quanto tale, al di là della stessa esperienza sovietica di cui pure essa ha costituito il nucleo essenziale. Il rischio che in tutto questo vi sia qualcosa di ideologico – nel senso di intendere la fase sovietica come una sorta di “parentesi”, chiusa la quale la Russia può finalmente rientrare nell’alveo della “civiltà europea” o meglio riprendere il cammino verso una modernizzazione di tipo occidentale, liberale e “democratica”, oppure nel senso di ridurre la stessa fase sovietica ad una sorta di “variante” del vecchio Impero – è un rischio sempre presente, visti i tempi che corrono e viste anche certe interpretazioni molto in voga nella stessa pubblicistica e storiografia tardo-sovietica negli anni di Gorbaciov.

Rispetto a tale pericolo, diversi sono gli esiti di due recenti volumi, opere di storici da sempre studiosi della Russia e dell’URSS come Francesco Benvenuti e Robert Service. Il primo – pur nella sottolineatura di elementi di continuità “di lungo periodo” – in sostanza riesce a sfuggire a semplificazioni e visioni unilaterali, mentre il secondo appare preda di una concezione ideologica in senso deteriore, la quale rende assai discutibili impostazione e conclusioni.

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Il secolo dei comunismi

22 mar 2017

(a cura di M. Dreyfus, B. Groppo, C. Ingerflom, R. Lew, C. Pennetier, B. Pudal, S. Wolikow), Milano, Marco Tropea Editore, 2001

Di Alexander Höbel

Pensato come una risposta al Libro nero del comunismo, questo testo – opera di ventitré ricercatori coordinati da sette studiosi, con una forte prevalenza di autori francesi – mira a mettere in discussione due assunti fondamentali, tipici non solo del Libro nero ma in sostanza anche di storici revisionisti come Furet: il comunismo come fenomeno sostanzialmente unitario e omogeneo, e il comunismo come vicenda storica connotata principalmente per i suoi “crimini”. Come scrivono i curatori nell’Introduzione, il primo errore di tali impostazioni consiste nella “volontà di ridurre il comunismo a una proprietà fondamentale”, mentre “si può in effetti a buon diritto dubitare di questa rivendicazione di unicità: in realtà il comunismo si declina […] al plurale”. Né tanto meno la sua storia è quella di un ininterrotto e irrazionale susseguirsi di crimini ed efferatezze, essendo piuttosto quella di un grande (ancorché drammatico) progetto politico di riscatto ed emancipazione, “un’utopia che, in forme diverse, nel XXI secolo potrebbe essere uno degli orizzonti della storia politica”. Come aggiunge S. Wolikow, “l’invenzione di una natura del comunismo, generale e criminale per essenza” è stata usata come “modello astratto esplicativo e unico dei drammi del secolo”, giustificando così lo “sdoganamento del nazismo” di Nolte e dello stesso S. Courtois, principale autore del Libro nero.

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Silvio Pons, Stalin e la guerra inevitabile

18 mar 2017

Torino, Einaudi 1995, 342 pp.

Alexander Höbel

Il libro, che in larga parte si basa sulla nuova documentazione divenuta accessibile con l’apertura degli archivi ex-sovietici, ha per oggetto l’evoluzione – per certi versi lineare, ma allo stesso tempo non priva di una dialettica interna fra posizioni ampiamente diverse – che la politica estera sovietica conobbe nella seconda metà degli anni Trenta, fino allo scoppio della guerra.
Nell’intreccio di diversi filoni tematici, il primo elemento evidenziato dall’A. è proprio la “dottrina dell’inevitabilità della guerra”, come portato teorico della concezione leniniana e terzinternazionalista del mondo capitalistico nella fase dell’imperialismo; ad essa si collegano immediatamente la scelta di tipo isolazionistico compiuta dall’Urss, e quindi i “limiti dell’antifascismo sovietico”, intrecciati a loro volta ai limiti dell’antifascismo occidentale e quindi alla pericolosa scommessa fatta con le democrazie parlamentari europee su chi sarebbe stato il principale o comunque il primo bersaglio dell’aggressività nazista.
In questo quadro, rispetto ad una prima fase in cui sembra prevalere una linea di “discontinuità”, espressa da Dimitrov sul piano politico e da Litvinov su quello diplomatico con la linea della “sicurezza collettiva”, prevarrà alla lunga la scelta isolazionistica e la politica delle “mani libere”, che pone come prioritaria la salvezza dell’Urss, e quindi il suo tenersi fuori il più a lungo possibile dalla “seconda guerra imperialistica”: è la scelta della “sicurezza relativa”, che dal 1939 in poi sarà alla base anche della formazione di una sfera d’influenza dell’Urss. Infine l’A., se da una parte sottolinea il “primato della politica interna” nella strategia sovietica, dall’altra evidenzia il nesso tra politica internazionale e Terrore staliniano, e il ruolo decisivo, ancorchè fino a una certa fase apparentemente defilato, di Stalin nel determinare gli orientamenti di quella strategia.

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“Transizione bloccata” e crollo dell’Unione Sovietica. Un volume di Andrea Catone

18 mar 2017

di Alexander Höbel

Dopo il 1989-91, ossia dopo la disgregazione del “blocco socialista” e la scomparsa dell’Unione Sovietica, sarebbe stato auspicabile – in particolare a sinistra e più ancora tra gli studiosi di orientamento marxista – un ampio dibattito a tutto campo che tentasse di tracciare le linee fondamentali per un bilancio complessivo dell’esperienza del “socialismo reale”, che comunque ha costituito il più rilevante esperimento di costruzione di una società che superasse gli antagonismi di classe di tipo capitalistico. In realtà tale dibattito è in buona parte mancato, fatta eccezione per alcune riviste e alcuni autori che al contrario – e spesso in controtendenza – vi si sono cimentati. Sul crollo sovietico, vanno ricordate le sintesi di Boffa, Guerra, Maitan, le analisi di R. di Leo, Sweezy, Davies, Danilov, dello stesso Hobsbawm, oltre che quelle di autori apertamente anti-marxisti come Zaslavsky o l’ex-dissidente (e ora nostalgico dell’URSS) A. Zinov’ev; mentre, per quanto riguarda riflessioni più complessive sull’esperienza del “socialismo reale” e/o del “comunismo storico”, non mancano contributi di orientamento diverso come quelli di Losurdo, Galli e Holz (da un lato), Bongiovanni, Salvadori, ecc. (dall’altro). La pubblicazione del Libro nero del comunismo pareva avesse smosso qualcosa, e in particolare dalle pagine del “manifesto” si è potuto assistere ad un dibattito interessante, ora raccolto in un volumetto firmato da vari autori (Rossanda, Canfora, Karol, ecc.). Ma tutto sommato sono ancora pochi gli autori che hanno tentato di dare una lettura organica e complessiva di tali fenomeni storici.

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