La questione contadina e l’Ottobre

Da: il nostro Ottobre

 

Cristina Carpinelli

La questione contadina e l’Ottobre

 

  1. La liquidazione della dipendenza servile del contadino (la riforma del 19 febbraio 1861)

Il 19 febbraio 1861 Alessandro II firmò gli atti legislativi sui “contadini usciti dalla condizione di dipendenza feudale” e, contemporaneamente, il Manifesto sull’abolizione della servitù della gleba. Poco tempo prima della loro approvazione, nel corso della discussione del progetto di riforma in seno al Consiglio di Stato, Alessandro II aveva dichiarato: “Tutto ciò che era possibile fare per garantire i privilegi dei pomesciki (proprietari terrieri n.d.a.) è stato fatto”. In effetti, la riforma non andava ad intaccare gli interessi dei latifondisti, pur privandoli del diritto di disporre della persona dei contadini, cioè di venderli o regalarli, mentre questi ultimi, dal canto loro, ottenevano il diritto di acquistare a proprio nome beni immobili, di esercitare attività commerciali o industriali ecc.

L’abolizione della dipendenza personale dei contadini dai pomesciki, benché pagata a caro prezzo (il compenso per la “liberazione” personale fu di fatto incluso nell’ammontare complessivo che ai contadini fu imposto di pagare per il riscatto della terra), costituì un passo avanti senza il quale sarebbe stato impensabile qualsiasi sviluppo progressivo del pa

ese. Ciononostante, come ebbe modo di osservare Lenin, “le riforme degli anni ‘60 lasciarono i contadini in uno stato di miseria, d’oppressione, d’ignoranza e sottomissione ai proprietari terrieri feudali in tutti i campi del sociale”1.

La riforma del 19 febbraio partiva dal presupposto che il diritto di proprietà sulla totalità della terra appartenesse ai pomesciki e, sebbene ai contadini fosse concessa in usufrutto permanente una determinata estensione di terra coltivabile, costoro, in cambio di questi appezzamenti (nadeli), dovevano assolvere servigi assai gravosi sotto forma di otrabotki (prestazioni di lavoro gratuite obbligatorie) o di obrok (imposta in denaro), rimanendo nella condizione giuridica di “temporaneamente vincolati”. Solo dopo la stipulazione col pomescik del contratto di riscatto della terra aveva termine la condizione di dipendenza temporanea dei contadini (con l’avvio del procedimento di riscatto, il diritto d’uso della terra diventava diritto di proprietà). Tuttavia, il contratto di riscatto poteva essere stipulato se vi era il consenso del proprietario terriero, che aveva il potere di ritardarne la stipula ad libitum, nonché d’imporre condizioni di riscatto molto onerose. Di conseguenza, ancora vent’anni dopo la riforma del 1861, quasi un settimo dei contadini ex servi della gleba di proprietà dei pomesciki benché “giuridicamente liberi”, erano strozzati da obblighi capestro.

La riforma agraria produsse una grande riduzione dell’area della terra coltivabile a disposizione dei contadini. Nella fascia delle Terre nere i pomesciki tolsero ai contadini in media un quarto delle terre, ponendoli in uno stato di completa dipendenza economica. Per gli appezzamenti rimasti, i contadini dovevano pagare riscatti enormi, che superavano il prezzo di mercato della terra2 e, poiché costoro non disponevano di mezzi sufficienti, il governo decise d’introdurre nel 1883 il “riscatto obbligatorio”, concedendo loro in prestito fino all’80% delle somme dovute con l’obbligo di restituirle congiuntamente agli interessi all’erario entro 49

anni. Tuttavia, queste “indennità di riscatto”, concepite per aiutare i contadini ad uscire dalla situazione di “temporanea obbligatorietà”, di fatto gravavano pesantemente sulla loro condizione economica, determinandone un notevole peggioramento. Ecco perché il carattere dato alla riforma agraria suscitò profonda indignazione tra gli abitanti della campagna, poiché non li liberava affatto dal giogo dei pomesciki e li spogliava dell’unica risorsa indispensabile per la loro sopravvivenza: la terra. Durante il solo anno 1861 ci furono più di 1.800 tumulti di contadini, che furono sedati con l’intervento dell’esercito:

L’opinione pubblica democratica fu particolarmente scossa dagli avve-nimenti svoltisi nell’aprile del 1861 nei governatorati di Kazan’ e di Pen-za. Il centro della rivolta nel governatorato di Kazan’ si trovava nel villag-gio di Bezdna, dove il contadino Anton Petrov invitava i contadini a di-sobbedire ai pomesciki, a non effettuare la barscina (prestazioni d’opera coatte, le corvée occidentali n.d.a.) e a non pagare l’obrok. Secondo Petrov e i suoi seguaci la terra doveva appartenere ai contadini. Il generale conte Apraksin soffocò la rivolta nel sangue: solo i morti furono circa un centinaio. Anton Petrov fu giudicato da un tribunale militare e fucilato. Nel governatorato di Penza migliaia di contadini assetati di libertà si radunarono nei villaggi di Cernogaj e Kandeevka. La parola d’ordine era “la terra è tutta nostra”. “Non vogliamo pagare l’obrok né lavorare per i pomesciki”. L’esercito sparò sulla folla e anche in questo caso vi furono non pochi morti e feriti, mentre molti altri contadini furono deportati in Siberia3.

La riforma agraria del 1861 permise ai pomesciki di mantenere la loro posizione di classe dominante. Ad essi appartenevano sterminate proprietà terriere e, sfruttando la fame di terra dei contadini, stimolata dall’incremento della pressione demografica, riducevano quest’ultimi in uno stato di servitù per mezzo degli affitti. I contadini, impossibilitati ad acquistare la terra, erano costretti a prenderla in affitto a prezzi esorbitanti, consegnando al proprietario terriero oltre la metà del raccolto (izdol’scina) e in cambio di “prestazioni lavorative” (otrabotki), che costituivano di fatto una forma rinnovata della vecchia barscina feudale. Agli inizi del XX secolo circa due quinti dei governatorati della Russia europea erano ancora caratterizzati nella conduzione delle aziende dei pomesciki dalla prevalenza del sistema delle prestazioni lavorative.

L’abolizione della servitù segnò l’avvio dell’epoca dell’accumulazione primitiva dei proprietari terrieri. Come sostiene lo storico marxista Viktor Danilov, furono proprio le riforme agrarie della seconda metà del XIX secolo e dell’inizio del XX a spingere la Russia zarista sulla strada dello sviluppo capitalistico. Esse rappresentarono il mezzo più importante di modernizzazione e accelerazione dell’economia russa:

Benché i contadini rappresentassero i 4/5 della popolazione del paese, e fossero lo strato sociale più arcaico, in quanto conservavano ancora la struttura della comunità primitiva naturale, ciò non di meno si cercò di farli rientrare nel solco dello sviluppo capitalistico e ad essi furono dirette tutte le riforme agrarie della seconda metà del secolo scorso e dell’inizio di questo secolo realizzate dall’alto dal regime autocratico. […] E queste erano in sostanza le riforme dell’epoca dell’accumulazione primitiva. Tale caratteristica si evidenzia pienamente già nella riforma del 1861, che segna l’inizio della liquidazione della dipendenza servile del contadino dal pomescik. Vorrei ricordare la questione del riscatto e degli “appezzamenti di terra” contadina congeniati in modo da favorire gli ex-proprietari; l’introduzione del “lavoro obbligatorio temporaneo” per il contadino, ove l’obbligatorietà era in fondo una continuazione della barscina, dell’obrok, fino a che i contadini non avessero cominciato a pagare il riscatto ai pomesciki. In questo modo veniva realizzata un’accumulazione primitiva in favore di questi proprietari terrieri, che avrebbe dovuto assicurare la modernizzazione capitalistica dell’economia agricola e la trasformazione graduale delle relazioni servili extraeconomiche esistenti nella campagna in rapporti economici di mercato4.

Il sistema economico capitalistico, basato sul lavoro salariato e sull’impiego delle macchine agricole, era in via di formazione in molte regioni, ma il suo livello di sviluppo era ancora molto basso e le forme di economia feudale conservavano una notevole vitalità. Nella struttura sociale delle campagne stavano avvenendo importanti cambiamenti. Lo sviluppo delle relazioni monetarie e la necessità di effettuare a tempo debito i pagamenti relativi alle tasse e per il riscatto delle terre avevano creato le basi per lo sviluppo del prestito con interessi, e ciò, a sua volta, incrementava il processo di pauperizzazione dei contadini. Furono poste in tal modo le premesse per la stratificazione della popolazione delle campagne, con la distinzione al suo interno di un proletariato agricolo, di uno strato di contadini ricchi, i kulaki (ex pomesciki o contadini, che erano riusciti a “comperare le terre, mettendole a profitto con il commercio e l’usura”) e di uno di latifondisti, i pomesciki5. La disgregazione della classe dei contadini contribuì alla formazione di un mercato interno per il capitalismo. Ma la presenza delle proprietà nobiliari condotte secondo il sistema tradizionale delle prestazioni di lavoro non retribuito e lo stato di miseria in cui versavano grandi masse di contadini frenavano enormemente lo sviluppo dell’agricoltura, ponendola in una condizione di arretratezza.

Negli anni 1862 e 1863 le dimensioni delle agitazioni contadine si erano già ridotte rispetto al 1861. Nel 1864 si ebbe un netto calo del numero delle rivolte contadine. La mancanza di collegamenti tra i contadini delle diverse località, la disorganizzazione, l’assenza di una coscienza politica e le disillusioni che da ciò derivavano erano altrettanti fattori che condannavano all’insuccesso il movimento contadino originato dalla riforma del 19 febbraio. Tuttavia, verso la fine degli anni ‘70, venne a crearsi, per la seconda volta, una situazione “rivoluzionaria”. A ciò concorse anche la guerra russo-turca del 1877-1878, che, nonostante la vittoria della Russia, aveva causato conseguenze economiche negative come l’inasprimento della pressione fiscale, provocando l’ulteriore decadimento della classe contadina. Nel corso degli anni 1878-1880 in decine di governatorati i conflitti tra autorità e contadini divennero un fenomeno sempre più frequente. Quest’ultimi chiedevano una redistribuzione (peredel) delle terre a loro vantaggio.

A nulla valsero le misure realizzate da N.Ch. Bunge, ministro delle Finanze dal maggio 1881 al gennaio 1887, tese a modernizzare e migliorare l’economia contadina: “creazione di una Banca contadina tesa a favorire la diffusione della proprietà privata tra i contadini ed eliminazione della tassa in favore dello Stato”. L’intensificazione dell’attività rivoluzionaria, culminata con l’uccisione il primo marzo 1881 dello zar Alessandro II da parte degli aderenti di Volja naroda (Volontà del popolo), convinse l’autocrazia zarista a passare in modo più deciso ad una politica reazionaria aggressiva.

Appena asceso al trono, Alessandro III perseguì da subito lo scopo di effettuare una revisione delle riforme di Alessandro II per eliminare da esse tutto quello che non andava a genio ai reazionari e ai fautori del sistema feudale. Ridusse i poteri dello zemstvo6, rafforzando il controllo su di esso, limitò il diritto di voto, allo scopo di garantire un predominio ancora maggiore al dvorjanstvo (nobiltà terriera). Istituì, infine, nel 1889, la carica di capo dello zemstvo (zemskij nacial’nik), riservata ai dvorjane (nobili) di più antico lignaggio, e ad essa furono attribuiti estesi poteri sui contadini. Completavano il triste quadro della condizione dei lavoratori della terra il potere di esiliare per decisione amministrativa (cioè senza processo) i contadini sgraditi e l’infamia delle punizioni corporali, conservatisi come diretta sopravvivenza della servitù della gleba.

Era, dunque, cominciata un’epoca di “controriforme” nelle campagne, che ebbe gravi ripercussioni sui contadini. Non furono accolte le proposte avanzate a suo tempo da Bunge di “svincolare” il contadino dall’obscina (comunità di villaggio, nella quale la ripartizione delle terre veniva periodicamente rinnovata, tenendo conto del numero di persone di ciascun nucleo familiare “avuto riguardo ai loro bisogni e alle braccia di cui potevano disporre”), allo scopo di organizzare un’agricoltura di tipo familiare-individuale (che più tardi

divenne l’elemento principale della riforma agraria di Stolypin) e di eliminare la responsabilità collettiva dell’obscina. Anzi i successivi provvedimenti legislativi tesero, al contrario, ad ostacolare la “fuga dalla terra”, rafforzando l’obscina, là dove esisteva:

Le controriforme nella campagna comportavano un consolidamento del potere dell’obscina sui propri membri attraverso l’inserimento della responsabilità collettiva e la limitazione della possibilità di uscita dei contadini dall’obscina e quindi significavano l’incorporazione di fatto dei contadini alla terra, il che avrebbe dovuto prevenire, secondo la burocrazia zarista, la formazione della “piaga del proletariato” e della minaccia rivoluzionaria ad essa connessa. Ciò era pienamente conforme anche agli interessi economici dei pomesciki7.

In effetti, la scarsità della terra a disposizione dei contadini e l’entità dei gravami finanziari avrebbero dovuto determinare un costante e considerevole esodo dalla terra necessario alla formazione di una manodopera industriale a carattere permanente. Tuttavia, le misure di Alessandro III, assegnando all’obscina e al mir (associazione di varie famiglie, che gestiva una terra di proprietà comune) un ruolo importante nel periodo susseguente all’emancipazione, ostacolarono in qualche modo questo processo. Afferma Alexander Gerschenkron:

Un contadino russo che voleva abbandonare la comunità di villaggio non solo doveva rinunciare ai propri diritti sulla terra, ma per di più doveva pagare, secondo le clausole della procedura di riscatto, somme non di rado assai elevate, prima di poter ottenere l’autorizzazione ad andarsene. Chiunque volesse lasciare definitivamente il villaggio doveva inoltre ottenere il consenso del capofamiglia. Dove la periodica redistribuzione della terra tra i membri della comunità di villaggio era condotta sulla base della manodopera a disposizione di ciascuna famiglia, la partenza definitiva di uno dei suoi membri era destinata a ridurre l’estensione della terra spettante nella successiva redistribuzione. In una situazione di relativa scarsità di terra, i capifamiglia non potevano essere troppo favorevoli e generalmente non lo erano nei confronti di simili partenze. Non c’è nulla che riveli l’irrazionale funzionamento della comunità di villaggio come il fatto che il singolo nucleo familiare doveva trattenere il fattore produttivo sovrabbondante, cioè la manodopera, per poter ottenere il fattore scarso, cioè la terra. D’altro canto, questo stato di cose finiva, com’è naturale, con l’influire negativamente sulla disposizione dei membri di un nucleo familiare a staccarsi dalla terra e a dedicarsi ad attività economiche di tipo extra-agricolo8.

Tutto “ciò era pienamente conforme anche agli interessi economici dei pomesciki”, poiché in tali condizioni era loro assicurata una manodopera a buon mercato. Tuttavia, le leggi di riforma di Alessandro III sulle grandi proprietà, se da un lato “dissuadevano i proprietari dall’introdurre quei metodi di coltivazione che tendevano ad un risparmio di manodopera e ad un’intensificazione del rapporto capitale-prodotto agricolo”, dall’altro non facevano che aggravare sempre più le condizioni dei contadini.

A cavallo tra il XIX e il XX secolo, il capitalismo e le sue più moderne forme organizzative cominciavano ad espandersi nel paese. Ovviamente, il governo zarista faceva ogni sforzo per agevolare i pomesciki. Negli anni ‘90 e all’inizio del ‘900 la Banca contadina e la Banca dei nobili già fondate negli anni ‘80 svilupparono una vivace attività. La Banca dei nobili veniva in soccorso dei pomesciki concedendo loro crediti a bassi interessi, mentre la Banca contadina, intervenendo come intermediario nelle vendite fondiarie, consentiva ai proprietari terrieri di ottenere condizioni più vantaggiose. La crisi agraria provocata in Europa dalla concorrenza del grano americano aveva stimolato l’organizzazione delle aziende secondo criteri capitalistici. Quest’ultime, infatti, superavano con maggiore facilità le difficoltà di smercio della produzione. Inoltre, nella distribuzione delle concessioni per lo sfruttamento delle materie prime o per la costruzione delle ferrovie, il governo teneva conto degli interessi delle grandi famiglie aristo

cratiche. Numerosi furono allora gli aristocratici che si trasformarono in imprenditori capitalisti. Sotto il governo di S. Witte vennero, inoltre, create le condizioni favorevoli all’afflusso di capitali stranieri e concessi sussidi a spese dell’erario ai nuovi capitalisti russi.

Lenin indicò nella storia economica della Russia di questo periodo due possibili vie di sviluppo dell’agricoltura. La prima, detta “prussiana”, consisteva nella lenta e graduale trasformazione del pomestje da azienda feudale, basata sulla servitù della gleba, in azienda capitalistica, e comportava un lungo processo di espropriazione e asservimento della grande maggioranza dei contadini e il contemporaneo emergere di un certo numero di “grossi contadini”. La seconda, detta “americana”, prendeva a modello lo sviluppo agricolo dell’America settentrionale e consisteva nella trasformazione del contadino in farmer in assenza della proprietà feudale. Le tappe dell’emancipazione russa sembravano ricalcare il “modello para-feudale del sistema prussiano”, anche se a differenza degli Junker prussiani, i proprietari terrieri russi erano più restii ad introdurre metodi razionali di coltivazione e innovazioni tecnologiche nelle loro tenute, conservando il regime servile.

Rispetto alle potenze capitalistiche avanzate dell’Europa occidentale e agli USA, la Russia rimaneva, comunque, un paese arretrato. Accanto alle banche e ai monopoli industriali di tipo moderno, nelle campagne continuavano a predominare le grandi aziende dei pomesciki a conduzione di tipo semifeudale. Le sopravvivenze feudali nelle campagne, lo stato di miseria

in cui versava la schiacciante maggioranza della popolazione rurale e, in conseguenza di ciò, le dimensioni ristrette del mercato interno, frenavano notevolmente la crescita ulteriore del capitalismo. La produzione agricola non aveva assunto ovunque un carattere commerciale e in alcune zone conservava gli aspetti dell’economia naturale. Le prestazioni di lavoro sul modello della vecchia barscina, effettuate dai contadini con l’impiego di attrezzi di loro proprietà, erano ancora assai diffuse, ritardando la trasformazione in senso capitalistico delle aziende di proprietà dei pomesciki. Quest’ultime, naturalmente, producevano per il mercato in misura molto maggiore rispetto alle aziende contadine, ma solo una piccola parte delle terre di proprietà dei pomesciki veniva lavorata con l’impiego di manodopera salariata.

Trentamila grandi proprietari possedevano complessivamente settanta milioni di desjatine (1 desjatina=1,0925 ha n.d.a.) di terra mentre il totale delle terre possedute dai rimanenti dieci milioni e mezzo di aziende contadine ammontava soltanto a settancinque milioni di desjatine. In questi anni, aveva luogo il processo di differenziazione sociale delle masse contadine. Nella Russia centrale, i muzhiki (contadini – n.d.a.) caduti in miseria si trasformavano in braccianti, conservando, pur nella loro condizione di diseredati, il proprio appezzamento. Ad essi si contrapponevano i kulaki, quelli che erano riusciti a comprare le terre e a metterle a profitto col commercio e l’usura più che con mezzi capitalistici avanzati9.

Molti contadini lavoravano sui vecchi nadeli feudali, di proprietà statale, da cui, nel 1861, anno dell’abolizione del servaggio, erano stati stralciati numerosi appezzamenti in favore dei latifondisti. In tal modo le terre comuni erano diventate private. I contadini vi continuavano a lavorare come prima, ma in condizioni peggiori, perché costretti a oneri più pesanti. Questi contadini, di fronte alla penetrazione del capitalismo nelle campagne, si trasformarono ben presto in braccianti agricoli totalmente privi di terra. Secondo la definizione di Lenin, “nelle campagne russe si stavano ponendo le premesse di due guerre sociali: quella di tutti i contadini contro la proprietà terriera latifondista e quella all’interno del mondo contadino, che prendeva sempre più vigore nella misura in cui esso si stratificava nel proletariato rurale e nella borghesia rurale. La prima di queste due guerre si manifestava in forma più chiara e acuta”10.

Nell’ultimo decennio dell’Ottocento, la Russia era ormai avviata verso un nuovo sviluppo economico, anche se alcune caratteristiche di questo sviluppo erano tutt’altro che moderne. Gli interessi militari ed espansionistici del paese ebbero grande influenza sull’avvio del rapido sviluppo e dell’aumento radicale del potenziale economico. Nel corso di questo processo, la popolazione rurale fu sottoposta ad una fortissima pressione fiscale, in quanto “l’asservimento dei contadini russi era inestricabilmente connesso alla politica imperialista e di crescita economica”:

Sotto Vyshnegradskij e Witte, lo Stato russo sottopose i contadini ad una fortissima pressione fiscale. Abbandonò a se stessa l’economia agraria del paese, accontentandosi del fatto che la conversione dei pascoli in colture cerealicole e un modesto incremento della produt-tività nelle tenute amministrate direttamente, anziché essere assegnate ai conta

dini, bastassero a sostenere il processo di industrializzazione. […] Negli ultimi anni del secolo l’agricoltura russa produsse meno cereali pro capite di quanto avesse prodotto trent’anni prima. […] Uno dei principi fondamentali della politica del governo era quello di confiscare una percentuale via via crescente della produzione dei contadini anziché cercare d’incrementare quest’ultima con decisi interventi. […] In tal modo, la politica finanziaria del governo sostituì di fatto l’insufficiente mercato interno11.

La politica predatrice dell’autocrazia zarista non fece altro che riac-cendere in modo violento i sommovimenti contadini. Nel 1902, lungo la striscia di Terre nere dell’Ucraina e della Russia divampò un’ondata spontanea d’insurrezioni contadine, che si accompagnò all’occupazione delle terre dei pomesciki, agli incendi delle tenute ecc. Nei governatorati di Poltava, Char’kov e, successivamente, anche in altri governatorati dell’Ucraina, della regione del Volga e della Georgia, oltre all’occupazione delle terre, i contadini requisirono grano e foraggio per sfamare i propri figli e il bestiame.

In Russia cominciava una rivoluzione contadina sul cui sfondo (e sulla cui base) si svilupparono tutte le altre rivoluzioni politiche e sociali, inclusa la Rivoluzione d’Ottobre del 1917. L’epoca della riforma stava finendo, se non era già del tutto finita. Motore del progresso sociale diveniva la rivoluzione e questo fu evidente al primo scoppio di rivolta sociale nelle campagne (si fa qui riferimento alla rivolta del 1902 n.d.a.)12.

A seguito di queste esplosioni rivoluzionarie, il governo tentò di rilanciare le riforme agrarie: nel febbraio del 1903 fu assunto l’impegno di facilitare l’uscita dei contadini dall’obscina; nel successivo mese di marzo fu liquidata l’istituzione della responsabilità collettiva dell’obscina; nel 1904 furono abolite le pene corporali per i contadini e, alla fine di quello stesso anno, S. Ju. Witte propose di realizzare la riforma, a suo tempo avanzata da Bunge, dell’usufrutto contadino della terra attraverso la sostituzione del sistema dell’obscina con quello familiare basato sul singolo appezzamento di terra.

  1. La prima rivoluzione russa (1905-1907) e la riforma agraria di Stolypin (9 novembre 1906)

La guerra russo-giapponese scatenata dal Giappone nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1904 favorì la crescita dei movimenti di massa, anche se gli avvenimenti rivoluzionari che stavano maturando avevano cause più profonde che andavano ricercate in tutto il sistema economicosociale del paese. La notizia della “Domenica di sangue” (con questa denominazione passò alla storia la giornata del 9 gennaio 1905) sollevò indignazioni e proteste in tutta la Russia. Il proletariato rispose alla ferocia dello zarismo con numerose manifestazioni a Mosca, Riga, Varsavia, Tiflis ecc. Insorsero anche i contadini russi dei governatorati di Orël, Voronezh e Kursk, i contadini ucraini, georgiani, polacchi e lettoni. La “Domenica di sangue” rafforzò il sentimento di solidarietà tra la classe operaia e quella contadina, tra i lavoratori e le personalità della politica e della cultura progressiste. Così ebbe inizio la prima rivoluzione russa degli anni 1905-1907 dal carattere “democratico-borghese”. Le vaste masse popolari cui aderirono chiedevano, innanzitutto, la liquidazione delle sopravvivenze feudali e della loro base, cioè della proprietà terriera dei pomesciki. Questa rivendicazione divenne un obiettivo nazionale, che sarebbe stato possibile raggiungere solo attraverso la lotta di tutto il popolo contro l’autocrazia. Tuttavia, già nel corso di questi avvenimenti rivoluzionari, il proletariato si pose il problema d’isolare la borghesia capitalistica, incline a tradire in qualsiasi momento gli interessi del popolo per difendere i propri privilegi. Proprio da questa valutazione del carattere della rivoluzione partì il Terzo congresso del POSDR riunitosi a Londra nell’aprile del 1905. Questo congresso definì la tattica dei bolscevichi, che intendevano battersi per assicurare la vittoria della rivoluzione democratico-borghese e per la sua successiva trasformazione in rivoluzione socialista. Nell’estate di quello stesso anno apparve il libro di Lenin Le due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica, nel quale la linea tattica dei bolscevichi, elaborata dal III congresso, venne suffragata da un’approfondita analisi teorica.

Nei mesi successivi alla “Domenica di sangue” vi furono altre imponenti manifestazioni e scioperi. Rivolte contadine divamparono ancora in Ucraina, Bielorussia, nel bacino del Volga e in Transcaucasia. Con la

partecipazione attiva delle organizzazioni bolsceviche locali cominciarono a sorgere, in una condizione di semi-legalità, i sindacati. In molte città furono costituiti i Soviet dei deputati degli operai, e in alcune località anche i Soviet dei soldati e dei contadini. Fu creata un’organizzazione contadina di massa “l’Unione dei contadini di tutte le Russie”, i cui dirigenti erano però in maggioranza socialisti rivoluzionari e liberali borghesi di sinistra. Per i vertici del potere zarista diventava sempre più impellente il problema delle ulteriori concessioni ai settori della borghesia in formazione, al fine di realizzare un’alleanza con essa in funzione antipopolare e antirivoluzionaria.

Fu con questo spirito che nel corso della prima rivoluzione venne eliminato l’istituto del “riscatto obbligatorio” ma soprattutto emanato un decreto (9 novembre 1906), il cui obiettivo era l’instaurazione nelle campagne di un nuovo sistema di rapporti sociali che avrebbe dovuto distruggere le basi del movimento rivoluzionario tra i contadini. Questo decreto, noto come riforma di Stolypin (che all’epoca era a capo del Consiglio dei Ministri), consentiva l’uscita dei contadini dalla comunità di villaggio (obscina) e l’assegnazione ad essi in proprietà della terra appartenente alla comunità. Il decreto era inteso a favorire la formazione nelle campagne di uno strato consistente di contadini benestanti legato al regime zarista e ai pomesciki, prevedendo, a questo proposito, facilitazioni di ogni genere per coloro che volevano uscire dall’obscina ed arricchirsi. Il governo, appoggiandosi sui pomesciki organizzati nel neonato “Consiglio della nobiltà unita”, decise infine di realizzare la proposta di Bala akov (membro del Consiglio), formulata ancora prima della riforma di Stolypin, che “proponeva di dare ai contadini la loro terra (passando dall’obscina alla “piena proprietà”), integrandola con le terre periferiche dello Stato ancora da colonizzare e con la terra che i pomesciki desideravano vendere a titolo di transazione “amichevole” (di mercato). Stolypin era l’ultima speranza della Russia degli autocrati e dei pomesciki13.

Le riforme di Stolypin (sia quella del 1906 che quella del 1910) rappresentarono indubbiamente un enorme passo in avanti sulla via dell’occidentalizzazione della Russia. Sostiene Gerschenkron:

Rovesciando radicalmente la politica agraria attuata appena pochi anni prima, le riforme di Stolypin del 1906 e 1910 diedero ai contadini la possibilità di rescindere i legami che li univano all’obscina con una procedura semplice e vantaggiosa, che consentiva di assicurarsi la proprietà della terra ricomponendo progressivamente in un unico appezzamento, spesso con reciproci scambi, i numerosi campi che costituivano la loro dotazione originaria. […] Le proprietà dei contadini che lasciavano la comunità erano assegnate al capofamiglia. Inoltre (la parola in corsivo è aggiunta dall’autore), per la prima volta si apriva la strada al libero afflusso dei contadini alla città; per la prima volta, numerosi gruppi di contadini russi potevano, come i loro colleghi occidentali, vendere la terra e servirsi del ricavato per cercare un lavoro estraneo all’agricoltura14.

Tuttavia, le conseguenze che la riforma di Stolypin produsse furono meno idilliache ed entusiastiche di quelle descritte dal Gerschenkron. Effettivamente la riforma rappresentò uno degli avvenimenti più importanti nella storia della Russia dell’inizio del XX secolo. Essa contribuì in modo notevole all’affermazione del capitalismo e i suoi effetti furono potenzialmente positivi sullo sviluppo industriale, ma – come afferma Danilov – essa

ripulì le terre contadine dai “deboli” a favore dei “forti”, risolvendo finalmente il problema dell’accumulazione primitiva nelle campagne, e lo fece pergiunta con mezzi radicali, accelerando direttamente per via amministrativa ladistruzione dell’obscina”. […] “Puntare sui forti” non solo rendeva i deboli piùdeboli, ma li scacciava verso le città, che non erano in grado di accogliere cen-tinaia di migliaia di diseredati e disperati. Negli anni 1907-1915 un milione e200mila famiglie che avevano abbandonato l’obscina vendettero il loro appezzamento. Fondamentalmente essi erano divenuti “nuovi proprietari” solo per questo15.

La riforma agraria di Stolypin, che fu la risposta dello zarismo e dei latifondisti alla prima rivoluzione russa, aveva lo scopo di accelerare la rivoluzione borghese nelle campagne, conservando la grande proprietà terriera privata e facendo separare dall’ambiente contadino uno strato di contadini “forti”, i kulaki, che, non a caso, furono definiti “i latifondisti di Stolypin”. A questi venivano sacrificati i “deboli”, i milioni di contadini condannati a restare senza terra. Tale riforma, qualora avesse avuto il tempo di realizzarsi pienamente (Stolypin contava su almeno “vent’anni di pace sociale” per la realizzazione delle sue riforme), poteva avere come risultato la totale e definitiva affermazione in Russia del tipo di capitalismo prussiano e la pauperizzazione della maggior parte della popolazione agricola. Ma i contadini vi opposero ovunque una forte resistenza. Inoltre, proprio nel periodo in cui questa riforma cercava di risolvere il compito che si era posta, la Russia entrava in guerra (prima guerra mondiale), condannando inesorabilmente le masse popolari a maggiore povertà, disperazione e rabbia. La rivendicazione della confisca della terra (avanzata nel corso della prima rivoluzione russa e formulata nel “Progetto agrario dei 104”) per liquidare la proprietà feudale e per consegnare tutta la terra “all’uso solo di coloro che la lavoreranno”, assunse sempre più forza, guadagnando l’appoggio massiccio delle campagne. E sebbene questa rivendicazione fosse sostanzialmente di natura “antilatifondista”, essa andava anche contro la borghesia rurale, che di anno in anno s’ingrandiva sempre di più con la proprietà privata della terra.

Sotto la crescente pressione della classe dei kulaki […] la comunità di villaggio cominciò a disgregarsi. I kulaki s’impossessarono delle terre delle comunità. Le commissioni per la distribuzione delle terre, che i contadini chiamavano “commissioni per la rapina delle terre”, agivano accompagnate da reparti militari e assegnavano ai kulaki gli appezzamenti migliori. I contadini poveri, costretti contro voglia alla suddivisione e a cui toccavano le terre peggiori, vendevano i propri appezzamenti e andavano a lavorare come braccianti. […] Il volto delle campagne russe si trasformò: in mezzo ai piccoli appezzamenti, sparsi qua e là, che formavano i lotti toccati ai contadini poveri e medi, appezzamenti di notevoli dimensioni della terra comunitaria divennero proprietà dei contadini ricchi. Se il proprietario di tale appezzamento vi costruiva la propria casa e vi si trasferiva dal villaggio, allora l’appezzamento veniva chiamato chutor (fattoria). Se il proprietario invece rimaneva ad abitare nel villaggio l’appezzamento veniva chiamato otrub (fetta). Ma accanto a questi proprietari di chutor e otrub, che immediatamente organizzarono aziende di tipo capitalistico, molti contadini continuarono a condurre la stessa misera esistenza che avevano condotto prima della divisione delle terre comunitarie16.

“Le esplosioni rivoluzionarie del 1905 e del 1917 afferma Danilov furono quelle della disperazione popolare del periodo dell’accumulazione primitiva, in cui la stratificazione dell’epoca del capitalismo industriale introduceva un forte potenziale socialista. Di qui il loro marcato orientamento anticapitalista, e non solo antifeudale17. Nell’ordinamento socio-economico della Russia dell’epoca, s’intrecciavano le forme più diverse: le forme di economia naturale-patriarcale e semifeudale, la piccola produzione mercantile e il capitalismo in stadi e caratteristiche diverse, compreso l’imperialismo. Al riguardo Lenin rilevava: “Il possesso fondiario più arretrato, la campagna più barbara e il capitalismo industriale e finanziario più avanzato!”18.

Certo, la Russia era diventata nel suo insieme capitalista. Tutte le sue sfere erano ormai inserite nel sistema generale del capitalismo e venivano da questo utilizzate. E fu proprio ciò che creò la possibilità della trasformazione della rivoluzione democratica in rivoluzione socialista, che si assunse il compito di risolvere tutto il complesso dei problemi sociali, non soltanto quelli specificatamente “socialisti”, ma prima di tutto quelli democratico-borghesi.

  1. La rivoluzione russa (ottobre 1917)

A partire dall’estate del 1910 il numero delle agitazioni contadine cominciò ad aumentare sensibilmente. Esse erano la risposta dei contadini alla riforma di Stolypin. Sempre più frequenti furono gli incendi appiccati alle fattorie dei pomesciki e dei kulaki. I contadini tagliavano i boschi dei pomesciki, portavano il proprio bestiame a pascolare sui loro prati, impedivano con la forza la spartizione delle terre comuni. Disordini e rivolte contadine si protrassero a più ondate sino all’agosto del 1917. La situazione era precipitata al punto tale che il 23 febbraio 1917 lo zar Nicola II dovette abdicare. Fu costituito un Governo provvisorio, con il quale il potere passava nelle mani della borghesia, anche se il proletariato si stava organizzando per l’affermazione della dittatura democratica degli operai e dei contadini, per l’ulteriore sviluppo della rivoluzione e per la vittoria finale del socialismo. Appena formato il nuovo Governo, i capi dei vari comitati di villaggio si riunirono immediatamente per inviare le loro richieste, che furono poi riassunte nel Nakaz (Mandato) contadino, elaborato dai socialisti rivoluzionari e pubblicato nell’agosto 1917, nel quale era detto che il “diritto di proprietà privata della terra è abolito per sempre”, “che le tenute modello” “non sono soggette a divisione”, che «tutte le scorte vive e morte delle terre confiscate passano senza al

cun indennizzo in esclusivo godimento dello Stato o della comune, a seconda della loro grandezza e importanza», che “tutta la terra passa al fondo agrario di tutto il popolo”.

La rivoluzione agraria in Russia, che cominciò come guerra contadina contro i latifondisti, si fuse poi con la Grande rivoluzione socialista d’Ottobre, nel corso della quale furono risolti problemi di carattere democratico-borghese (fino all’estate del 1918). Spiegando perché per i russi fu più facile, in confronto ai paesi avanzati, iniziare la rivoluzione proletaria, Lenin disse che proprio “l’arretratezza della Russia ha fuso in modo originale la rivoluzione proletaria contro la borghesia con la rivoluzione contadina contro i grandi proprietari fondiari. Nell’ottobre 1917 abbiamo incominciato da questo, e non avremmo vinto allora così facilmente se non avessimo da questo incominciato”19. Dall’ottobre 1917 sino all’estate del 1918, ebbe luogo la distruzione dei residui del feudalesimo, prima di tutto della proprietà fondiaria latifondista, e tutti i contadini lottarono in un fronte unico. Con il Decreto leninista “Sulla terra”20, la proprietà terriera latifondista e più in generale la grande proprietà privata della terra fu confiscata. Tutte le terre adatte alla coltivazione vennero distribuite gratuitamente tra i contadini, affinché le utilizzassero per il lavoro su basi ugualitarie (le terre dovevano essere ripartite tra i lavoratori secondo le condizioni locali e in base alla norma del lavoro o del consumo). Le forme di utilizzazione della terra dovevano essere assolutamente libere: familiare, personale, della comunità, cooperativa, in base a quel che sarebbe stato deciso nei singoli villaggi o borgate. Anche gli stabili, gli attrezzi, il bestiame, le scorte di prodotti diventavano “proprietà del popolo”. Nel Decreto fu incluso il “Mandato contadino sulla terra” costituito sulla base di 242 mandati locali. L’obiettivo della “terra ai contadini”, da ultima parola d’ordine della rivoluzione borghese, diveniva concretamente “un passo verso il socialismo”.

Solo dopo che il diritto di proprietà privata della terra latifondista venne abolito e ai contadini fu concessa in uso la terra, furono posti in primo piano obiettivi specificatamente socialisti. Nell’estate-autunno del 1918, i comitati dei contadini poveri (kombedy) e i reparti operai preposti ai rifornimenti alimentari assestarono un colpo durissimo ai kulaki. Il numero delle aziende collettive incominciava a crescere in misura rilevante. In Russia, notò Lenin,

Soltanto la rivoluzione proletaria ha portato alla distruzione completa della “grande proprietà fondiaria” (prima della rivoluzione d’Ottobre non era stata distrutta). La rivoluzione borghese noi l’abbiamo portata a termine. I contadini ci hanno seguito nel loro insieme. […] I Soviet raggruppavano i contadini in generale. La divisione di classe all’interno della popolazione contadina non era ancora matura, non si era ancora manifestata all’esterno. […] Questo processo si è sviluppato nell’estate e nell’autunno del 1918. La rivolta controrivoluzionaria dei cecoslovacchi ha risvegliato i kulaki. In tutta la Russia è dilagata un’ondata di rivolte dei kulaki. I contadini poveri hanno appreso non dai libri o dai giornali, ma dalla vita stessa l’inconciliabilità dei loro interessi con quelli dei kulaki, dei ricchi, della borghesia contadina21.

Dopo aver sottolineato che dall’estate e dall’autunno del 1918 “lecampagne stanno compiendo esse stesse la rivoluzione d’Ottobre (cioèla rivoluzione proletaria)”, Lenin scrisse che proprio allora ebbe inizio lagrande svolta: “Il proletariato in Russia, dopo aver portato a termine,insieme con i contadini in generale, la rivoluzione democratica borghese, è passato definitivamente alla rivoluzione socialista, quando è riuscito a dividere le campagne, a unire a sé i proletari e i semiproletari, a raggrupparli contro i kulaki e la borghesia, compresa la borghesia contadina”22. Lo storico Danilov fa notare che

i critici contemporanei della rivoluzione e del bolscevismo hanno speso non poche parole accusatorie a proposito della divisione creata dai bolscevichi nelle campagne, a proposito dei comitati dei contadini poveri, della lotta di classe ecc. Essi dovrebbero piuttosto criticare Stolypin, che creando nelle campagne la divisione tra “forti” e “deboli” dieci anni prima dei bolscevichi! ha accelerato in modo artificiale il processo di stratificazione di classe, riacceso la lotta di classe tra i contadini, sollecitando la rapida formazione delle forze rivoluzionarie. Il 1917 diveniva inevitabile23.

Ovviamente, osservava Lenin, non era possibile separare “nettamente” le fasi democratico-borghese e socialista della rivoluzione agraria, “separarle l’una dall’altra con qualcosa di diverso dal grado di preparazione del proletariato e dal grado della sua unità con i contadini poveri…”24. La rivoluzione nelle campagne aveva risolto compiti di carattere socialista anche prima dell’estate del 1918. Ne erano una prova il sorgere di fattorie collettive, il fatto che in alcune regioni si andavano costituendo le organizzazioni dei contadini poveri per lottare contro i kulaki, l’accettazione da parte dei Soviet contadini dei villaggi e dei volost’ (unità amministrative locali) della direzione politica delle istanze superiori. Tuttavia, nella prima fase della rivoluzione, è prevalsa nelle campagne la confisca delle terre latifondiste e la redistribuzione della terra per un uso ugualitario da parte di piccole aziende contadine individuali. Nella seconda fase della rivoluzione agraria, quando gli obiettivi socialisti divennero prevalenti, i risultati già ottenuti furono perfezionati e consolidati in una lotta accanita contro i kulaki.

Il passaggio di tutte le terre coltivabili ai contadini e la loro redistribuzione ugualitaria

significò in primo luogo il “livellamento” dell’economia contadina, l’indebolimento dei legami di mercato e il superamento in misura significativa della stratificazione socio-economica delle campagne. In secondo luogo, favorì una rinascita dell’obscina che verso il 1927 abbracciava sul territorio della Federazione russa il 95,5% delle campagne. Entrambi questi elementi testimoniano l’interruzione del processo di accumulazione primitiva che fu fermato, e addirittura il suo regresso alla fase iniziale25.

Alcuni economisti degli anni Venti tacciarono come “economicamente reazionari” i risultati della rivoluzione agraria in Russia, poiché quest’ultima aveva favorito in un certo modo la rinascita dell’obscina e del mir. Moshe Lewin, studioso della Russia contemporanea, si esprime persino nei termini di un’“arcaicizzazione” della struttura economica postrivoluzionaria26. Ma come sostiene Danilov da queste critiche non emerge che “dalla struttura agraria erano stati eliminati i pomesciki (e questo cambiava la situazione in modo molto radicale e progressista). E che i contadini, nel rinnovare l’obscina, si allontanavano dall’arcaismo, com’è testimoniato dallo sviluppo abbastanza rapido dell’agricoltura, dalla crescita delle cooperative e da molti altri elementi”27. La coltivazione con strumenti primitivi di piccoli appezzamenti di terra li avrebbe

condannati, come in passato, ad un pesante lavoro manuale quotidiano, che bastava appena al mantenimento della propria esistenza. Invece, la creazione della grande produzione agricola meccanizzata su base cooperativa (dove non solo la terra era comune, ma lo erano anche i mezzi di produzione), tenuto conto dell’iniziativa delle masse (“hanno valore solo le associazioni formate dai contadini stessi di loro libera iniziativa e dei cui vantaggi essi si sono convinti nella pratica”28), della volontarietà e gradualità (“facciamo assegnamento su un lungo e graduale lavoro di persuasione, su una serie di misure di transizione”29), del convincimento con l’esempio concreto e con la creazione delle condizioni materiali, poteva assicurare giustizia sociale e un alto livello di benessere. L’espansione della cooperazione negli anni Venti, con il passaggio alla Nep, “confermava le ampie possibilità di questo sistema nell’economia contadina”:

La pratica degli anni Venti confermava le ampie possibilità della cooperazione nell’economia contadina; si è trattato di un reale processo di trasformazione che poteva servire da autentica alternativa all’accumulazione primitiva del capitale da parte dei “forti” a spese dei “deboli”30.

All’VIII congresso del partito Lenin pronunciò queste parole: “imparare dai contadini il modo per passare ad un miglior regime”. In esse è contenuta in sintesi l’idea geniale del piano leniniano della cooperazione. Per comprendere l’essenza del piano della cooperazione è d’importanza decisiva vedere il nesso più volte sottolineato da Lenin tra cooperazione e Nep. In molti casi, la cooperazione fu considerata una forma specifica di realizzazione della Nep nelle campagne. Pur non negando il ruolo della cooperazione, quest’ultima veniva considerata come un fattore secondario o subordinato alla Nep. Per Lenin, invece, il nesso e il rapporto tra i concetti di “Nep” e di “cooperazione” erano del tutto diversi. Egli sosteneva: “Non è la cooperazione che bisogna adattare alla Nep, ma è la Nep che va adattata alla cooperazione”31. Il suo articolo Sulla cooperazione fu dedicato appunto allo sviluppo di questo concetto. In esso si indicava l’obiettivo «di ottenere a mezzo della Nep che tutta la popolazione partecipi alle cooperative», e si traeva la conclusione assolutamente nuova sulle forme organizzative della nuova società: “il regime dei cooperatori civili, data la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, data la vittoria di classe del proletariato sulla borghesia, è appunto il regime del socialismo”32. Dunque, per Lenin, il regime dei cooperatori civili come regime socialista era sottoposto all’obbligatorietà di determinate condizioni, quali la proprietà sociale dei mezzi di produzione e la vittoria di classe del proletariato sulla borghesia.

 

1 S.N. Syrov, Stranicy istorii, Izd. Russkij Jazyk, Moskva 1977, p. 151-153.

2 Contrariamente, le riforme agrarie europee fissarono prezzi sulla terra inferiori a quelli di mercato. Ad esempio, la riforma agraria austriaca del 1848, immediatamente precedente a quella russa, prevedeva il calcolo dei contributi dei contadini sulla base dell’“equità”, cioè su valori catastali, che erano molto inferiori ai corrispondenti prezzi di mercato.

3 Kratkaja istorija SSSR, (a cura di) N. Nosov, R. Ganelin, D. Lichacëv, Progress, Moskva 1980, vol. I, p. 274.

4 V.P. Danilov, “Genesi e dissoluzione del sistema sovietico” in Il Passaggio, N. 3, maggio-giugno 1992, p. 15.

5 S.N. Syrov, Stranicy istorii, Op. cit., p. 160.

6 Assemblea elettiva russa a livello distrettuale e provinciale creata con la riforma del governo locale promulgata nel 1864. Tra le grandi riforme di Alessandro II, sebbene in sottordine rispetto al governo centrale, lo zemstvo portò qualche vantaggio alla Russia rurale soprattutto nell’ambito dell’istruzione e della sanità.

7 V.P. Danilov, “Genesi e dissoluzione del sistema sovietico”, Op. cit., p. 15.

8 A. Gerschenkron, “Modelli e problemi dello sviluppo economico russo: 1861-1958”, in Il problema storico dell’arretratezza economica, Giulio Einaudi editore, Torino 1974, p. 116.

9 Kratkaja istorija SSSR, Op. cit., p. 326.

10 In: AA.VV, Kardinal’nye voprosy russkoj i sovetskoj istorii. Novye issledovanija i podchody, Progress, Moskva, 1991, p. 168.

11 A. Gerschenkron, “Modelli e problemi dello sviluppo economico russo: 1861-1958”, Op. cit., p. 121.

12 V.P. Danilov, “Genesi e dissoluzione del sistema sovietico”, Op. cit., p. 16.

13 V.P. Danilov, “Genesi e dissoluzione del sistema sovietico”, Op. cit., p. 17.

14 A. Gerschenkron, “Modelli e problemi dello sviluppo economico russo: 1861-1958”, Op. cit., p. 129.

15 V.P. Danilov, “Genesi e dissoluzione del sistema sovietico”, Op. cit., p. 17.

16 Kratkaja istorija SSSR, Op. cit., p. 358.

17 V.P. Danilov. “Genesi e dissoluzione del sistema sovietico”, Op. cit., p. 17. p. 417.

19 V.I. Lenin, Op. cit., vol. 38, V ed. russa, p. 306.

20 Il decreto “Sulla terra” è stato integralmente pubblicato nel libro La Rivoluzione d’Ottobre Memorie e testimonianze dei protagonisti, (a cura di) Adriana Chiaia, Zambon Editore, 2006.

21 V.I. Lenin, Op. cit., vol. 37, V ed. russa, p. 313. 22 Ibidem, p.314-315.23 V. Danilov, Op. cit., p. 17.24 V.I. Lenin, Op. cit., vol. 37, V ed. russa, p. 312. 25 V. Danilov, Op. cit., p. 18.

26 M. Lewin, Storia sociale dello stalinismo, Einaudi, Torino 1988, p. 21.

27 Ibidem, p. 18.28 V.I. Lenin, Op. cit., vol. 38, V ed. russa, p. 208. 29 V.I. Lenin, Op. cit., vol. 37, V ed. russa, p. 361. 30 V. Danilov, Op. cit., p. 18.31 V.I. Lenin, Op. cit., vol. 54, V ed. russa, p. 195.

32 V.I. Lenin, Op. cit., vol. 45, V ed. russa, pp. 372373.