Stalin e la Grande Guerra Patriottica

Da: il nostro Ottobre

 

Domenico Losurdo

Stalin e la Grande Guerra Patriottica

 

  1. Le accuse del rapporto Chrusciov

Nel pronunciare il suo Rapporto al XX Congresso del Pcus e nello svi-luppare la sua requisitoria contro Stalin, Chrusciov traccia un quadro cata-strofico del dittatore anche sul piano militare. Era stato solo a causa dellasua imprevidenza, della sua ostinazione, della cieca fiducia da lui riposta inHitler che le truppe del Terzo Reich erano riuscite inizialmente ad irrompe-re in profondità nel territorio sovietico. Sì, per colpa di Stalin, al tragico ap-puntamento l’Urss era giunta impreparata e indifesa: “In definitiva noi co-minciammo a modernizzare il nostro equipaggiamento militare soltanto intempo di guerra […]; non avevamo neppure un numero sufficiente di fuciliper armare il personale mobilitato”. Come se tutto ciò non bastasse, il responsabile di questa catastrofe si era abbandonato ad una fuga codarda dalle proprie responsabilità. Vale la pena di notare che, subito dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale in Europa e con largo anti- cipo rispetto all’operazione Barbarossa, già Trotskij aveva scritto che la “casta dominante” in Unione Sovietica tendeva ad assumere l’atteggiamento «proprio di tutti i regimi destinati al tramonto: “Dopo di noi il diluvio”»1. Ma ora Chrusciov aggiusta il tiro per prendere di mira una sola persona: sopraffatto dalla sensazione della disfatta (“Abbiamo perduto per sempre tutto quello che Lenin aveva creato”), incapace di reagire, “per un lungo periodo, Stalin non diresse più le operazioni militari e cessò qualsiasi attività”. È vero, dopo qualche tempo, ce- dendo finalmente alle insistenze degli altri membri dell’Ufficio politico, egli era tornato al suo posto. Non l’avesse mai fatto! Ancora una volta siamo portati a pensare a quanto aveva scritto Trotskij sempre il 2 settembre 1939: “la nuova aristocrazia” al potere a Mosca era caratteriz- zata anche dalla “sua incapacità di condurre una guerra” e di difendere dall’aggressione im- perialista il paese scaturito dalla rivoluzione d’ottobre 2. In questo caso Chrusciov procede non solo ad un aggiustamento del tiro ma anche ad un rincaro della dose: a dirigere monocratica- mente, anche sul piano militare, l’Unione Sovietica impegnata in una prova mortale era stato un dittatore così incompetente da ignorare “i rudimenti della strategia bellica”. È un capo d’ac- cusa su cui il Rapporto segreto insiste con forza: “Bisogna ricordare che Stalin preparava le operazioni su un mappamondo. Sì, compagni, egli si serviva di un mappamondo e su di esso segnava la linea del fronte”. Nonostante tutto, la guerra si era felicemente conclusa; e, tutta- via, la paranoia sanguinaria del dittatore si era ulteriormente aggravata.

A questo punto si può considerare completo il ritratto del “degenerato mostro umano” che emerge, secondo l’osservazione di Isaac Deutscher, dal Rapporto Chrusciov3. Ma fino a che punto è verosimile questo ritratto?

  1. Alla vigilia dell’operazione Barbarossa

Sul tema della guerra oggi si assiste ad un vero e proprio ribaltamento. Sia chiaro, Stalin continua a mostrare tratti satanici, ma non già per aver creduto alla solidità o all’eternità del pat- to di non aggressione, ma al contrario per aver programmato con largo anticipo lo scontro col Terzo Reich e l’invasione della Germania, tempestivamente prevenuta da Hitler mediante lo

116 il nostro Ottobre

scatenamento dell’operazione Barbarossa. Si cita a questo proposito il di- scorso di Stalin ai diplomati delle accademie militari e che qui, per ragioni di brevità, riporto nella sintesi contenuta nel diario di Dimitrov: “La nostra po- litica di pace e di sicurezza è allo stesso tempo una politica di preparazione alla guerra. Non c’è difesa senza attacco. Bisogna educare l’esercito nello spirito dell’attacco. Bisogna prepararsi alla guerra”4. È il 5 maggio 1941, il giorno stesso in cui Stalin riunisce nella sua persona le massime cariche del partito e dello Stato, in previsione, evidentemente, dello scontro frontale col Terzo Reich.

Abbiamo visto il Rapporto Chrusciov descrivere in termini catastrofici l’impreparazione militare dell’Unione Sovietica, il cui esercito, in alcuni casi, sarebbe stato sprovvisto persino di fucili. Direttamente contrapposto è il quadro emergente da uno studio che sembra pervenire dagli ambienti del- la Bundeswehr e che comunque fa largo uso dei suoi archivi militari. Vi si parla della “molteplice superiorità dell’Armata Rossa in carri armati, aerei e pezzi d’artiglieria”; d’altro canto, “la capacità industriale dell’Unione So- vietica aveva raggiunto dimensioni tali da poter procurare alle forze armate sovietiche un armamento pressoché inimmaginabile”. Esso cresce a ritmi sempre più serrati man mano che ci si avvicina all’operazione Barbarossa. Un dato è particolarmente eloquente: se nel 1940 l’Unione Sovietica produ- ceva 358 carri armati del tipo più avanzato, nettamente superiori a quelli di-

sponibili dagli altri eserciti, nel primo semestre dell’anno successivo ne produceva 15035. D’altro canto, già un decennio fa una storica statunitense fieramente anticomunista ha in- ferto un duro colpo al mito del crollo e della fuga dalle sue responsabilità da parte del dirigen- te sovietico subito dopo l’inizio dell’invasione nazista: “per quanto scosso, il giorno dell’at- tacco Stalin indisse una riunione di undici ore con capi di partito, di governo e militari, e nei giorni successivi fece lo stesso”6. Ma ora abbiamo a disposizione il registro dei visitatori del- l’ufficio di Stalin al Cremlino, scoperto agli inizi degli anni novanta: risulta che sin dalle ore immediatamente successive all’aggressione il leader sovietico si impegna in una fittissima rete di incontri e iniziative per organizzare la resistenza. Sono giorni e notti caratterizzati da un’“attività […] estenuante”, ma ordinata. In ogni caso, “l’intero episodio [raccontato da Chrusciov] è totalmente inventato”, questa “storia è falsa”7. L’operazione Barbarossa non provoca né panico né isteria. Leggiamo la nota di diario e la testimonianza di Dimitrov: “Alle 7 di mattina mi hanno chiamato con urgenza al Cremlino. La Germania ha attaccato l’Urss. È iniziata la guerra […] Sorprendente calma, fermezza, sicurezza in Stalin e in tutti gli altri”. Ancora di più colpisce la chiarezza di idee. Non si tratta solo di procedere alla “mobilitazione generale delle nostre forze”. È necessario anche definire il quadro politico: Sì, “solo i comu- nisti possono vincere i fascisti”, ponendo fine all’ascesa apparentemente irresistibile del Ter-

zo Reich, ma non bisogna perdere di vista la reale natura del conflitto:

I partiti sviluppano sul posto un movimento in difesa dell’Urss. Non porre la questione della rivoluzione socialista. Il popolo sovietico combatte una guerra patriottica contro la Ger- mania fascista. Il problema è la disfatta del fascismo, che ha asservito una serie di popoli e tenta di asservire anche altri popoli8.

La strategia politica che avrebbe presieduto alla Grande guerra patriottica è già ben deli- neata. D’altro canto, a coloro che scolasticamente contrapponevano patriottismo e internazio- nalismo, Stalin e il gruppo dirigente sovietico avevano provveduto a rispondere già prima dell’aggressione hitleriana, come risulta sempre dalla testimonianza di Dimitrov:

Bisogna sviluppare l’idea che coniuga un sano nazionalismo, correttamente inteso, con l’internazionalismo proletario. L’internazionalismo proletario deve poggiare su questo na- zionalismo nei singoli paesi […] Tra il nazionalismo correttamente inteso e l’internazio- nalismo proletario non c’è e non può esserci contraddizione. Il cosmopolitismo senza

il nostro Ottobre 117 patria, che nega il sentimento nazionale e l’idea di patria, non ha nulla da spartire con

l’internazionalismo proletario9.

L’internazionalismo e la causa internazionale dell’emancipazione dei popoli avanzavano concretamente sull’onda delle guerre di liberazione nazionale, rese necessarie dalla pretesa di Hitler di riprendere e radica- lizzare la tradizione coloniale, assoggettando e schiavizzando in primo luogo le presunte razze servili dell’Europa orientale.

Sono i motivi ripresi nei discorsi e nelle dichiarazioni pronunciati da Stalin nel corso della guerra: essi costituirono “significative pietre miliari nella chiarificazione della strategia militare sovietica e dei suoi obiettivi politici e giocarono un ruolo importante nel rafforzare il morale popolare”10; ed essi assumono un rilievo anche internazio- nale, come osserva contrariato Goebbels a proposito dell’appello ra- dio del 3 luglio 1941, che “suscita enorme ammirazione in Inghilterra e negli Usa”11.

Persino sul piano della condotta militare vera e propria il Rappor-to segreto ha smarrito ogni credibilità. Secondo Chrusciov, incurantedegli “avvertimenti” che da più parte gli provenivano circa l’immi-nenza dell’invasione, Stalin va irresponsabilmente incontro allo sba-raglio. In realtà – chiariscono studi recenti – egli è costretto a distri-carsi tra due gigantesche manovre di diversione e di disinformazione.Il Terzo Reich si impegna massicciamente a far credere che l’ammassamento di truppe ad Est sia solo una copertura per l’invasione dell’Inghilterra, che appare tanto più credibile dopo la conquista dell’isola di Creta. “L’intero apparato statale e militare è mobilitato” – annota compiaciuto Goebbels sul suo diario (31 maggio 1941) – per inscenare “la prima grande ondata mimetizzatrice” dell’operazione Barbarossa. Ecco allora che “14 divisioni sono trasportate ad Ovest”12; per di più tutte le truppe schierate sul fronte occidentale sono messe in stato di massima allerta13. Circa due settimane dopo l’edizione berlinese del Völkischer Beobachter pubblica un articolo che addita l’occupazione di Creta come modello per l’occupazione dell’Inghilterra: poche ore dopo il giornale è sequestrato per rafforzare l’impressione di un segreto di enorme importanza e maldestramente tradito. Il giorno dopo (14 giugno) Goebbels annota sul suo diario: “Le radio inglesi dichiarano già che il nostro spiegamento contro la Russia è solo un bluff, dietro il quale cercavamo di nascondere i nostri preparativi per l’inva- sione [dell’Inghilterra]”14.

Non bisogna sottovalutare neppure l’altra campagna di disinformazione. Se da un lato comunica a Mosca le informazioni relative all’operazione Barbarossa, dall’altro la Gran Bretagna diffonde voci su un imminente attacco dell’Urss contro la Polonia e in ultima analisi contro la Germania15. È evidente l’interesse a rendere inevitabile o far precipitare il più rapidamente possibile il conflitto tedesco-sovietico. Ben si comprendono la cautela e la diffidenza di Stalin. Tanto più che il 10 maggio 1941 c’era stato il misterioso volo in In- ghilterra di Rudolf Hess, chiaramente animato dalla speranza di ricostituire l’unità del- l’Occidente nella lotta contro il bolscevismo: era in agguato il pericolo di una riedizione di Monaco su scala ben più larga e ben più tragica.

Pur muovendosi con circospezione in una situazione assai aggrovigliata, Stalin proce- de ad una “accelerazione dei suoi preparativi di guerra”. In effetti, “tra maggio e giugno sono richiamati 800. 000 riservisti, a metà maggio 28 divisioni sono dislocate nei distretti occidentali dell’Unione Sovietica”, mentre procedono a ritmo serrato i lavori di fortifica- zione delle frontiere e di camuffamento degli obiettivi militari più sensibili. “Nella notte tra 21 e il 22 giugno questa vasta forza fu messa in allarme e chiamata a prepararsi per un attacco di sorpresa da parte dei tedeschi”16.

118 il nostro Ottobre3. Un’euforia di breve durata

Per screditare Stalin, Chrusciov insiste sulle spettacolari vittorie iniziali dell’esercito invasore. Sennonché esse – osserva un illustre studioso britannico di storia militare -– si spiegano agevolmente con la geografia:

L’estensione del fronte – 1800 miglia – e la scarsità di ostacoli naturali offrivano all’aggressore immensi vantaggi per l’infiltrazione e la manovra. Nonostante le dimensione colossali dell’Armata Rossa, il rapporto tra le sue forze e lo spazio era così debole che le unità meccanizzate tedesche potevano trovare agevolmente le occasioni di manovre indirette alle spalle del loro avversario. Inol- tre, le città largamente distanziate e dove convergevano strade e ferrovie offrivano all’aggressore la possibilità di puntare su obiettivi alternativi, mettendo il nemico nella difficile situazione di in- dovinare la reale direzione di marcia e di affrontare un dilemma dopo l’altro17.

D’altro canto, non bisogna lasciarsi abbagliare dalle apparenze: a ben guardare, il progetto del Terzo Reich di rinnovare ad Est il trionfale Bli- tzkrieg realizzato ad Ovest comincia a rivelarsi problematico già nelle prime settimane del gigantesco scontro18. A tale proposito illuminanti risultano i diari di Joseph Goebbels. All’immediata vigilia dell’aggres- sione egli sottolinea l’irresistibilità dell’imminente attacco tedesco, “senza dubbio il più poderoso che la storia abbia mai conosciuto”; nessuno po- trà seriamente contrastare “il più forte schieramento della storia univer- sale”19. Poi conclude: “Siamo dinanzi ad una marcia trionfale senza pre- cedenti […] Considero la forza militare dei russi molto bassa, ancora più bassa di quanto la consideri il Führer. Se c’era e se c’è un’azione sicura, è questa”20. Ma bastano dieci giorni di guerra per modificare in modo radicale il quadro della situazione, come emerge da un’annotazione del 2 luglio: “Nel complesso, si combatte molto duramente e ostinatamente. Non si può in alcun modo parlare di passeggiata. Il regime rosso ha mo- bilitato il popolo”21. Gli avvenimenti incalzano e l’umore di Goebbels e dei dirigenti nazisti muta radicalmente, anzi precipita. 24 luglio:

Non possiamo nutrire alcun dubbio sul fatto che il regime bolscevico, che esiste da quasi un quarto di secolo, ha lasciato profonde tracce nei popoli dell’Unione Sovietica […] Sarebbe dunque giusto mettere con grande chiarezza in evidenza, dinanzi al popolo tedesco, la durezza della lotta che si svolge ad Est. Bisogna dire alla nazione che questa operazione è molto diffi- cile, ma che possiamo superarla e che la supereremo22.

1 e 19 agosto:

Nel quartier generale del Führer […] apertamente si ammette anche che ci si è un po’ sbagliati nella valutazione della forza militare sovietica. I bolscevichi rivelano una resistenza maggiore di quella che supponessimo; soprattutto i mezzi materiali a loro disposizione sono maggiori di quan- to pensassimo […] Il Führer è intimamente molto irritato con se stesso per il fatto di essersi lascia- to così ingannare sul potenziale dei bolscevichi dai rapporti [degli agenti tedeschi] dall’Unione Sovietica. Soprattutto la sua sottovalutazione dei carri armati e dell’aviazione del nemico ci ha cre- ato molti problemi. Egli ne ha sofferto molto. Si tratta di una grave crisi23.

Anche la storiografia più recente sottolinea le difficoltà impreviste in cui in Unione Sovie- tica subito si imbatte una macchina da guerra poderosa, sperimentata e circonfusa del mito del- l’invincibilità24. È “particolarmente significativa per l’esito della guerra orientale la battaglia di Smolensk della seconda metà di luglio del 1941 (finora rimasta nella ricerca ampiamente coper- ta dall’ombra di altri accadimenti)”25. L’osservazione è di un illustre storico tedesco, che ripor- ta poi queste eloquenti note di diario stese dal generale von Bock il 20 e il 26 luglio:

Il nemico vuole riconquistare Smolensk ad ogni costo e vi fa giungere sempre nuove forze. L’ipo- tesi espressa da qualche parte che il nemico agisca senza un piano non trova riscontro nei fatti […]

il nostro Ottobre 119

Si constata che i russi hanno portato a termine intorno al fronte da me costruito in avanti un nuovo compatto spiegamento di forze. In molti punti essi tentano di passare all’attacco. Sorprendente per un avversario che ha subito simili colpi; deve possedere una quantità incredibile di materiale, in- fatti le nostre truppe lamentano ancora adesso il forte effetto dell’artiglieria nemica.

Ancora più inquieto e anzi decisamente pessimista è l’ammiraglio Canaris, dirigente del controspionaggio, che, parlando col generale von Bock il 17 luglio, commenta: “Vedo nero su nero”26.

Non solo l’esercito sovietico non appare allo sbando neppure nei pri- mi giorni e nelle prime settimane dell’attacco e anzi oppone “tenace re- sistenza”, ma esso risulta ben guidato, come rivela fra l’altro “la risolu- tezza di Stalin di arrestare l’avanzata tedesca nel punto per lui determi- nante”. I risultati di questa accorta guida militare si rivelano anche sul piano diplomatico: è proprio perché “impressionato dall’ostinato scon- tro nell’area di Smolensk” che il Giappone, lì presente con osservatori, decide di respingere la richiesta del Terzo Reich di partecipazione alla guerra contro l’Unione Sovietica27.

L’analisi dello storico tedesco fieramente anticomunista—è confer-mata in pieno da studiosi russi sull’onda del Rapporto Chrusciov distin-tisi quali campioni della lotta contro lo “stalinismo”: “I piani del Bli-tzkrieg [tedesco] erano già naufragati alla metà di luglio”. A lungo lettacome espressione di insipienza politico-militare o addirittura di cieca fi-ducia nei confronti del Terzo Reich, la condotta estremamente cauta diStalin nelle settimane che precedono lo scoppio delle ostilità appare orain una luce del tutto diversa: “Il concentramento delle forze della Wehr-macht lungo il confine con l’Urss, la violazione dello spazio aereo so-vietico e numerose altre provocazioni avevano un unico scopo: attirare ilgrosso dell’Armata rossa il più vicino possibile al confine. Hitler inten-deva vincere la guerra in una singola gigantesca battaglia”. A sentirsi attratti dalla trappola sono persino valorosi generali che, in previsione dell’irruzione del nemico, premono per un massiccio spostamento di truppe alla frontiera: “Stalin respinse categoricamente la ri- chiesta, insistendo sulla necessità di mantenere riserve di vasta scala a considerevole di- stanza dalla linea del fronte”. Più tardi, avendo preso visione dei piani strategici degli ideatori dell’operazione Barbarossa, il generale Zhukov ha riconosciuto il suo errore e la saggezza della linea adottata da Stalin: “Il comando di Hitler contava su uno spostamento del grosso delle nostre forze al confine con l’intenzione di circondarlo e distruggerlo”28.

In effetti, nei mesi che precedono l’invasione dell’Urss, discutendo coi suoi generali, il Führer osserva: “problema dello spazio russo. L’ampiezza infinita dello spazio rende neces- saria la concentrazione in punti decisivi”29. Più tardi, ad operazione Barbarossa già iniziata, in una conversazione egli chiarisce ulteriormente il suo pensiero: “Nella storia mondiale ci sono state sinora solo tre battaglie di annientamento: Canne, Sedan e Tannenberg. Possiamo essere orgogliosi per il fatto che due di esse sono state vittoriosamente combattute da eserciti tede- schi”. Sennonché, si rivela sempre più elusiva la terza e più grandiosa battaglia decisiva di accerchiamento e annientamento agognata da Hitler, il quale una decina di giorni dopo è co- stretto a riconoscere che l’operazione Barbarossa si trova dinanzi a difficoltà impreviste: “la preparazione bellica dei russi dev’essere considerata fantastica”30. Trasparente è qui il desi- derio del giocatore d’azzardo di giustificare il fallimento delle sue previsioni. E, tuttavia, a conclusioni non dissimili giunge lo studioso di strategia militare già citato: il motivo della disfatta dei francesi risiede “non nella quantità o qualità del loro materiale bensì nella loro dottrina militare”; per di più, agisce rovinosamente lo schieramento troppo avanzato dell’eser- cito, che “compromette gravemente la sua duttilità strategica”; un errore simile era stato com- messo anche dalla Polonia, favorito “dalla fierezza nazionale e dalla fiducia eccessiva dei militari”. Nulla di tutto ciò si verifica in Unione Sovietica31.

120 il nostro Ottobre

Più importante delle singole battaglie è il quadro d’assieme: “Il sistema staliniano riuscì a mobilitare l’immensa maggioranza della popolazione e la quasi totalità delle risorse”; in particolare, “straordi- naria” fu la “capacità dei sovietici”, in una situazione così difficile come quella venutasi a creare nei primi mesi di guerra, “di evacuare e poi di riconvertire per la produzione militare un numero considere- vole di industrie”. Sì, “messo in piedi due giorni dopo l’invasione tedesca, il Comitato per l’evacuazione riuscì a spostare ad Est 1500 grandi imprese industriali, al termine di operazioni titaniche di una grande complessità logistica”32. Peraltro, vedremo che questo proces- so di dislocazione era già iniziato nelle settimane o nei mesi che precedono l’aggressione hitleriana, a conferma ulteriore del carattere fantasioso dell’accusa lanciata da Chrusciov.

C’è di più: sin dagli inizi Stalin aveva tenuto ben presente il pericolo di guerra, allorché aveva promosso l’industrializzazione del paese, che non a caso, con una radicale svolta rispetto alla situazione precedente, aveva identificato‘“un punto focale nella Russia asiatica”, lontano e al riparo dai presumibili aggressori33. In effetti, su ciò Stalin aveva insistito

ripetutamente e vigorosamente. 31 gennaio 1931: s’impone la “creazione di un’industria nuova e ben attrezzata negli Urali, in Siberia, nel Kazachastan”. Il 26 gennaio 1934, il rapporto al XVII Congresso del Pcus richiama compiaciuto l’attenzione sul poderoso svi- luppo industriale che nel frattempo si è verificato “in Asia centrale, nel Kazachastan, nelle Repubbliche dei Buriati, dei Tatari e dei Baschiri, negli Urali, nella Siberia orientale e occidentale, nell’Estremo Oriente ecc.”34. L’importanza anche militare di tutto ciò non era sfuggita a Trotskij che qualche anno dopo, nell’analizzare i pericoli di guerra e il grado di preparazione dell’Unione Sovietica, aveva osservato: “L’industrializzazione delle regioni remote, principalmente della Siberia, conferisce alle distese delle steppe e delle foreste un’importanza nuova”35. Solo ora i grandi spazi assumevano tutto il loro valore e rendeva- no più problematica che mai la guerra-lampo tradizionalmente agognata e preparata dallo stato maggiore tedesco.

È proprio sul terreno dell’apparato industriale edificato in previsione per l’appunto della guerra che il Terzo Reich è costretto a registrare le sorprese più amare, come emerge da due commenti di Hitler. 29 novembre 1941: “Com’è possibile che un popolo così primi- tivo possa raggiungere simili traguardi tecnici in così poco tempo?”36. 26 agosto 1942: “Per quanto riguarda la Russia, non‘è contestabile che Stalin vi ha elevato il livello di vita. Il popolo russo non soffriva la fame. Sta di fatto che oggi vi si trovano delle officine del- l’importanza delle Hermann Goering Werke là dove fino a due anni fa non esistevano che villaggi sconosciuti. Troviamo linee ferroviarie che non sono indicate sulle carte”37. A que- sto punto conviene dare la parola a due storici, entrambi statunitensi, che, almeno su que- sto punto, ridicolizzano definitivamente il Rapporto Chrusciov. Questi insiste sui travol- genti successi iniziali della Wehrmacht, sennonché il primo dei due storici cui qui faccio riferimento esprime questo medesimo dato di fatto con un linguaggio ben diverso: non è stupefacente che “la più grande invasione nella storia militare” abbia conseguito iniziali successi; “la riscossa dell’Armata Rossa dopo i colpi devastanti dell’invasione tedesca nel giugno 1941 fu la più grande impresa d’armi che il mondo avesse mai visto”38. Il secondo storico, docente in un’accademia militare statunitense, a partire dalla comprensione del conflitto nella prospettiva della lunga durata e dall’attenzione riservata alle retrovie come al fronte e alla dimensione economica e politica come a quella più propriamente militare della guerra, parla di Stalin come di un “grande stratega”, anzi come del “primo vero stra- tega del ventesimo secolo”39. È un giudizio complessivo che trova pienamente consenzien- te anche il primo dei due storici qui citati, la cui tesi di fondo, sintetizzata nel risvolto di copertina, individua in Stalin il “più grande leader militare del ventesimo secolo”.

  1. Demonizzazione di Stalin e mitologia politica

La tesi cara a Chrusciov dell’insensata fiducia riposta da Stalin nelrispetto del patto di non aggressione da parte di Stalin è stata successiva-mente utilizzata da Hannah Arendt al fine di affermare la profonda affi-nità elettiva che sussisterebbe tra i due dittatori e tra le due incarnazionidel totalitarismo. Sennonché, il quadro tracciato nel Rapporto segretorisulta ormai così insostenibile, che ai giorni nostri si assiste ad un vero eproprio rovesciamento. Da alcuni anni, autorevoli studiosi e infaticabiliideologi anticomunisti insistono nel dipingere Stalin come un espansio-nista insaziabile, pronto a colpire al momento opportuno la stessa Ger-mania con la quale pure si appresta a stipulare un patto di non aggressio-ne: è quello che emergerebbe dal discorso pronunciato al Politburo delPcus il 19 agosto 1939, solo nove giorni prima dell’incontro e dell’ac-cordo tra Molotov e Ribbentropp40. Il già visto imponente sviluppo degliarmamenti sovietici sarebbe stato promosso da Stalin in previsione diuna guerra offensiva, contro la quale Hitler cerca di correre ai ripari41.Questa tesi oggi agitata dal revisionismo storico può essere agevolmenteconfutata facendo intervenire quanto riporta un autore che pure è tra gliesponenti di punta di questa corrente storiografica e ideologica: già agli inizi del maggio 1941, il generale Antonescu, che aveva da poco assunto il potere in Romania, informa i suoi alleati tedeschi che “le fabbriche dei dintorni di Mosca hanno avuto ordine di trasferi- re le loro attrezzature all’interno del paese”42. D’altro canto, i nazisti erano disperatamente alla ricerca di un—casus belli. Il capo dello spionaggio, l’ammiraglio Canaris annota nel suo diario: «Il generale Jodl mi ha rivelato che sono molto preoccupati per l’atteggiamento morbido e indulgente dei sovietici nei nostri confronti, e […] ha aggiunto, in parte scher- zando: “Se quegli individui (intendendo i sovietici) continueranno ad essere così accomo- danti e a lasciar correre tutto, sarà Lei a dover organizzare un incidente che dia inizio alla guerra”»43. Intanto, disarcionando gli storici revisionisti dal loro nuovo cavallo di batta- glia, queste testimonianze evidenziano in modo inequivocabile chi è l’aggressore. In se- condo luogo, chiariscono che ad innervosire il Terzo Reich, era proprio l’atteggiamento da Chrusciov rimproverato a Stalin.

Resta il fatto che il nuovo capo d’accusa contro Stalin ha trovato subito la sua consa- crazione in una crescente produzione storiografica e nella grande stampa d’informazione: è l’occasione per ridiscutere la tesi sviluppata da Arendt, grazie anche al Rapporto Chru- sciov, dell’affinità elettiva e dell’amore tenace tra le due massime incarnazioni del “totali- tarismo”? Nulla di tutto questo. L’ideologia dominante può tranquillamente agitare le af- fermazioni e le accuse più contraddittorie: l’importante‘è che siano infamanti. È la riprova che ci si muove sul terreno della mitologia politica.

1 Lew D. Trotskij, Schriften. Sovjetgesellschaft und stalinistische Diktatur, a cura di Helmut Dahmer et alii, Rasch und Röhring, Hamburg, 1988, pp. 1262-63.

2 Trotskij, op. cit., p. 1259.

3 Isaac Deutscher, Chrusciov parla di Stalin (giugno 1956), in Ironies of History. Essays on Commu- nism (1966), tr. it., di Elsa Pelitti, Ironie della storia. Saggi sul comunismo contemporaneo, Longanesi, Milano, 1972, p. 20.

4 Georgi Dimitrov, Diario. Gli anni di Mosca (1934- 1945), a cura di Silvio Pons, tr. dal russo di Fau- stoIbba, per le parti dal tedesco tr. di Pasquale Rosafio, Einaudi, Torino, 2002, p. 310.

5 Joachim Hoffmann, Stalins Vernichtungskrieg 1941-1945, Verlag für Wehrwissenschaften, München, 1995, pp. 59 e 21.

6AmyKnight,Beria.Stalin’sFirstLieutenant(1993), tr. it., di Silvia Betocchi e Tania Gargiulo,—Beria. Ascesa e caduta del capo della polizia di Stalin, Mondadori, Milano, 1997,—p. 132.

7 Zores A. Medvedev, Roy A. Medvedev, Stalin e il Blitzkrieg, in Zores A. Medvedev, Roy A. Me- dvedev, The Unknown Stalin (2003), tr. it. di Bruno Amato e revisione scientifica di Andrea Panaccione, Stalin sconosciuto. Alla luce degli archivi segreti sovietici, Feltrinelli, Milano, 2006, pp. 269-70.

il nostro Ottobre 121

122 il nostro Ottobre8 Dimitrov, op. cit., pp. 320-21.

9 Dimitrov, op. cit., p. 314.

30 Adolf Hitler, Monologe im Führerhauptquartier 1941-1944, Die Aufzeichnungen Heinrich He- ims, a cura di Werner Jochmann, AlbrechtK- naus, Hamburg, 1980, p. 61.

31 Liddel Hart, op. cit., pp. 404, 400 e 392.32 Nicolas Werth, La terreur et le désarroi. Stalin et

son système, Perrin, Paris, 2007, pp. 352 e 359- 60.

33 Robert C. Tucker, Stalin in Power. The Revolution from Above, 1928-1941, Norton, New York- London, 1990, pp. 97-8.

34 Josif W. Stalin, Werke, Roter Morgen, Hamburg, 1971, vol. XIII, pp. 67 e 274.

35 Trotskij, op. cit., p. 931.

36 Da un colloquio con Fritz Todt, riportato in David Irving, Hitler’s War and the War Path (1977 e 1979; ed. ampliata e unificata di due volumi precedentemente separati,2001), tr. it. di Mario Spataro, La guerra di Hitler, Settimo Sigillo, Roma, 2001, p. 550.

37 Adolf Hitler, Libres Propos sur la Guerre et la Paix (sono le conversazioni a tavola di Hitler raccolte da Martin Bormann), a cura di François Genoud (1952-54), tr. it., diAugusto Donaudy, Idee sul de- stino del mondo, Edizioni di Ar, Padova, 1980, p. 578 (colloquio con l’ammiraglio Raeder).

38 Roberts, op. cit., pp. 81 e 4.

39 James J. Schneider, The Structure of Strategic Revolution. Total War and the Roots of the So- viet Warfare State, Presidio, Novato (Usa), 1994, pp. 278-79 e 232.

40 Vittorio Strada, “Stalin: si sbranino pure, poi arri- veremo noi”,

in Corriere della Sera del 10 agosto 1996, p. 25. 41 Hoffmann, op. cit.42 Irving, op. cit., p. 457.43 Irving , op. cit., p. 456.

10

11

12 13

14 15 16 17

18 19 20 21 22 23 24 25

26 27 28 29

Geoffrey Roberts, Stalin’s Wars. From World War to Cold War, 1939-1953, Yale University Press, New Haven and London, 2006, p. 7.

Joseph Goebbels, Tagebücher, a cura di Ralf Ge- org Reuth, Beck, München-Zürich, 1991, p. 1620 (nota di diario del 5 luglio 1941).

Goebbels, op. cit., p. 1590.

Wladimir K. Wolkow, Stalin wollte ein anderes Eu- ropa. Moskaus Außenpolitik 1940 bis 1968 und die Folgen, Edition Ost, Berlin, 2003, p. 111.

Goebbels, op. cit., pp. 1594-5 e 1597.

Wolkow, op. cit., p. 110.

Roberts, op. cit., pp. 66-69.

Basil H. Liddel Hart, Stratégie, tr. dall’inglese di Lucien Poirier, Perrin, Paris, 2007, pp. 414-5.

Liddel Hart, op. cit., pp. 417-8. Goebbels, op. cit., pp. 1601 e 1609. Goebbels, op. cit., pp. 1601-2. Goebbels, op. cit., p. 1619. Goebbels, op. cit., pp. 1639-40. Goebbels, op. cit., pp. 1645 e 1656. Liddel Hart, op. cit., pp. 417-8.

Andreas Hillgruber, Die Zerstörung Europas. Bei- träge zur Weltkriegsepoche 1914 bis 1945 (1988); tr. it., di Guido Mandarino, Ladistruzione dell’Eu- ropa, Il Mulino, Bologna, 1991, p. 354.

Riportato in Hillgruber, op. cit., pp. 358-60. Hillgruber, op. cit., pp. 372 e 369. Medvedev, op. cit., pp. 252 e 259-60.

Adolf Hitler, Reden und Proklamationen 1932- 1945 (1962-63), a cura di Max Domarus, Süd- deutscher Verlag, München, 1965, p. 1682 (pre- sa di posizione del 30 marzo 1941).