Le radici teoriche delle lotte di frazione nel PCUS

Da: il nostro Ottobre

Hans Heinz Holz

Le radici teoriche delle lotte di frazione nel PCUS1

La fase della costruzione del socialismo in Unione Sovietica fu accompagnata e sconvolta da un micidiale dibattito interno al partito, di cui caddero vittime numerosi rivoluzionari della prima ora. In genere, queste controversie sono interpretate come espressione di una lotta di potere tra persone o, più esattamente, tra frazioni. Ma ad un’analisi più puntuale si rivelano come concezioni strategiche divergenti per la transizione al socialismo, che si concretizzarono in misure economiche e politiche della politica quotidiana. Ne furono, per esempio, toccate questioni fondamentali, quali la collettivizzazione delle campagne e i ritmi dell’industrializzazione. Però non è stato sinora preso in esame il fatto che queste differenze ben evidenti hanno la loro radice in orientamenti teorici profondi e che, dietro le decisioni di politica quotidiana, vi sono opzioni di concezione del mondo – filosofiche, metodologiche, teorico-scientifiche. Ma solo se si assume il fatto che in tal modo era sempre in gioco anche la questione fondamentale dello sviluppo e applicazione corretta del marxismo-leninismo, diviene comprensibile la lotta senza quartiere e a tutto campo per la direzione.

Ora, questo fondamento teorico, come il precipitato di una soluzionericavato da una miscela in un esperimento di laboratorio, si presenta in-torno a un punto specifico: lo scontro tra Bucharin e Stalin. Vi è unaclassica analisi marxista di Bucharin che, indipendentemente dai problemi di politica interna o estera dell’URSS, coglie il mero contenuto teorico delle posizioni di Bucharin: si tratta delle osservazioni critiche di Antonio Gramsci sul “Saggio popolare” nei Quaderni del carcere. Elaborate negli anni 1930-1933, non potevano affatto occuparsi, in mancanza di informazioni adeguate, delle contemporanee contraddizioni nella politica di costruzione del socialismo in Unione sovietica. Le riflessioni teoriche di Gramsci sono così ricche di insegnamenti, poiché permettono di riconoscere la struttura della lotta per la direzione in base a concezioni inconciliabili col leninismo.

Nei suoi interventi al Politbjuro e alla commissione centrale di controllo del Pcus di fine gennaio 1929, Stalin aveva preso posizione sull’attività del gruppo di Bucharin:

Questo gruppo, come risulta dalla sua dichiarazione, ha una piattaforma specifica che esso contrappone alla politica del partito. Esige in primo luogo in antitesi all’attuale politica del partito – un rallentamento del ritmo di sviluppo della nostra industria […]. Esige in secondo luogo – sempre in antitesi alla politica del partito – una restrizione della costruzione di sovchoz e kolchoz […] Esige in terzo luogo – sempre in antitesi alla politica del partito – piena libertà per il commercio privato e rinuncia dello Stato al ruolo regolatore nel campo del commercio2.

Stalin sostenne poi che queste divergenze di opinione erano emerse già nei plenum del comitato centrale di luglio e novembre 1928, ma che successivamente potevano essere apparentemente ricomposte. Stalin caratterizzò le concezioni politiche del gruppo di Bucharin come capitolazione davanti ai kulak e agli elementi piccolo borghesi, come infiltrazione di tendenze socialdemocratiche nel partito comunista. Egli mise sempre in evidenza in diversi discorsi di questo periodo il fatto che “il metodo principale della lotta è la lotta ideologica”. Contro il gruppo di Bucharin egli insistette sul fatto che il comitato centrale non aveva chiesto neppure

che uno di loro venga espulso dal Comitato centrale oppure inviato in qualche posto del Turkestan, ma si limita al tentativo di convincerli che devono rimanere al loro posto, smascherando naturalmente al tempo stesso le loro concezioni estranee al partito, delle volte addirittura antipartito3.

Infatti Bucharin rimase membro del Politbjuro, fu nominato ancora nel 1934 caporedattore del giornale Izvestija e lavorò dal 1935 alla bozza di Costituzione con incarichi responsabili e influenti. In questi anni egli non modificò la sua posizione ideologica, anche se non sempre la difese nettamente. Le differenze strategiche sulla linea del partito e le concezioni tattiche passarono le une nelle altre. Egli stesso non contestò di star costruendo in quegli anni una frazione che aspirava a un cambiamento della linea del partito sulla costruzione del socialismo.

Poiché le differenze strategiche si basavano su concezioni teoriche fondamentali che sono specificamente di classe, l’esame critico degli scritti teorici di Bucharin assume un particolare significato. Qui ci soccorrono le osservazioni di Gramsci. Egli accusa Bucharin

di cadere in un sociologismo empirico;di procedere in modo non dialettico e di assumere il concetto del positivismo;di avere una visione della storia meccanicistica;di trascurare il ruolo del soggetto rivoluzionario nella costruzione del socialismo.È chiaro che da una tale posizione derivano importanti conseguenze politiche. Gramsci

si limita a rendere conoscibile il modello di pensiero teorico. Diviene quindi chiaro quale concezione del mondo sia sottostante all’azione politica. Nel § 22 del quaderno 11 Gramsci interviene su un punto cruciale:

Nel Saggio manca una trattazione qualsiasi della dialettica. La dialettica viene presupposta, molto superficialmente, non esposta […] L’assenza di una trattazione della dialettica può avere due origini; la prima può essere costituita del fatto che si suppone la filosofia della praxis scissa in due elementi: una teoria della storia e della politica concepita come sociologia, cioè da costruirsi secondo il metodo delle scienze naturali (sperimentale nel senso grettamente positivistico) e una filosofia propriamente detta, che poi sarebbe il materialismo filosofico o metafisico o meccanico (volgare)4.

Gramsci invece espone il concetto corretto sostenuto da Marx, Engels e Lenin:

Il significato della dialettica può essere solo concepito in tutta la sua fondamentalità, solo se la filosofia della praxis è concepita come una filosofia integrale e originale che inizia una nuova fase nella storia e nello sviluppo mondiale del pensiero in quanto supera (superando ne include in sé g1i elementi vitali) sia l’idealismo che il materialismo tradizionali espressioni delle vecchie società. Se la filosofia della praxis non è pensata che subordinatamente a un’altra filosofia, non si può concepire la nuova dialettica, nella quale appunto quel superamento si effettua e si esprime5.

Gramsci prende i pensieri alla radice. Non si tratta di questo o quell’errore, che Bucharin ha commesso in singoli casi, ma tutti gli errori hanno una sorgente comune: l’incomprensione per le forme di movimento della dialettica. La valutazione di Gramsci coincide completamente con quella di Stalin, che nel suo discorso al Plenum del CC di aprile 1929 affermò:

Non è possibile che tutti questi errori circa i problemi dell’Internazionale Comunista, la lotta di classe, l’inasprimento della lotta di classe, i contadini, la Nep, le nuove forme d’alleanza, non è possibile che tutti questi errori siano dovuti al caso. No, questi errori non sono fortuiti. Questi errori di Bucharin derivano dal suo orientamento generale sbagliato, dalle sue lacune teoriche. Sì, Bucharin è un teorico, ma un teorico non completamente marxista, ma un teorico che deve ancora completare la sua formazione per diventare un teorico completamente marxista.

Stalin citava poi una lettera di Lenin, in cui questi parlava di Bucharin come del “beniamino del partito” e che oggi troppo spesso viene riportata dai sostenitori di Bucharin contro Stalin con questo solo passaggio. Ma in questa lettera egli dice ancora:

Bucharin non è solo il teorico più stimato e più forte del partito, ma è pure considerato legittimamente come il beniamino di tutto il partito; però è molto dubbio che le sue concezioni teoriche possano essere considerate interamente marxiste, dato che in lui c’è qualcosa di scolastico, (egli non ha mai studiato e, credo, non ha mai compreso interamente la dialettica)

E Stalin ribadisce: “Dunque, teorico senza dialettica”6

Questa è, ritengo, la chiave per le differenze nella politica. Un materialismo senza dialettica scade nell’empirismo della “certezza sensibile” della concezione dei fenomeni di superficie confusi, che esso può elaborare solo nella mentalità e con i metodi del positivismo. Il concetto di scienza di Bucharin è, quindi, dal principio falso e, come chiede Gramsci, va confutato.

Ma è il concetto stesso di “scienza”, quale risulta dal Saggio popolare,che occorre distruggere criticamente; esso è preso di sana pianta dalle scienze naturali, come se queste fossero la sola scienza, o la scienza per eccellenza, così come è stato fissato dal positivismo [QC 1404]

Bucharin assume proprio il senso aristotelico, che la società è più della somma delle singole parti.

Ma l’autore del Saggio non ha pensato che se ogni aggregato sociale è qualcosa di più (e anche di diverso) della somma dei suoi componenti, ciò significa che la legge o il principio che spiega lo svolgersi della società non può essere una legge fisica poiché nella fisica non si esce mai dalla sfera della quantità altro che per metafora. Tuttavia nella filosofia della praxis la qualità è sempre connessa alla quantità, e anzi forse in tale connessione è la sua parte più originale e feconda. [QC 1446-1447]

Della qualità delle forme di movimento dialettiche della società partecipa il soggetto che vuole, che pianifica, che agisce. Il risultato di un processo, di uno sviluppo, non è mai dedotto soltanto dai presupposti materiali, ma include sempre anche l’attività del soggetto – del soggetto quale individuo, gruppo collettivo, o in una comunità più ampia, quale classe. Chi dimentica il fattore soggettivo, si sbaglia sulla forza motrice della rivoluzione, la quale sorge dalla risposta del soggetto di classe alle contraddizioni nei rapporti di produzione (e nei rapporti di vita che da essi derivano). Da una visione meccanicistica della storia deriva la concezione deterministica dell’evento politico e un comportamento fatalistico e opportunistico.

L’appunto che si deve fare al Saggio popolare è […] di avere accolto la concezione della realtà oggettiva del mondo esterno nella sua forma più triviale e acritica […] Oggettivo significa sempre “umanamente oggettivo”, ciò che può corrispondere esattamente a “storicamente soggettivo”, cioè oggettivo significherebbe “universale soggettivo”. L’uomo conosce oggettivamente in quanto la conoscenza è reale per tutto il genere umano storicamente unificato in un sistema culturale unitario. [QC 1415-16]

Il metodo positivistico di selezionare un settore della realtà, circoscritto per obiettivi conoscitivi di accertamento di leggi parziali isolate, è legittimo nelle scienze naturali. Ma, attraverso il principio della selezione, esso è anche mediato con gli uomini.

Senza pensare all’esistenza dell’uomo non si può pensare di “pensare”, non si può pensare in genere a nessun fatto o rapporto che esiste solo in quanto esiste l’uomo. [QC 1419]

Gramsci ha riflettuto sul rapporto della determinazione e dell’atto di volontà nel processo storico. Egli ha riconosciuto il momento volontaristico, che consiste in un’attività dell’uomo rivolta a un fine, “teleologica” [QC 1426 e 1450]. Bucharin invece propaga l’idea di una previsione scientifica nella politica e nella prassi sociale, in cui l’attività finalistica del soggetto, in particolare del soggetto rivoluzionario, non ha nessun posto. Contro tale impostazione Gramsci obietta con forza:

La metodologia storica è stata concepita “scientifica” solo se e in quanto abilita astrattamente a “prevedere” l’avvenire della società […] in realtà si può prevedere “scientificamente” solo la lotta, ma non i momenti concreti di essa, che non possono non essere risultati di forze contrastanti in continuo movimento. […] Realmente si “prevede” nella misura in cui si opera, in cui si applica uno sforzo volontario e quindi si contribuisce concretamente a creare il risultato “preveduto”. La previsione si rivela quindi non come un atto scientifico di conoscenza, ma come l’espressione astratta dello sforzo che si fa, il modo pratico di creare una volontà collettiva. [QC 1403-1404]

Le previsioni non sono “atti di conoscere”. Sono tentativi, anticipazioni approssimative della costituzione possibile del campo d’azione in cui ha luogo un’azione che cambia le circostanze. L’azione stessa e tutte le azioni che la preparano sono pensate come una variabile. La prognosi è un puro mito.

Il prevedere è quindi solo un atto pratico che non può in quanto non sia una futilità o un perditempo avere altra spiegazione che quella esposta. È necessario impostare esattamente il problema della prevedibilità degli accadimenti storici per essere in grado di criticare esaurientemente la concezione del casualismo meccanico. [QC 1404]

Come scrive Gramsci, non vi è sinora nessun ramo scientifico in cui sia praticata una futurologia positivistica. Ma egli sapeva bene che la futurologia fu sviluppata in politica e nelle scienze sociali nello spirito delle scienze naturali come antitesi riformistica ad una concezione programmatica rivoluzionaria. Ed egli riconobbe nel sociologismo di Bucharin il fatto che

la sociologia è quindi diventata una tendenza a sé, è diventata la filosofia dei non filosofi, un tentativo di descrivere e classificare schematicamente fatti storici e politici, secondo criteri costruiti sul modello delle scienze naturali. La sociologia è dunque un tentativo di ricavare “sperimentalmente” le leggi di evoluzione della società umana in modo da “prevedere” l’avvenire con la stessa certezza con cui si prevede che da una ghianda si svilupperà una quercia. L’evoluzionismo volgare è alla base della sociologia che non può conoscere il principio dialettico col passaggio della quantità alla qualità. [QC 1432]

L’evoluzionismo è non solo un aspetto, una prospettiva in cui si presenta la realtà concepita in modo storico materialistico, ma il fondamento metodologico e di concezione del mondo di un’alternativa riformistica alla teoria rivoluzionaria. La rinuncia ad una filosofia integrale costitutiva di senso e la riduzione dell’orientamento dell’attività sociale ai dati empirici rilevati ha conseguenze disastrose per la prassi politica rivoluzionaria.

L’estensione della legge statistica alla scienza e al1’arte politica può avere conseguenze molto gravi in quanto si assume per costruire prospettive e programmi d’azione. […] Infatti nella politica l’assunzione della legge statistica come legge essenziale, fatalmente operante, non è solo errore scientifico, ma diventa errore pratico in atto; essa inoltre favorisce la pigrizia mentale e la superficialità programmatica. [QC 1429-30]

Gramsci, al pari di Lenin, vede che il postulato dell’unità teoria/prassi non sorge da un’addizione della teoria alla prassi. La teoria deve essere una corretta sistematizzazione storica della realtà, per dare fondamento ad una prassi politica fondata e diretta a un fine. Questo è il senso del “criterio della prassi”. Il pensiero è riflesso della realtà, da cui hanno origine anche bisogni e uomini dotati di intenzionalità. L’azione razionale orientata dalla teoria è il riflesso di questo riflesso lo specchio retrovisore dell’immagine riflessa nella realtà7. È cioè un duplice riflesso: il pensiero rispecchia la sostanza della realtà e delle possibilità (reali) in essa presenti; la realtà cambiata attraverso l’azione riflette le intenzioni degli uomini. In questo duplice riflesso, e cioè nell’unità di teoria e prassi, si stabilisce l’unità di soggetto e oggetto. L’unità di soggetto e oggetto; – una differenza mediata è la vera unità di teoria e prassi.

Il sociologismo meccanicistico di Bucharin lacera questa unità. La teoria diviene caotica, una sequenza di singole constatazioni incoerenti; la prassi diviene opportunistica, poiché basata su una casistica: “Invece di una metodologia storica, di una filosofia, egli costruisce una casistica di quistioni particolari” [QC 1402]. Ma manca la coerenza della concezione, il point de vue, in base a cui i dati di fatto si ordinano in una concezione del mondo: Nel Saggio popolare la filosofia della praxis non e una filosofia autonoma e originale, ma la “socio1ogia” del materialismo metafisico. [QC 1402].

Dal punto di vista teorico il giudizio di Gramsci su Bucharin è distruttivo. E coincide con le valutazioni di Lenin e di Stalin, secondo cui Bucharin non aveva afferrato il movimento del pensiero della dialettica. Ora, la dialettica non è alternativa per la scienza positiva, ma è la forma generica della logica del movimento e delle contraddizioni (Gegensätze), della quale la logica delle identità, del divieto di contraddizione (Widerspruch), è una modalità, che, sulla base della stabilità della relazione soggetto/oggetto tralascia nella sua sistematica determinate caratteristiche formali dell’estensione temporale della realtà. A questo riguardo, ogni scienza dell’esperienza che proceda positivisticamente ha un luogo determinato in una concezione del mondo costruita dialetticamente, solo se non ipostatizza la sua specifica regolazione della conoscenza per un solo fondamento di validità di una verità scientifica.

Ciò non vuol dire naturalmente che la ricerca delle “leggi” di uniformità non sia cosa utile e interessante e che un trattato di osservazioni immediate di arte politica non abbia la sua ragion d’essere; ma occorre dire pane al pane e presentare i trattati di tal genere per quello che sono [QC 1432-33]

Se però la filosofia sostituisce questo metodo della ricerca selettiva di parti della realtà, diventa un dogmatismo meccanicistico.

Perciò avviene anche che la filosofia della prassi tende a diventare una ideologia nel senso deteriore, cioè un sistema dogmatico di verità assolute ed eterne; specialmente quando, come nel Saggio popolare, esso e confuso col materialismo volgare, con la metafisica della “materia” che non può non essere eterna e assoluta. [QC. 1489]

Già Hegel aveva affermato che l’empirismo è il fenomeno complementare della vecchia metafisica. Il positivismo ha assunto questo erede, ed è il fratello gemello della metafisica. Engels si divertì con l’“asino dell’induzione”. Lenin sostenne l’incompatibilità scientifica del positivismo con una teoria dell’azione dialettica e rivoluzionaria e combatté l’empiriocriticismo russo. Bucharin in passato, da studente, parteggiò per Bogdanov. Sin da allora egli ricoprì, nonostante le numerose controversie sulle questioni principali, importanti funzioni di partito: dal 1917 come membro del CC, nel 1918 partecipò al VII congresso del partito con una relazione contro Lenin, che tenne la relazione principale, nel 1919 si contrappose al piano di Lenin per fondare la III Internazionale, della quale però divenne poi uno dei suoi presidenti. Dopo la morte di Lenin si schierò con Stalin contro la frazione di Zinov’ev e Kamenev, sebbene egli prima avesse trattato con Kamenev su una strategia per esautorare Stalin. Rispetto a Trockij, si trovò ora a contrapporsi, ora a collaborare. La sua linea politica non è coerente.

Questi brevi cenni biografici devono solo accennare al fatto che le oscillazioni nelle posizioni politiche di Bucharin hanno la stessa e identica origine, cioè l’imprecisione dei suoi concetti teorici. Dopo la rivoluzione d’Ottobre, la sua tattica politica fu influenzata essenzialmente dalla considerazione per le classi esautorate nella rivoluzione – kulak e piccola borghesia -, poiché egli le riteneva un fattore di potere autonomo nel nuovo stato:

L’errore di Bucharin e dei suoi amici è che essi identificano l’aumento della resistenza dei capitalisti con l’aumento del loro peso specifico. Questa identificazione non ha però base alcuna. Non ha base perché, se i capitalisti oppongono resistenza, questo non vuoI dire che siano diventati più forti di noi. È vero invece il contrario. Le classi che stanno estinguendosi non oppongono resistenza perché siano diventate più forti di noi, ma perché il socialismo cresce più rapidamente di loro ed esse diventano più deboli di noi8.

Accelerare la costruzione del socialismo contando sulle proprie forze è un conto; fare concessioni opportunistiche al nemico sopravvalutandone le forze, un altro. Chi non concepisce la dinamica dello sviluppo dialettico, accetterà in modo apparentemente realistico lo status quo e tenderà a conciliarsi col nemico.

Nel 1917 si realizzò in Russia un cambio di potere politico. Esso produsse altri rapporti di potere, ma non mutò ancora i rapporti di classe. La giovane Unione Sovietica ebbe il compito e la possibilità, nella fase della dittatura del proletariato, di togliere alle classi che ancora sopravvivevano dei contadini ricchi e della piccola borghesia la base economica della loro esistenza di classe. Ciò significava, come correttamente videro e dissero Lenin e Stalin, un periodo di accresciuta lotta di classe. Ogni concessione alle classi esautorate aveva avuto come conseguenza un indebolimento del potere della classe operaia, un indebolimento della società socialista che si stava sviluppando. È proprio in un periodo di transizione che i rapporti di potere sono precari. La controrivoluzione trova un terreno fertile.

Certamente Bucharin e gli altri rivoluzionari, che si contrapposero all’offensiva di una lotta di classe acuta promossa dal partito sotto la direzione di Stalin, non volevano indebolire l’Unione Sovietica. La contrapposizione tra Stalin e Bucharin non diviene meno fondamentale e drammatica, se ammettiamo che Bucharin, stando al suo punto di vista, volesse il meglio. La differenza non è tra onesto e disonesto, buono o cattivo, ma tra corretto e sbagliato. Si tratta però di una dicotomia, nella quale i due poli non possono essere messi “pluralisticamente” sullo stesso piano. Infatti una concezione falsa non è solo errata, ma dannosa. E Bucharin lo ha anche riconosciuto nella sua dichiarazione finale al processo del 1938. Le basi teoriche, su cui si fondano concezioni corrette o false sono quindi un momento essenziale dell’azione politica. La lotta di classe si rispecchia non solo nella teoria, ma la teoria è essa stessa un fronte principale della lotta di classe. Lenin ha sempre visto questo, Gramsci ha impiegato nelle singole riflessioni avviate sulla linea del fronte gli strumenti e le funzioni della lotta di classe teorica; senza queste riflessioni non avremmo infatti nessun concetto politico di egemonia. È per questo che la critica di Gramsci versus Bucharin è così ricca di insegnamenti per la comprensione delle lotte di frazione nel PCUS. Essa ci mostra che qui, sul terreno della discussione politica, fu condotta una lotta per l’egemonia della classe operaia, come anche una lotta per l’esistenza della società sovietica.

 

1 Relazione tenuta al convegno Dalla Russia all’URSS, dall’URSS alla Russia: transizione sovietica e “globalizzazione”, organizzato dal Centro studi sui problemi della transizione socialista e dall’Associazione per i rapporti culturali italo-russi, Milano 15 ottobre 2005.

2 G. V. Stalin, La lotta di classe nel socialismo – Scritti, discorsi inediti del 1928-1929, Opere complete vol. XI, Ed. Nuova Unità, Roma, 1973, p. 218.

3 Stalin, op. cit., p. 222.

4 Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi,

Torino, 1975, p. 1424 sgg. Nelle citazioni che seguono sarà indicato con QC seguito dal numero di pagina.

5 Ivi.

6 Stalin, Opere Scelte, Ed. Movimento studentesco, Milano, 1972, pp. 652-3.

7 Cfr. H. H. Holz, Widerspiegelung, Bielefeld, 2003. H. H. Holz, Weltentwurf und Reflexion, Stuttgart und Weimat, 2005, in particolare il capitolo 6.

8 Stalin, “Della deviazione di destra…”, in Opere scelte, op. cit., p. 639.