La sfida del XXI Secolo

 

Da: il nostro Ottobre

Sergio Manes

La sfida del XXI Secolo

L’esperienza dell’Ottobre – della rivoluzione nella Russia zarista, ma anche della lotta di liberazione nei paesi coloniali – ha spostato per tutto il Novecento il fulcro della trasformazione sociale dalle metropoli alle periferie.

Questo evidente e semplice dato di fatto se non poteva giustificare arbitrarie teorizzazioni e ipotetiche strategie (“le campagne che accer- chiano le città, etc.) – di cui, infatti, furono evidenti molto presto i limiti –, sembrò contraddire quanto era emerso dall’analisi di Marx: la rottura rivoluzionaria non era avvenuta in un paese altamente indu- strializzato e con un proletariato numeroso, ma in un paese semifeu- dale, ancora a prevalente economia agricola. Lenin sgominò queste obiezioni con l’analisi puntuale del capitalismo del suo tempo – l’im- perialismo – e con la “teoria dell’anello debole” che non fu una “tro- vata” più o meno furbesca o geniale per “giustificare” la rivoluzione socialista in un paese capitalisticamente arretrato come la Russia, “in contrasto” con le “previsioni” di Marx, ma, invece, un arricchimento dialettico di grandissimo rilievo della stessa teoria marxista.

Marx aveva tratto – procedendo per successive astrazioni – con- clusioni generali dall’analisi del capitalismo ottocentesco come ap- prodo, in quel tempo, delle società economicamente più sviluppate.

Riuscì a individuare le linee di tendenza della sua ulteriore crescita (caduta del saggio tendenziale del profitto, concentrazione e centralizzazione della ricchezza, allargamen- to a livello internazionale e unificazione dei mercati, etc.) e giunse alla conclusione che il capitalismo sarebbe crollato sotto le sue stesse contraddizioni e che il proletariato – il suo antagonista di classe – avrebbe determinato la sua fine. Non poteva, evidente- mente, prevedere le condizioni reali che lo sviluppo di quelle contraddizioni avrebbe creato. Epperò, proprio sulle direttrici che Marx aveva dedotto dalle sue analisi, lo sviluppo successivo del capitalismo – e, dunque, la sua tensione verso una dimensione internazionale, il salto qualitativo imperialista e le conseguenti contraddizioni interne e le crisi (ultima quella del macello del 1914-18) – determinò condizioni nuove, diverse e più favorevoli, trascinando nelle contraddizioni del capitalismo così cresciuto nuovi paesi e interi popoli fino ad allora marginali o estranei al percorso compiuto preceden- temente da quello stesso capitalismo. Il fatto nuovo della fase imperialista del capitale è proprio la irruzione nella storia di questi popoli che da oggetto della politica possono e vogliono per la prima volta – e su scala mondiale – diventarne soggetto.

Lateoria leninista dell’“anello debole” è il modo – materialistico e dialettico – di concepire e interpretare l’intreccio estremamente complesso delle contraddizioni del- l’epoca dell’imperialismo, la cui acutizzazione e il cui intersecarsi – diverse dall’epoca di Marx, e sempre differenti anche in futuro – rendono possibile la necessaria trasfor- mazione della società. Allo stesso modo, e solo a condizione di comprendere la dina- mica e le diversità che lo sviluppo delle contraddizioni continuamente propone, i comunisti possono cogliere le opportunità, operare le giuste scelte, creare le condizioni e dirigere il processo di cambiamento rivoluzionario nel proprio tempo.

La straordinaria importanza dell’Ottobre – che nessun negazioni- smo e nessun revisionismo storico potranno mai oscurare – è stata anche nella opportunità concreta offerta ai popoli coloniali del mondo di rivendicare e di conquistare il ruolo di protagonisti del proprio futuro e, dunque, nell’allargamento straordinario del fronte anticapi- talista, non più limitato al proletariato ma dilatato fino a comprendere l’intera umanità sfruttata e oppressa. La teoria leninista dell’“anello debole” – insieme con la scelta consapevole e risoluta della presa del potere, della costruzione e della difesa di una società di tipo socialista in Russia – ebbe il merito e il ruolo di liberare le straordinarie forze che lo sviluppo imperialista del capitalismo aveva creato e tentava invano di tenere imbrigliate e compresse.

La teoria dell’“anello debole” e la vittoria della rivoluzione in Rus- sia non cambiavano in alcun modo i termini dell’analisi marxiana: la arricchivano rendendola più complessa e, nello stesso tempo, più con- creta, aderente alle nuove condizioni – esse stesse più complesse – dello sviluppo capitalistico, individuate e analizzate non in modo pragmatico ma facendo uso proprio delle chiavi di lettura fornite da Marx.

Come le conclusioni cui era giunto Marx analizzando i tratti essenziali del capita- lismo del suo tempo non erano la previsione deterministica che la rivoluzione sarebbe necessariamente avvenuta nei paesi a capitalismo più sviluppato, così la teoria del- l’“anello debole” – frutto dell’analisi che Lenin aveva fatto del capitalismo del proprio tempo – non ne costituisce l’alternativa, semmai “più moderna” ma altrettanto deter- ministica. Le elaborazioni di Marx e di Lenin – come sempre – si integrano e, insieme, possono consentirci di analizzare a nostra volta il capitalismo del nostro tempo e conoscere, eventualmente, di volta in volta, quale sia l’“anello debole” della catena imperialista che sta per rompersi (o che noi possiamo rompere).

All’indomani dell’Ottobre l’importanza di questo salto qualitativo della teoria marxi- sta operato da Lenin era chiara a tutti, e costituì la base stessa della formazione della Terza Internazionale e di tante delle sue risoluzioni e iniziative. Principio fondante – in perfetta armonia con le concezioni e gli insegnamenti di Marx – era che il salto rivoluzionario in un determinato paese potesse avvenire sulla base di precise condizioni oggettive, determinate non da generali situazioni di difficoltà del capitalismo e da confuse disponibilità alla lotta del proletariato, ma da specifiche contraddizioni mate- riali che il soggetto rivoluzionario, la classe operaia, adeguatamente diretto, poteva interpretare e utilizzare per creare le necessarie condizioni – prima fra tutte l’egemonia sulle altre classi subalterne – per la conquista del potere. Senza queste condizioni minime essenziali, senza questa potenzialità endogena alla classe dei diversi paesi, ogni ipotesi di imporre o indurre dall’esterno il cambiamento rivoluzionario si sarebbe risol- ta in una disastrosa o caduca avventura. Questa impostazione fondava la sua validità su una corretta concezione dialettica dei fenomeni – della natura come della storia – che si trasformano sulla base del mutato equilibrio degli opposti che si scontrano al suo interno e non in conseguenza diretta di condizioni o di interventi esterni.

A questa chiara linea di condotta la stessa Internazionale si sarebbe uniformata operan- do per spostare, all’interno di ciascun paese, i rapporti di forza e creare le condizioni per- ché il proletariato, con alla testa i comunisti organizzati, fosse in grado consapevolmente di guidare la trasformazione rivoluzionaria della propria società.

Ma a questa linea si oppose molto presto la cosiddetta “teoria della rivoluzione perma- nente” che, in completa antitesi, preconizzava l’estensione planetaria della rivoluzione –

anche dove le condizioni non fossero mature e il rapporto di forza tra le classi sfavorevole – gettando nella mischia le baionette dell’Armata Rossa che avrebbero dovuto far pendere comunque il piatto della bilancia a favore dei comunisti.

Questa strategia idealista e avventurista avrebbe messo a serio rischio la sopravvivenza stessa del giovane e ancor fragile potere sovietico, già accerchiato e attaccato dalle forze dell’imperialismo. La lotta contro questa improbabile e pericolosa “teoria” polarizzò l’at- tenzione e le energie dei comunisti che dovettero difendere la pur difficile possibilità di avviare la transizione al socialismo nell’unico paese in cui la rivoluzione aveva vinto sulla base delle proprie forze e della propria consapevolezza.

Gli anni successivi videro la sconfitta della “teoria della rivoluzione permanente”, ma cristallizzarono anche la situazione: la Russia dei soviet, accerchiata e aggredita, aveva resistito e aveva potuto cominciare ad af- frontare le immense difficoltà che il potere zarista, la guerra imperialista e gli eserciti bianchi avevano lasciato in terribile eredità, ma restava as- sediata e sotto la permanente minaccia di nuove aggressioni. Né l’ancora insufficiente sviluppo delle forze produttive – anche quantitativo nel gio- vane paese dei soviet, e qualitativo a livello planetario in quel momento storico – poteva essere motivo di rinuncia a tentare comunque l’assalto al cielo. Divennero, allora, irrinunciabili e totalizzanti la costruzione e la difesa del bastione sovietico, retrovia indispensabile ed unico sostegno concreto ad ogni possibile avanzata rivoluzionaria dei popoli e ad ogni re- sistenza all’aggressività dei diversi imperialismi, come fu chiaro a tutti quando il fascismo locale e quello internazionale aggredirono la Repub-

blica spagnola o quando la criminale alleanza italo-tedesco-giapponese volle l’immane car- neficina della seconda guerra mondiale. Né, dopo il conflitto mondiale, la “guerra fredda” e la rinnovata e sempre incombente minaccia di aggressione imperialista allentarono la ten- sione e la necessità di resistenza e difesa prioritaria del paese dei soviet.

La storia non è quello che vorremmo che fosse, ma, più semplicemente, quello che l’acutizzarsi delle contraddizioni e l’intreccio di fattori oggettivi e soggettivi, condizioni ambientali, etc., determinano. Né servono a molto sue interpretazioni pregiudiziali o giu- stificazioniste. In breve, questo cumulo di situazioni e di problemi – qualche volta contin- genti, ma sempre di estrema concretezza e gravità – ha determinato negli anni un allenta- mento dell’attenzione nei confronti della teoria, un affievolimento della tensione, talvolta una visione parziale, inadeguata, statica, non dialettica delle questioni e delle categorie interpretative. È ciò che accadde, di fatto, in una certa misura anche negli anni precedenti la sciagurata svolta chruscioviana del XX Congresso che, per altro, avrebbe spostato pro- gressivamente la politica sovietica di contenimento dell’imperialismo dall’appoggio inter- nazionalista al proletariato e ai popoli in lotta verso una logica di antagonismo tra potenze planetarie di cui il sostegno ai popoli diventava funzione tattica.

Al termine di questa deriva di decenni la “teoria dell’anello debole” non poteva che risultare sminuita, non tanto perché legata alle vicende dell’Ottobre, quanto perché confi- nata in un contesto storico che era percepito come immutato, uguale a se stesso, e perché veniva rievocata in modo formale, rituale, ideologico, senza alcun sostanziale apprezza- mento delle importanti differenze (dell’anello che si rompeva, o delle modalità della rottu- ra, o del contesto in cui avveniva) che intanto si determinavano.

Si comprende, allora, come questa teoria – pur condivisa ed enfatizzata dalla stragran- de maggioranza del movimento comunista – non sia stata, in realtà, sviluppata dalla suc- cessiva elaborazione teorica – spesso disattenta e concentrata su questioni diverse e di minor respiro – non riuscendo a giungere a conclusioni che gettassero piena luce sul per- corso strategico del proletariato internazionale.

La sconfitta e il crollo sembrava avessero azzerato il problema. Dai nemici vecchi e nuovi del comunismo sembrava, anzi, venire l’affermazione tassativa che non vi erano mai stati e che, soprattutto, in ogni caso, non ci sarebbero stati mai più anelli deboli che potessero rompersi: il dominio del capitale era diventato omogeneo e impe- rituro, e le turbative temporanee – sepolto definitivamente il comunismo – provenivano ora soltanto dall’integralismo religioso e dal terrorismo che andavano combattuti con la guerra infinita e preventiva. Anche celebrati intellettuali sono accorsi a sostegno di questa visione di un “impero” ormai coeso, omogeneo e imperituro contro cui non ci sarebbero più classi e popoli in lotta in grado di spezzare l’anello di volta in volta più debole, ma soltanto “moltitudini” inette e impotenti, prigioniere della propria fragilità e della propria imbecillità.

Ma la realtà si fa sempre beffe degli intellettuali saccenti nonmeno che delle menzogne del capitale: i fatti hanno mostrato come ilpotere imperiale sia oggi tutt’altro che omogeneo e coeso, che è, alcontrario, attanagliato da un groviglio di contraddizioni sempre piùlaceranti e che classi e popoli, lungi dall’essere le moltitudini che sivoleva imbelli, mostrano d’essere sempre più attive e decise ad esse-re protagoniste, nelle metropoli, al centro dell’“impero”, come nelle“periferie”, nei paesi fino a ieri o ancora oggi sfruttati e oppressi. Edè, ancora, in questi paesi, da questi popoli che vengono più forti isegnali di quanto violente siano le contraddizioni che oggi laceranoil sempre più arrogante e violento – perché sempre più fragile e pre-cario – potere del capitalismo transnazionale. Nel cuore del-l’“impero”, pur se l’impoverimento relativo delle classi subalternecresce in modo inarrestabile, fattori ideologici e sovrastrutturali e,soprattutto, l’economia del debito e la parte – sempre più piccola –dei superprofitti imperialistici che viene distribuita alle classi subal-terne, consentono ancora di corrompere, controllare, deviare e repri-mere il dissenso. Ma lì dove il capitale mostra il suo vero volto,opprimendo e sfruttando in misura e in maniera insopportabile, giun-gendo anche alle forme più brutali e atroci di violenza, questo controllo diventa sem- pre più problematico (e ogni problema produce ancora più violenza) e, perfino, im- possibile, anche quando l’alternativa al dominio capitalistico appare ancora nebuloso o assume forme o delinea percorsi improbabili o ispirati a idealistiche e antistoriche forme di universalismo.

Torna, allora, ad essere assolutamente centrale la teoria leninista dell’“anello debole” – che, semmai, oggi non corrisponde più a un singolo paese, ma a un’intera area del pianeta – perché è possibile ed anche probabile che, di nuovo, e per molto tempo ancora, la catena del capitalismo transnazionale non si spezzi nei punti avanzati dello sviluppo. È quello che già sta accadendo sotto i nostri occhi nel mondo contemporaneo. Ma sta accadendo in modo diverso dal passato. Non sta avvenendo quello che accadde nel 1917, quando il mas- sacro e il disastro economico della guerra mondiale crearono le condizioni per la rottura rivoluzionaria nell’anello debole russo. Non sta accadendo che, a seguito dell’altro enorme massacro e disastro della seconda guerra mondiale imperialista, sullo slancio della lotta tenace contro il dominio imperialista vinta dalle armate popolari guidate dai comunisti, si infrangessero altri “anelli deboli”– Jugoslavia, Cina, Vietnam – consentendo che in molti paesi del mondo fosse abbattuto il potere del capitale.

Oggi, nell’epoca della mondializzazione dei mercati la questione dell’“anello de- bole” si pone in modo diverso: non esistono più particolari “sfere di influenza”, il mondo non è più compartimentato in segmenti di un mercato che era sì mondiale, ma spartito tra i diversi predoni imperialisti le cui fragilità e contraddizioni potevano fa- vorire questa o quella rottura di questo o di quell’anello. La raggiunta unicità dei mercati e la transnazionalità del capitalismo rendono interdipendenti tutti i segmenti. Un tempo i diversi imperialismi – che avevano la propria base in differenti paesi – erano in lotta reciproca per spartirsi i territori del mondo che corrispondevano a diversi segmenti di mercato. Oggi gli imperialismi vanno sempre più affrancandosi da una “patria”, da un determinato paese, per connotarsi via via – attraverso il dominio trasver- sale, sui territori e sugli Stati, su interi settori economici e produttivi – come capitale finanziario puro, parassitario, totalmente svincolato sia da ogni ambito territoriale, sia da ogni rapporto con la produzione di ricchezza.

Se ciò è vero, l’“anello debole” non è semplicemente – come un tem- po – questo o quel paese sfruttato e oppresso da questo o da quell’impe- rialismo più fragile degli altri. Oggi nel definire le possibilità della crisi e della rottura diventano determinanti fattori strutturali – collegati a inte- ri settori produttivi strategici –, questioni geopolitiche – derivanti dalle strategie di aggressione preventiva e permanente del capitalismo –, so- vrastrutturali – che interessano intere aree geografiche, limitrofe o lonta- nissime tra loro –, e, tutti insieme, questi fattori di crisi si influenzano reciprocamente molto più che in passato. Ad un mondo complesso, in- terdipendente, “globalizzato” corrispondono questioni e contraddizioni complesse, interdipendenti, “globalizzate”.

È questa realtà così complessa, interdipendente, “globalizzata” che i comunisti debbono mettersi in condizione di interpretare, di comprende- re, di trasformare, sfruttando tutte le sue molteplici e interconnesse con- traddizioni, recuperando interamente la propria “cassetta degli attrezzi” e adeguandola alle nuove condizioni.

E, invece, in decenni di deriva involutiva e, ancora, dopo la sconfit- ta, per circa vent’anni, è accaduto tutt’altro.

Siamo disorientati e ci scoraggiamo di fronte alle difficoltà che incontriamo nella comprensione della realtà e, ancor più, nei generosi ma asfittici tentativi di “far politica”. Intanto, però, abbiamo sempre glissato o rinviato la resa dei conti con alcuni nodi fondamentali. Non ci siamo chiesti, ad esempio, come mai il crollo dei paesi del “socialismo reale” abbia dato luogo, dovunque, ad un deserto in cui è riemerso e alligna il peggiore capitalismo. Allo stesso modo ci siamo divisi nel dare giudizi conclusivi – ma sempre approssimativi e ideologici – su ciò che accadeva dove il “socialismo reale” non era crollato, ma non ci siamo posti il problema di compren- dere le ragioni – giuste o sbagliate che fossero – delle scelte che giudicavamo. Né può essere casuale l’assoluta indifferenza rispetto alle cause del decadimento prima e del- l’estinzione poi di gloriosi partiti – come il PCI – e al fatto che essi, come unico retaggio del proprio comunismo, abbiano lasciato qualche brandello più o meno nostal- gico, capace soltanto di rimasticare – con scialbi e rituali richiami ideologici – conte- nuti e metodi della propria sconfitta, e galleggiare – senza ruolo e senza speranza – alla periferia desolante di qualche istituzione. Sono trascorsi quasi vent’anni dagli avveni- menti che stupirono e smarrirono i comunisti (e il fatto stesso d’essere stati sorpresi è di per sé grave segno di incapacità e di ignavia), e ancora non ci poniamo il problema di capire come tutto questo possa essere accaduto.

L’involuzione politicista e positivista – che di nuovo si è fatta progressivamente strada nel movimento comunista – è stata concausa non secondaria della sconfitta, e – divenuta essa il modo d’essere e di operare degli stessi “comunisti” residuali – ha determinato anche la mesta accettazione di quella sconfitta impedendo che vi fosse, piuttosto, una spinta vivi- ficatrice alla sua comprensione. Sbiadita l’immagine della propria identità, smarrito com- pletamente il rapporto con la classe, ci si è cacciati nel misero cabotaggio – resistenziale ed effimero – delle istituzioni, proprio mentre il mondo è ritornato ad essere scosso da fremiti e lotte contro un capitalismo che sta attraversando la peggiore crisi della sua storia.

Esistono le condizioni materiali per una “ripresa rivoluzionaria”. Oggi, anzi, più che in passato – certamente più che nel 1917 e in tutto il ’900 – la situazione oggettiva è favorevole ad una trasformazione radicale della società perché è in questo tempo che sta giungendo a compiuta maturazione la struttura economica del capitalismo: lo svi- luppo impetuoso – non più soltanto quantitativo, ma qualitativo – delle forze produttive pone all’ordine del giorno non soltanto la possibilità, ma la necessità del salto di qualità, del cambiamento radicale dei rapporti di produzione. Questa semplice consta- tazione, se invera le straordinarie intuizioni di Marx, impone di osare l’“assalto al cielo”, ma ora senza le forzature che, in passato, l’immaturità dei tempi aveva reso necessarie. A patto, naturalmente, che torni ad esistere il soggetto capace di guidare consapevolmente la trasformazione.

Occorre, allora, invertire coraggiosamente la deriva sciagurata che ha mortificato il pensiero e la pratica dei comunisti e creare le con- dizioni soggettive del cambiamento. Per farlo c’è un modo soltanto: riscoprire – in stretta connessione e con assoluta onestà intellettuale e politica – lo straordinario patrimonio rappresentato dall’elaborazio- ne teorica del socialismo scientifico e quello non meno prezioso del- l’esperienza storica del comunismo; ritornare ai concetti e alle cate- gorie fondanti del materialismo storico e dialettico, utilizzandole per interpretare la storia del ’900, adeguandole alla complessità del mon- do contemporaneo in modo da poterle concretamente utilizzare per la sua trasformazione, e, intanto, formare una nuova generazione di quadri che prenda il posto dei gruppi dirigenti responsabili della scon- fitta o dell’immobilismo teorico e politico che ne è seguito.

Un compito difficile da coniugare con l’altro, non meno arduo, difarsi carico di altre due pesanti responsabilità, interne e complementari aquella di riportare il movimento comunista internazionale all’altezza delproprio compito rivoluzionario: comprendere e criticare (cioè corregge-re e superare) i limiti e gli errori di una concezione e di una pratica sostanzialmente euro- centriche del comunismo; sostenere i popoli che, nel corso della propria lotta antimperiali- sta e per la loro liberazione, prendono via via coscienza, schierandosi spontaneamente – in modi a volte parziali o incerti e, perfino, contraddittori – su percorsi e prospettive di tipo socialista, fornendo loro i supporti di cui abbisognano ma di cui essi non dispongono. Sono due diversi modi di coniugare l’internazionalismo nel tempo presente.

E, infine, – ma è compito non meno importante nel mondo contemporaneo – occorrerà decidersi a volgere il pensiero critico e misurarsi e con le più diverse questioni che, appena sfiorate o accennate dalla riflessione programmatica di Karl Marx, attendono ancora di essere affrontate con la serietà e la profondità che meritano perché interne alla società umana e, dunque, irrinunciabili per chiunque voglia effettivamente trasformarla.

Tutto ciò che sfugge a quest’assunzione di queste responsabilità – o continua a rinviar- le – è inutile dispendio di energie, colpevole illusione, cieca e mediocre saccenteria, ottusa sopravvivenza vegetativa.

Le motivazioni e l’impegno immediato e principale del “Centro studi sui problemi della transizione al socialismo” sono sicuramente rivolti sia alla comprensione delle esperienze storiche del comunismo novecentesco, sia alla ricerca dei percorsi possibili, opportuni o necessari, individuati anche sulla base di una seria riflessione sul passato. Il Centro, però, non può prescindere da tutte le altre problematiche, vuoi perché esse sono strettamente connesse con quelle oggetto diretto del suo impegno, vuoi perché proprio dall’esperienza storica della transizione sono emersi limiti ed errori – teorici e politici – che vanno riconosciuti e corretti alla luce della realtà contemporanea; vuoi –

ancora – perché tra le tante problematiche trascurate dalla riflessione dei comunisti esistono proprio quelle che, alla luce dell’esperienza pregressa, sono risultate connesse, intrecciate e interne a quelle proprie della transizione; vuoi – infine – perché oggi emergono nelle possibili esperienze di tipo socialista esigenze e bisogni vecchi ma con nuove connotazioni – a cui la valutazione critica del passato, l’impegno teorico su tutto il ventaglio delle questioni e il supporto internazionalista sono indispensabili.

Il mondo contemporaneo, con l’unificazione dei mercati e il com- plementare impetuoso sviluppo delle comunicazioni, sta accorciando le distanze e riducendo le differenze tra territori, popoli e culture diverse. Questo processo storico di integrazione in atto sarà, però, estremamente lungo e complesso e, ancora oggi, le differenze sono di una evidenza spesso traumatica. Nel secolo passato, prima che lo sviluppo dei mezzi di produzione e di comunicazione consentisse il salto di qualità nelle relazioni internazionali, queste differenze erano ancora più pronunziate, anche se non sempre altrettanto evidenti. Soprattutto le società e le culture erano meno potenzialmente perme- abili e interdipendenti, ciascuna più chiusa in se stessa, più interna alla propria tradizione. Nello stesso tempo, nelle relazioni reciproche, inevitabilmente si veniva a determinare una differenza sostanziale tra culture forti ed egemoni e culture deboli e subordinate. Un rapporto

che discendeva esclusivamente da due fattori, entrambi collegati al rispettivo livello di sviluppo delle forze produttive: l’uno derivante dalla posizione di egemonia o di subor- dinazione economica e politica, l’altro dalla conseguente rispettiva capacità di lettura critica di quel livello di sviluppo strutturale e sovrastrutturale.

Il pensiero marxista era, ad un tempo, il punto di approdo della grande tradizione culturale europea e – non casualmente – lo strumento maturo per interpretare la realtà strutturale più avanzata a cui l’umanità era giunta nel grembo stesso dell’economia e della cultura dell’Europa. In breve: la critica del capitalismo non poteva venire che dal contesto stesso in cui il capitalismo era sorto e si era sviluppato. Tuttavia la vocazione e la proiezione internazionali del capitale lo portavano ad impattare con realtà econo- miche – ma anche culturali, storiche, antropologiche, etc. – molto diverse da quelle dell’Europa. E se il capitale non aveva molti problemi nell’affrontare queste differenti realtà e contesti poiché gli bastavano la forza del denaro e dei cannoni, ben diverso era il compito del comunismo che doveva parlare alle coscienze e, quindi, necessariamente misurarsi con le forme di pensiero, con tradizioni, concetti e – spesso – pregiudizi profondamente radicati nella cultura e nella prassi dei diversi popoli.

Non sempre il comunismo organizzato novecentesco seppe operare le giuste media- zioni e rapportare le proprie categorie interpretative – frutto di un determinato contesto storico – a quelle spesso tanto diverse degli altri popoli. Questa difficoltà crebbe negli anni – anche se per lunghi periodi sembrò che così non fosse o che, almeno, i gruppi dirigenti di orientamento marxista di quei popoli riuscissero a comprendere e condivi- dere categorie, valori e strategie del comunismo internazionale che, inevitabilmente, era orientato e diretto dalla tradizione del marxismo europeo. Molto giocarono due fattori: la formazione di tipo occidentale di molti esponenti di questi gruppi dirigenti e il ruolo internazionale e internazionalista dell’URSS che giustificava e sosteneva l’adesione di quei gruppi dirigenti. Il primo dei due fattori non consentiva alla teoria marxista di intersecare effettivamente e direttamente le culture dei popoli ma – in qualche modo – ne determinava una giustapposizione, con la temporanea mediazione dei marxisti indigeni, restando, però, in realtà, ad esse del tutto estranea. Finché l’URSS assolse il proprio ruolo internazionalista di sostegno alla lotta di quei popoli la fiducia che in quei paesi si riverberava su quei gruppi dirigenti riuscì a supplire a questa mancata integrazione. Ma quando l’Unione Sovietica mutò la propria politica estera scivolando sul piano inclinato della competizione inaugurata dal XX Congresso verso una politica di potenza e di concorrenza con l’imperialismo, il sostegno internaziona- lista fu man mano subordinato e condizionato da scelte tattiche e geopolitiche, con ricadute spesso negative, qualche volta disastrose, per quei popoli. I gruppi dirigenti dei popoli in lotta persero credibilità e seguito, la prospettiva del comunismo (con i suoi valori, le sue idee-forza) affievolì la propria capacità di attrazione, mai metabolizzata attraverso il filtro delle culture autoctone, e fu abbandonata. Naturalmente l’imperiali- smo non era stato a guardare mentre questo sfilacciamento si compiva e aveva forag- giato abbondantemente l’anticomunismo locale, mai sconfitto, e l’integralismo religio- so come l’anticorpo ideologico più efficace contro la ancor fragile prospettiva comu- nista. Là dove il comunismo era, intanto, invece, riuscito a conquistare il potere – come, ad esempio, in Cina o nel Vietnam – con l’aiuto internazionalista, ma soprattutto sulla base delle proprie forze, il marxismo era stato meglio mediato dai gruppi dirigenti vittoriosi e, in modi originali, coniugato con la tradizione culturale locale.

Se questa è stata – a grandi linee – la parabola del comunismo nei paesi di radice culturale non europea, quali problemi si pongono alla teoria marxista, nella prospettiva del “socialismo del XXI Secolo”, verso questi stessi paesi e i loro popoli che le grandi migrazioni del nostro tempo “globalizzato” hanno portato anche in Europa? La rispo- sta è evidente e univoca: in modi e forme che sono tutte da scoprire – con rigore e flessibilità insieme –, anche il marxismo deve “mon- dializzarsi”, essere meno eurocentrico, deve intersecarsi con le altre culture, “contaminarle” per farle crescere più che operare per egemo- nizzarle o pensare di potersi semplicemente sostituire ad esse. L’espe- rienza del ’900 indica che è questa la direzione in cui occorre concen- trare la ricerca teorica e l’impegno politico.

Perfino il riemergere prepotente e incontenibile dell’integralismoreligioso (e non soltanto di quello islamico) è riconducibile in buonamisura a questo problema. Nell’uomo – e nelle società umane – sonoprofondamente radicati, connaturati – pur se connotati storicamente in modo differente – il concetto e l’aspirazione all’Universale. Un’idea e un’esigenza che possono affie- volirsi o presentarsi in modi molto differenti, ma che non sono rinunciabili e che, anzi – in specifici contesti –, possono diventare una forza inarrestabile della storia. Il comu- nismo, con i suoi valori e con le sue idee-forza – che sono tutti orientati all’Universale –, ha rappresentato, dalla sua nascita e per oltre un secolo, questo formidabile motore che ha mosso milioni e milioni di uomini e ha iniziato a trasformare il mondo. Quando la sua capacità di attrazione e di trasformazione si è affievolita ha lasciato un vuoto che doveva essere riempito e che – fatalmente – è stato occupato dall’ideologia universa- lista che era rimasta radicata nella cultura e nella tradizione dei popoli: la religione. I modi, le forme e i livelli di questa rinascenza sono stati evidentemente strettamente dipendenti dai contesti in cui il fenomeno tornava a manifestarsi e dall’acutezza delle contraddizioni a cui la religione era chiamata a dare risposte. Molto spesso, anzi, l’imperialismo, con estrema spregiudicatezza, ha utilizzato e scopertamente incoraggia- to e sostenuto forme estreme di integralismo religioso in funzione anticomunista.

L’importanza di riflettere sul fenomeno dell’integralismo religioso è evidente: non a caso esso si manifesta – sia pure in modi e con gradazioni diverse – non soltanto nei paesi e tra i popoli di altra tradizione religiosa, ma anche in quelli di fede e cultura cristiana. Non solo, ma l’importanza di questo fenomeno è cresciuta man mano che maturavano la crisi e la sconfitta del comunismo novecentesco, e si è manifestata con intensità ed esiti diversi – ma ugualmente devastanti – sia nei paesi coloniali, sia nelle stesse metropoli dell’imperia- lismo, sia, perfino, in quelli in cui il “socialismo reale” è crollato. È indicativo dei tanti altri errori e limiti del comunismo sconfitto e a cui bisognerà porre rimedio senza ulteriori disattenzioni. La questione religiosa non ha occupato più di tanto le menti e il tempo dei marxisti, né dei teorici, né dei politici. Liquidata frettolosamente come falsa ideologia, come “oppio dei popoli”, la religione è stata politicamente espunta, “abolita” – più o meno per decreto – dal socialismo vittorioso, ma restava nella cultura e nella coscienza dei popo- li, pronta a prendersi la sua rivincita, semmai con il poderoso incoraggiamento del capita- lismo transnazionale. La storia, dopo soltanto qualche decennio, s’è preoccupata di mo- strare quanto fossero illusorie sia quella sbrigativa liquidazione teorica, sia quella burocra- tica abolizione politica.

Così come quella religiosa, quante altre questioni sono state liquida- te altrettanto sbrigativamente o affrontate senza il necessario impegno, o sono state, addirittura, ignorate? Questioni di etica, di estetica, di episte- mologia, etc. etc., che in una società sempre più complessa sono destina- te a rivestire un’importanza crescente, debbono ricevere finalmente la stessa attenzione e lo stesso impegno critico fino ad oggi riservati al- l’economia, alla storia, alla politica, etc. Non può esserci speranza di recupero e di ripresa rivoluzionaria, non può esserci prospettiva per nes- sun “socialismo del XXI Secolo” senza una lucida visione d’assieme e senza una concezione dialettica – dinamica e nelle reciproche intercon- nessioni – delle diverse questioni.

È questo un altro dei paradossi della storia che i comunisti hanno oggi di fronte: la ripresa rivoluzionaria e la prospettiva di un percorso vincente per un verso debbono passare necessariamente attraverso una visione d’assieme e di maggiore profondità di tutte le questioni – strutturali e sovrastrutturali – della trasformazione sociale; per altro verso si trovano a cimentarsi, in questa fase, con esperienze essenziali, ancora scarne, molto parziali, sicuramente per il momento inadeguate, puramente sperimentali, spesso soltanto vagamente orientate in senso socialista. Il declino e la sconfitta che hanno depauperato il proletariato e i popoli del grande patrimonio di esperienza e di elabo- razione del comunismo e, insieme, la lontananza storica e culturale di questi popoli da tale patrimonio costringono a questi percorsi sperimentali avviati spontaneamente, in cui ogni piccola avanzata è affidata troppo spesso al buon senso e al volontarismo, non poggia su un solido impianto teorico, non è sorretta e diretta da una solida organizza- zione rivoluzionaria.

Da qui discende il grande impegno internazionalista dei comunisti, pur in questa fase di disorientamento e di diaspora: sostenere lo sforzo che questi popoli stanno coraggiosamente compiendo, cercando – senza alcuna saccenteria o spocchia, senza pregiudiziali visioni catastrofiste o trionfaliste, senza la pretesa di voler fare le mosche cocchiere – di aiutarli a colmare i vuoti di conoscenza, di esperienza, di organizzazione. È un compito difficile per il vecchio comunismo novecentesco che, sconfitto, deve convincersi di essere depositario di un grande patrimonio che, tuttavia, deve essere ancora sottoposto al vaglio del rinascente pensiero critico, e, con grande modestia, deve porre il proprio bagaglio di elaborazione e di esperienza al servizio di questi percorsi emergenti. Ed è compito difficile anche per questi popoli che vivono una grande con- traddizione: per un verso non hanno il bagaglio di elaborazione ed esperienze – gran- diose ma sconfitte – che, zeppe di contraddizioni irrisolte, possono divenire un pesante fardello o essere, all’opposto, la chiave di lettura per affrontare e risolvere le nuove contraddizioni; per altro verso non dispongono degli strumenti essenziali – elaborazio- ne teorica, linea politica, organizzazione, quadri – per avanzare con sicurezza sul pro- prio cammino: essi scoprono le problematiche della transizione al socialismo pragma- ticamente, così come si presentano oggi, nel loro tempo: possono analizzarle e affron- tarle senza pregiudizi e orpelli, possono trovare e sperimentare soluzioni nuove, diver- se, con una freschezza e una creatività che possono e debbono vivificare anche la ricerca del vecchio comunismo. Ma sono fragili e disarmati e, dunque, alle difficoltà e ai pericoli dello scontro di classe essi sommano le insidie della inesperienza, della inadeguatezza, del pragmatismo. Sono una grande speranza, ma ad altissimo rischio. Dovere del vecchio comunismo che riprende il cammino è guardare con grande atten- zione e speranza a queste nuove esperienze, sostenerle con convinzione ma anche con prudenza: entusiasmo e volontarismo – da soli – hanno sempre portato al disastro. Non bisogna mai dimenticare che, al di là dei successi contingenti e delle scelte innovative ed esaltanti, queste esperienze debbono misurarsi anch’esse con i grandi problemi dello scontro di classe, della rivoluzione e della transizione, problemi che, seppure in forme differenti, non sono sostanzialmente diversi da quelli che il comunismo novecentesco ha avuto di fronte, con l’aggravante, oggi, della presenza di un imperialismo ancora più invasivo e aggressivo. Spesso i successi parziali e temporanei, lo slancio rivoluzionario che anima, passo dopo passo, queste esperienze fa dimenticare in quei contesti – ma anche agli entusiasti estimatori lontani – le difficoltà e le insidie incombenti e non fa riconoscere le contraddizioni laceranti e irrisolte che cointinuano ad esistere in quelle società e, perfino, nell’ambito stesso delle forze che si battono per il cambiamento.

Un esempio per tutti: la “democrazia partecipativa” (che viene ipo- tizzata e sperimentata in America Latina e che viene idealisticamente ripresa e mitizzata in Occidente) è la giusta aspirazione dei popoli e de- gli uomini ad essere protagonisti della propria liberazione prima e del proprio autogoverno poi sulla base degli interessi e dei bisogni della col- lettività e non dei singoli individui, è il modo di prefigurare e costruire l’autogoverno amministrativo della comunità in alternativa a quello po- litico. È, in breve, la strada maestra per conquistare e definire concreta- mente la Società Umana.

Ma è questione di lunghissima prospettiva, è problema che deve misurarsi concreta- mente con l’intreccio inestricabile di questioni e di situazioni legate alla società contempo- ranea e a quella di transizione, entrambe ancora divise in classi, e, per quella attuale, anco- ra dominata o condizionata dal capitale. Ed è questione che rimette al centro – piaccia o non piaccia, fosse pure in forme del tutto differenti – un’esperienza e una categoria – quel- la della “dittatura del proletariato” – che la demonizzazione operata dall’avversario e le pulsioni democraticiste del “comunismo” di risulta vorrebbero aver archiviato.

La “democrazia partecipativa” ripropone, in realtà, la grande questione della “de- mocrazia diretta” che non può essere affrontata e liquidata sulla base di ingenui entu- siasmi, del volontarismo, dell’improvvisazione, per quanto possa essere sostenuta dalla fiducia e dalla speranza di milioni di uomini. Poiché è la questione che attiene alla gestione del potere, è, in definitiva, la questione politica strategica, centrale, di ogni concreta prospettiva di transizione. Su di essa avverrà inevitabilmente lo scontro più duro con il potere costituito del capitale.

La definizione delle scelte strategiche e di quelle tattiche non può, dunque, essere lega- ta a condizioni contingenti né, tanto meno, essere affidata all’empirismo, al pragmatismo e allo sperimentalismo. Non si può, ogni volta, pensare la storia a partire da se stessi: è su questioni come questa che deve essere misurata la nostra capacità di utilizzare nel tempo presente i concetti e le categorie del marxismo, mettendo a frutto – ancora una volta e senza assumerle come schema o “modello” –, le esperienze già realizzate, quand’anche si fossero risolte – nelle particolari condizioni date dalla storia e nelle determinate soluzioni messe in campo – in una involuzione o in una sconfitta.

Il Centro studi sui problemi della transizione al socialismo è una grande occasione e può essere d’esempio per i tanti terreni di ricerca su cui è necessario finalmente avanzare: le esperienze di società di transizione realizzate – pur se sconfitte – e quelle ancora in corso sono state e, rispettivamente, sono ancor oggi un gigantesco e straordinario laboratorio della storia. In esso – nella prassi rivoluzionaria – i comunisti hanno potuto effettuare la verifica sperimentale – vale a dire scientifica – delle proprie teorie, o in cui hanno esplorato empiricamente nuovi percorsi, in condizioni diversissime, registrando successi e scon- fitte, geniali intuizioni ed errori grossolani che oggi debbono essere oggetto di attenta ri- flessione. Questo straordinario laboratorio attende che tutto quanto è stato realizzato al suo interno sia sottoposto ad attenta e accurata verifica, non per ripetere pedissequamente gli stessi esperimenti, ma per trarre da essi le costanti di sviluppo delle contraddizioni, per poterle utilmente impiegare nella prassi rivoluzionaria che è ancora da realizzare nelle nuove condizioni. È compito arduo e appassionante, ma che necessita di sensibilità e mo- destia non meno che di tenacia e onestà intellettuale e politica, reso ancora più arduo dalla mancanza dell’“intellettuale collettivo” e dalla complementare persistenza di inservibili macerie politiche e organizzative, nonché di fastidiosi ranocchi gracidanti.

Occorre recuperare il pesantissimo ritardo e i vuoti – che l’involuzione ha determinato, la sconfitta ha ingigantito e l’ignavia ha consolidato – che possono apparire perfino deso- lanti, ma di cui bisogna prendere coscienza con fredda e razionale lucidità per potervi porre effettivamente rimedio e per sconfiggere la persistente ignavia che oggi è alimentata sia dall’inaridimento culturale e politico, sia dalla meschina difesa di qualche miserabile rendita di posizione.

Per questi motivi il Centro dovrà fare affidamento su giovani compagni che nella ricer- ca da compiere non abbiano nulla da difendere o giustificare, che possano operare con rigore scevro di ortodossia, con genuina curiosità verso le esperienze del passato e con fresca sensibilità verso i problemi della transizione nel proprio tempo.